Ora i Cinquestelle sfuggono ai microfoni

Non ridono più, in tv e per la strada. In verità, non hanno mai riso con quel senso di liberazione che il riso porta naturalmente con sé. Piuttosto, ghignavano, mostravano i denti, come Luigi Di Maio, lasciando che fossero gli occhi a trasmettere il messaggio fondamentale al pubblico: sguardo tagliente, come il giudizio morale che applicavano senza remore all’umanità tutta, colpevole, nel caso, di non aver ancora colto la bellezza lucidamente dolorosa del Movimento Cinque Stelle, il solo tappeto volante della politica italiana a garantire la salvezza, il volo libero e leggero, sgravato dagli impedimenti della Casta, mostro di corruzione. Non strinsero nemmeno la mano a Rosy Bindi, per non sporcarsi l’anima. Chi può dimenticare quel gesto così feroce e così eloquente, dei bei tempi andati, di quando il contatto fisico con i non illuminati era ritenuto un’incoscienza anti-profilattica dai cultori di un “movimento” fondamentalmente ostile alla vaccinazione? Tocca a loro, ora, esser ripresi dalle telecamere, dai cronisti a caccia di fughe ineleganti, per strada, davanti ai palazzi del potere che avrebbero dovuto aprire come scatolette di tonno e che adesso invece assistono impassibili a questa epica nemesi così duramente vicina al voto delle politiche, alla resa dei conti. Tocca a loro rispondere a monosillabi, oppure tacere e filar via inseguiti dai microfoni.

Si può capirli: stanno cercando ragioni e percorsi di circa un milione e mezzo di euro spariti dalla rendicontazione dei rimborsi destinati in origine a finanziare il fondo per la piccola e media imprenditoria con la rinuncia dei parlamentari cinque stelle ad una parte dei loro appannaggi. Un meccanismo, quest’ultimo, che nel corso del tempo sembrava essere divenuto il solo motivo di orgoglio non discutibile delle armate di Grillo e Casaleggio sul fronte della comunicazione e della formazione dell’identità politica ed etica. Il bello è che questa difficilissima digestione non è stata avviata da una presa di coscienza endogena, dalla scoperta magari tardiva che alcuni parlamentari truccavano le loro donazioni, spostandole nel fondo solo formalmente per poi recuperare nell’arco di poche ore il “maltolto” e riportarlo opportunamente a casa. No, no: lo squarcio nel buio è stato operato da una scheggia di tv – altra nemesi nei confronti di chi come Grillo ha sempre svalutato il mezzo televisivo di fronte alla vibrante bellezza del web – che ha dimostrato di saper volare meglio e con più lucidità di qualunque blog on line. Sono state le “Iene” – prodotto Mediaset – a strappare il sipario su una realtà che stava appena sotto la pelle di uno strano “Movimento”. Altra bellezza sta nel fatto che a quanto pare nulla di quel che è venuto a galla porta con sé elementi penalmente rilevanti: acqua fresca, quindi, ma politicamente devastante per le implicazioni che fa esplodere in un “corpo” – il m5s – religiosamente e rabbiosamente trattenuto nel limbo dell’innocenza, della assenza di furbizia, dell’igiene morale. Perché, la conclusione che fin qui ciascun essere umano può cogliere della vicenda è questa: predicano bene ma razzolano male, mangiano anche loro, come e dove possono, basta guardare sotto il letto, dentro gli armadi in cui custodiscono i loro principi, nelle credenze dove venerano la loro diversità e la loro arroganza. Nessuna gioia in questa presa d’atto. Non è mai piacevole, non fa bene al cuore scoprire che non esistono zone franche, che l’umanità, con le sue umanissime debolezze, non fa sconti a nessuno.

