M5s a pezzi tra Di Battista Paragone, rimborsi
e conflitti d’interesse

Mancava solo che venissero “alle mani” i due ex ragazzi d’oro, Di Maio e Di Battista: fatto. Si sono “menati” davanti alle folle sconsolate che ancora seguono gli ultimi atti di una vicenda con tutti i tratti di una violenta liquidazione post-natalizia. Per “colpa” di Gianluigi Paragone, il leghista a cinque stelle, sbattuto fuori poche ore fa da Di Maio per aver votato contro la legge di bilancio. Di Battista pensa invece che il giornalista e presentatore sia una ricchezza per il Movimento. E che dovesse restare al suo posto, rappresentando, così, un’anima del M5S che evidentemente è la sua, certo in mezzo a tante altre.

Nessuno ricorda Di Battista intervenire in difesa dei molti “eretici” espulsi in questi anni trionfanti. Nessuno ricorda l’uomo che, dicono le cronache, sta per partire per l’Iran (?), spendere parole per affermare anche all’interno della sua casa politica la preziosità della diversità, perfino quando va a sbattere contro l’allineamento governativo, accanto a Pd e a Leu, imposto dai casi di questi mesi. Se al povero Pizzarotti – cacciato come cane in autostrada per non aver bombardato l’inceneritore di Parma, hahahaha – venisse un attacco isterico, nessuno se ne meraviglierebbe.

La trincea di Grillo

I tempi cambiano, e lo stesso Grillo ne ha preso atto nel corso della storia lamentando recentemente il fatto che lo scenario sia mutato molto mentre i suoi ragazzi si spanciano ancora con slogan che sanno ormai di fritto rifritto, come “Honestà!”. Così, mosso da un senso di disperazione trascendentale, armato di confusione e di un prolasso dei fini ultimi, eccolo inscenare sul suo blog uno sketch anche divertente: nascosto da una duna, sta lì a scavare una buca in cui nascondersi, ripararsi. E intanto recita giaculatorie da fatica: basta paura, abbiamo paura di tutto quel che deve accadere… poveri cari, facciamoci gli auguri da trincea a trincea.

Pare tornato dalle stelle: ma non ha forse lavorato proprio lui e con buona lena alla demolizione di una condizione mentale legata alla materia del vivere e non ad allarmi apocalittici densi di ignoranza e di presunzione di sapere, un sapere nuovo che si vendeva furbo, smaliziato, non controllato dalla “casta”? La svagatezza ideologica del messaggio non sembra un buon gancio per chi sogna – ma dove? – la rinascita del partito personale di Casaleggio e Grillo. Anzi, somiglia ad un imbarazzante: non so che cazzo dirvi… statemi bene e non facciamo drammi, qualunque cosa accada. Lui lo sa da un pezzo che la festa è finita e che ora si tratta eventualmente di ammorbidire quanto possibile la caduta. In questa ottica residuale deve aver pensato che in fondo è meglio governare con il Pd che sparire dal campo inseguito da manipoli di militanti ai quali piacerebbe presentare soprattutto a lui, Grillo, il conto della delusione e dell’abbandono.

Il pentastellato quasi leghista

Difendendo il governo, Grillo sta con Di Maio, che pure stima molto poco, sembra. Con Casaleggio anche, che pure non ama Grillo. Ma allora: con chi sta Di Battista? Se se l’è sentita di fare una piazzata sul destino francamente trascurabile di Paragone, vuol dire che era il momento giusto per aprire le ostilità e anche il versante giusto. A molti, il giornalista è sempre sembrato il punto più avanzato delle linee leghiste in territori cinque stelle. Quindi è un ponte verso quella casa… o, nel caso si preferisse un nuovo minestrone col cuore passionalmente a destra… ecco che Paragone, molto famoso indipendentemente dalla sua vicenda politica, potrebbe comunque tornare utile. Poi, Di Battista ha sempre avuto un debole per i giornalisti: potesse rendere esplicita fino in fondo la sua dedizione, li chiamerebbe tutti con i soprannomi usati dalle loro mamme, per farli sentire a casa loro mentre parlano con lui che ci sa fare con la stampa. Di Battista sta, a parole, con Barbara Lezzi che critica, da splendida democratica, “l’espulsione degli anticorpi”, riferendosi alla cacciata di Paragone. E neppure lei si ricorda in passato sulle barricate per difendere qualcuno dei suoi vicini colpito da analoga censura.

