Cambiamenti climatici, la partita passa
attraverso la finanza

Una delle cose che più colpiscono nelle manifestazioni contro i cambiamenti climatici che hanno portato nelle piazze di tutto il mondo milioni di giovani e adolescenti, è il loro grado di consapevolezza del problema per il quale stavano manifestando. Questi ragazzi sanno benissimo quello di cui si sta parlando; conoscono il problema, le sue cause e i suoi effetti; infinitamente più della generazione dei loro genitori, che infatti sono i maggiori responsabili del modello di sviluppo e consumi che ha accelerato i cambiamenti climatici fino ad essersi mangiato il futuro dei loro figli. Se ci parlate loro vi dicono con una certa precisione anche che cosa si dovrebbe fare per tentare di fermare ed invertire questa tendenza distruttiva del pianeta: sostituire, quanto più e quanto più rapidamente possibile, quote di energia prodotta da combustibili fossili con energia ricavata da fonti rinnovabili. Forse, invece, ciò di cui sono meno consapevoli è come fare tutto ciò. Questo li potrebbe rendere più fragili e mettere a rischio il loro movimento, che invece ha la possibilità e le potenzialità di essere un movimento rivoluzionario, in grado cioè di rivoluzionare addirittura  un processo di portata planetaria che per compiersi naturalmente impiegherebbe milioni di anni. Ci sono tante cose che questo movimento può fare per cambiare la direzione intrapresa dal mondo, ma qui vorrei indicarne uno, quello decisivo. La produzione di energia dalle fonti fossili non è qualcosa di naturale; avviene, senza significative inversioni di tendenza in questi ultimi anni, solo perché la finanza mondiale continua a investire nelle imprese che operano nella filiera dei combustibili fossili. Nonostante le dichiarazioni altisonanti di fede nella sostenibilità, nel green, nell’ambiente, la finanza alimenta con enormi quantità di soldi questo settore. Ma chi è la finanza? Detta così sembra un’entità astratta, che vive di vita propria, che come un motore immobile determina l’andamento dell’universo. E invece la finanza siamo noi! I nostri soldi, che immettiamo nel circuito della finanza senza saperlo e senza domandarci che cosa succede con i nostri soldi quando entrano in banca o li investiamo in fondi azionari, misti o assicurativi. E’ da quel momento che noi diventiamo la finanza e alimentiamo il settore e il mercato dei combustibili fossili e, dunque, inneschiamo i cambiamenti climatici. Un importante studio internazionale pubblicato lo scorso mercoledì 20 marzo, il Banking on Climate Change 2019, mostra come 33 banche sistemiche (quelle to-big-to-fail che quando entrano in crisi gli Stati intervengono per salvare al fine di evitare che il loro fallimento metta a rischio l’intero sistema; e ovviamente le salvano con soldi pubblici, cioè con quelli nostri) finanziano, investendovi 1,9 trilioni di dollari dalla firma dell’accordo di Parigi nel 2015, nelle imprese dei combustibili fossili. In particolare negli ultimi due anni questi finanziamenti hanno continuato a crescere. Di questi 1,9 trilioni di dollari, ben 600 miliardi sono andati alle 100 imprese che maggiormente hanno espanso le loro attività nel settore del carbone. Nonostante il trattato sul clima di Parigi e i suoi aggiornamenti annuali avesse indicato la necessità di un’uscita rapida dal carbone e avesse stimato la necessità di investire 2,4 trilioni di dollari ogni anno fino al 2036 nelle energie rinnovabili, le grandi banche sistemiche stanno continuando a finanziare le imprese del carbone. Si tratta del rapporto più autorevole sull’argomento che valuta e aggrega i dati ufficiali di 1.800 imprese che nel mondo operano nei settori del carbone, petrolio e gas. Il Rapporto evidenzia che le quattro banche che più finanziano il settore sono americane – JPMorgan Chase, Wells Fargo, Citi e Bank of America – seguite dall’inglese Barclays, la giapponese Mitsubishi UFJ Financial Group e dalla canadese  RBC. JPMorgan da sola, dall’Accordo di Parigi ad oggi, ha finanziato per 196 miliardi di dollari il settore, il 10% del totale finanziato dalle 33 maggiori banche globali. Tutte le sei maggiori banche USA sono nella sporca dozzina delle maggiori banche del carbone, coprendo il 37% del finanziamento totale. Nella lista delle maggiori banche sistemiche che finanziano le imprese dei combustibili fossili risulta anche l’italiana Unicredit. Nessuna delle banche analizzate ha dimostrato di aver un piano per uscire dalle fossili in ottemperanza dell’obiettivo del limite di aumento medio della temperatura globale entro 1,5°C stabilito dall’Accordo di Parigi, nonostante che abbiano tutte dichiarato di sostenere tale accordo. Gran parte del sistema bancario e finanziario, anche quello minore, contribuisce ad alimentare e far crescere le imprese dei combustibili fossili, in vari modi, Spesso attraverso modalità per noi difficili da individuare o delle quali non siamo consapevoli; classicamente, ad esempi, attraverso fondi d’investimento nei quali sono presenti azioni di queste aziende. A partire da quelle di Eni, l’impresa italiana – di cui lo Stato italiano è azionista di riferimento – degli idrocarburi che, per quanto stia diversificando il proprio business entrando anche nelle rinnovabili, continua ad essere il top player italiano appunto negli idrocarburi.