Di Maio, l’uomo del destino del Movimento, il premier stellato in pectore, balbetta: stiamo analizzando, esaminiamo i conti, vedremo, “espelliamo le mele marce”. Ma intanto nessuno sa dire quante siano davvero le mele marce e pare che proprio il M5s sia il soggetto meno tagliato per questo tipo di verifica a posteriori. Come quando, a suo tempo, scoprirono, o finsero di scoprire tardivamente, come il solo comune da loro gestito in Campania, fosse intriso di mafia, come fosse stata proprio la mafia locale a garantire la loro salita al potere. Lì, ci aveva pensato la magistratura ad aprire la scatoletta. Sennò, ora avremmo ancora un comune governato assieme dalle cosche e dal Movimento. E avrebbero dovuto pagare pegno per questo tradimento della garanzia anti-boss così sbandierato in campagna elettorale, ma non accadde. Strano destino. E mentre Di Maio parla di mele marce, e di che dovrebbe parlare?, gli risponde una voce nota, salita da un passato contestato, quella di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, ex grillino della prima ora, espulso a furor di popolo senza movente concreto: “Promettono lotta all’evasione e non riescono nemmeno a controllare i rendiconti di cento parlamentari… il M5s è morto da tanto tempo…”. Solo chi ti conosce bene sa scrivere l’epigrafe giusta sulla tua tomba ed è indiscutibile che Pizzarotti conosca bene i suoi ex-polli. Intanto, poche ore fa pareva che il caso non interessasse più di un paio di parlamentari e una manciata di euro, adesso nessuno più sa dire quanti eletti dovranno rispondere e il “monte-premi” cresce a vista d’occhio raggiungendo cifre impressionanti, rispetto alla relativa modestia del quadro economico evocato dalla vicenda. Le “Iene” ora centellinano le loro scoperte, costruiscono con pazienza il caso, ne collegano gli esiti alla fortuna in ascolti della trasmissione, promettono una saga mentre i parlamentari cinque stelle sfilano sotto il Parlamento sfiorando i muri antichi per evitare microfoni e cronisti d’assalto, quegli stessi che con occhio soddisfatto guardavano tallonare gli esangui titolari della vecchia Casta. Che destino crudele e sfacciato.

Così, le due Coree stanno al gelo ma insieme con gli sci sotto i piedi, Trump, per farsi bello, vuole indebitare l’America per i prossimi mille anni a venire, e l’Italia è stretta tra due lame di forbice: la sensazione che il fascismo sia davvero tra le opzioni cui troppi patrioti non intendono rinunciare e le mani nella marmellata di chi, i cinque stelle, aveva dichiarato guerra alla marmellata e ai suoi cultori. Tanto è vero che il giallo della rendicontazione fasulla dei rimborsi è esplosa oggi sulle prime pagine di tutti i quotidiani di carta. Apertura, in genere. Ma la carta stampata, si sa, può ormai scrivere quel che vuole: chi la ascolta più? Non fa testo, non crea memoria collettiva, i conti si fanno altrove; a dispetto di Grillo e dei suoi incubi, si fanno in tv: è lì che si decide, che si forma l’opinione pubblica, ancora. Ed è lì che per anni si è usata una indulgenza strepitosa nei confronti delle gaffe dei cinque stelle. Ciò che di negativo li riguardava è stato generalmente relegato in fascia bassa, discretamente deviralizzato. Al punto che i fortunati detentori di questo bonus comunicativo hanno potuto mettere a punto un meccanismo di Parlamentarie – il voto nel web per costruire le liste elettorali – che per la sua ridicolaggine ha riportato il buonumore nel mondo, senza che anche questa figura magra pesasse sugli indici di gradimento di una forza politica ormai in grado di fregarsene della qualità delle sue azioni. Ma forse non andrà sempre così: magari il meccanismo si inceppa se è costretto a mangiarsi la coda, e cioè quando l’”incidente” tocca dei volti tv. Perché – lamenta correttamente Pizzarotti – “sono proprio i caporali, quelli più visibili in tv ad aver falsificato le rendicontazioni”. Forse la tv non perdona questo tipo di tradimento, chissà. La tv è oggi il teatro, il pubblico del teatro non perdona da sempre d’esser preso per il naso dai suoi beniamini, dai suoi eroi. Soprattutto in un luogo particolare della terra in cui lo spettacolo è da sempre e per sempre tutto, un luogo della terra in cui i cittadini sono stati “pubblico” ben prima e di più che altrove e dove il racconto può valere mille vite, più di un bilancio economico, più dell’onestà, più della democrazia.