Chi può, rompe il silenzio e si lamenta, bada bene, sempre della stessa cosa: manca democrazia all’interno del partito, tutto è nelle mani di un uomo solo o comunque di un direttorio strettissimo che decide sopra la testa dei gruppi parlamentari. Non producesse anche grandi quantità di noia la lettura moltiplicata di un lamento vecchio quanto il M5S… e invece Di Maio giura che nel partito non sono “all’anarchia…”, offendendo la realtà, oltre che il senso più autentico dell’anarchia mentre a Torino la maggioranza in Comune perde un’altra pedina riluttante, il consigliere cinque stelle Aldo Curatella, e ora la sindaca Appendino, appesa ai numeri dopo il terzo abbandono, sa che una sua assenza per influenza può costarle la giunta.

E Fioramonti scoprì che non esiste il dissenso

Un momento: questo è solo un angolo della scena, altrove, in Parlamento, accadono altri fatti proprio in queste ore: lasciano il M5S e passano al Gruppo Misto due deputati, Nunzio Angela e Gianluca Rospi, anche loro frustrati da un regime di potere interno che tratta gli onorevoli come birilli. Il disco è sempre lo stesso, intonato spesso davanti ad uno scenario in cui brulica la vita: Paragone aveva svelato i cinque stelle non in regola con i pagamenti dovuti alla casa madre scoperchiando un caso pochissimo elegante di rendiconti non giustificati, per cui si parla ora di espulsioni di massa e i gruppi tremano. Tremano anche ai piani alti, perché qualcosa vorrà dire se Paragone, colpito dalla scomunica, ribadisce sprezzante che lui è stato cacciato “dal nulla”, e cioè da quelli che fino a cinque minuti prima erano i suoi leader. Il tono usato da Paragone in questo caso dice tutto: soprattutto che oggi quei leader si possono sbeffeggiare in pubblico senza temere nulla, che quel loro potere è svanito da un pezzo e che la loro sopravvivenza politica è legata alla durata di questo governo, a nient’altro.Ma è in atto il gioco grande: abbattere il governo, elezioni anticipate, passare all’incasso e tocca ai cinque stelle pagare la prima rata, anzi no, la prima la paga il Presidente del Consiglio, Conte, che diviene il bersaglio di uno schieramento deciso a conquistare la collina subito, comunque presto, magari ricorrendo al contributo di quei fuoriusciti cinque stelle che con la destra condividono la voglia di spazzare. Un orizzonte molto frammentato, una scena con molti focolai accende sipari di qui e di là.

Poi, c’è quella linea costante che come una corda da arrampicata ancorata al M5S in caduta, rischia ora di trascinare nella corrente anche il “padrone” di tutto, Casaleggio,al quale finalmente si fanno i conti in tasca e si misura se nei suoi atti, nelle sue presenze anche statutarie abbia operato in conflitto di interessi. E’ abbastanza evidente che non ci si sta confrontando con un quadro in crisi, ma con una situazione già esplosa, dove i personaggi si muovono tra le rovine. L’ex ministro cinque stelle, Lorenzo Fioramonti, dimissionario tra polemiche da pochi giorni, lamenta, tra quei muri divelti e davanti alla stampa che, guarda un po’, nel movimento creato da Grillo “non è ammesso il dissenso, o taci o esci”. Ce ne fosse uno, nel corso degli anni, che uscendo da lì sbatta la porta urlando che c’è troppo dibattito, che è tutto un parlare… Capita, divagando, di imbattersi in giovialoni erranti come sopravvissuti pronti a testimoniare, ora e sempre, resistenza contro il crollo del partito: “Serve una gestione democratica del movimento, il nostro leader è Beppe Grillo, per noi è come Gramsci”, commenta candido assorto il senatore Emanuele Dessì. E si capisce tutto. Anche che, dovesse implodere il M5S e cadere il governo, ecco, sembrerà strano ma non sarà stata colpa del Pd.