Ecco allora quello che questi ragazzi consapevoli possono fare per cambiare davvero il sistema: convincere i propri genitori a disinvestire i propri soldi dalle imprese dei combustibili fossili. E’ il movimento globale per il divestment.. Si può fare; non è difficile, in fondo.

Si tratta di spostare investimenti di capitale finanziario da azioni, obbligazioni o fondi di aziende che operano nel settore del carbone e, più in generale, dei combustibili fossili, verso investimenti socialmente e ambientalmente più sostenibili.

Tecnicamente, significa “liquidare” i propri investimenti in aziende del carbone, petrolio e gas e “reinvestire” in aziende, ad esempio, dell’energia rinnovabile o dell’efficientamento energetico. E lo si fa chiedendo al proprio brocker o alla propria banca dove sono investiti i propri soldi e, nel caso, di spostarli da strumenti finanziari marroni a quelli verdi; oppure spostando il proprio conto corrente da banche che finanziano i combustibili fossili a banche etiche e sostenibili.

Il disinvestimento non è un’opera di boicottaggio, ma una scelta responsabile su come impiegare i nostri soldi: niente di radicale o eversivo, semplicemente l’esercizio di un proprio diritto, quello di disporre liberamente e consapevolmente dei nostri soldi. Certo, nel mondo dell’economia finanziarizzata, una opzione rivoluzionaria. E le rivoluzioni di oggi (come quelle di ieri, in fondo) possono partire da singoli passi in avanti, dall’impegno anche dei piccoli. Come gli azionisti critici che ingaggiano le aziende quotate per chiedere, in quanto azionisti, comportamenti ambientalmente più corretti. E’ il caso del colosso svizzero dell’estrazione del carbone, Glencore, che grazie alla pressione dei piccoli azionisti critici coordinati dalla Chiesa anglicana nella campagna Climate Action 100+ http://www.climateaction100.org/ , ha accettato di porre un tetto alle loro estrazioni ai livelli atttuali, pari a 150 milioni di tonnellate l’anno. Questo non li rende coerenti con l’Accordo di Parigi, ma è una mossa nella direzione giusta (https://valori.it/glencore-si-piega-agli-azionisti-critici-tetto-alla-produzione-di-carbone/). E, forse, anche grazie al movimento dei giovani, il clima sta davvero cambiando attorno al… clima.