Grillo è stanco, dicono. Da tempo non gliene frega più nulla di questa cosa che si complica ad ogni passo. Ma ieri è scenso, stanco, a sorreggere il suo aquilotto, Di Maio, ad un comizio tra i più difficili della loro storia. Mentre volavano gli stracci ed erano costretti a promettere, come un pezzo di casta qualunque, “faremo pulizia”. Il piccolo Casaleggio, torvo alla sua maniera, segue gli sviluppi, di sicuro, provvede, indirizza, sempre sotto traccia, mentre ormai è chiara la sua volontà di potenza alla direzione strategica del Movimento, soppiantando, nell’immaginario, i riccioli cotonati di Grillo con la severa dentatura del figlio del fondatore e titolare del Movimento. Si sta affermando, quindi una dinastia “spazza-caste”: non fosse dura realtà che ci governa la vita, sarebbe anche divertente. Di Maio ha le labbra sempre più tirate, quando appare in pubblico e qualcuno gli pone una domanda. Sapeva? E come si fa a non sapere che in tanti fanno i furbi, così da creare un vero “fumus” che tocca chiunque venga a contatto con quell’ambiente? È abbastanza evidente che sapeva e anche no. Non si è mosso per tempo. Per sapere, al limite. Quindi, ha una bella responsabilità in quel che è accaduto, solo che dovrà essere salvato ad ogni costo perché è il candidato premier. Così come furono costretti a salvare Raggi, perché era già sindaco di Roma, nonostante fosse diventata, tra le inchieste, testimonial imbarazzante della pochezza e della destrità del Movimento. Nessuno nel M5s chiederà l’impeachment dell’azzimato Di Maio. Il potere, all’interno della creatura di Grillo, non viene mai messo in discussione, o quasi mai. Obbedienza e rispetto totale delle gerarchie sono una costante ancora non incrinata, in quella grande casa da cui si predicava l’abbattimento del sistema democratico-rappresentativo, dei sindacati, di una Costituzione ormai obsoleta. Sapeva Di Battista? E come mai, allontanandosi clamorosamente dalla prima scena nei mesi scorsi, si è tirato indietro con tanta tempestività? Diciamo che Di Battista non appare come uno che non sa. E’ scaltro, scafato, non meno di Di Maio. Cosa sta aspettando, Di Battista, di vedere il corpo di Di Maio che galleggia nel fiume sotto i suoi occhi?, piccole manovre, grandi scenari. Andrea Cecconi e Carlo Martelli sono già fuori dal Movimento, eppure son dentro: se ne sono andati, messi nelle condizioni di farlo, ma sono anche in lista e i cittadini potranno votarli in quella lista; poi, che faranno? Le “Iene” hanno toccato anche Barbara Lezzi – gran punto di diamante dell’immagine Cinque Stelle – e Maurizio Buccarella, vedremo con quanta fondatezza, tutta bella gente che gli italiani hanno imparato a riconoscere, sempre in tv, mentre si scagliano contro la casta con ebrezza bruciante, tutta gente che non è mai venuta meno ogni volta che è stato il caso di stroncare attorno a loro una voce discorde, un comportamento meno che “specchiatamente” grillino. Umano, molto umano. Chissà che dirà il pubblico, ma lo spettacolo non è ancora finito e mancano ormai pochi giorni alle elezioni. E cioè, alla serata conclusiva di questo enorme Sanremo.