Cile, la battaglia
del referendum
per archiviare Pinochet

“Covid-19 arricchisce i miliardari latinoamericani”, segnala un recente studio Oxfam. In Cile, da marzo a luglio, i super ricchi hanno aumentato il loro patrimonio del 27%, mentre il Pil affonda, -7,9% su base annuale, e la povertà aumenta, +5.7%, secondo le stime della CEPAL. Si allarga la forbice tra l’alto e il basso della società cilena, la causa principale che aveva portato in piazza milioni di persone durante gli ultimi tre mesi del 2019.

A ottobre dello scorso anno infatti, un aumento di pochi pesos del biglietto del metrò sfociò in una critica radicale del patto sociale che regge il paese, sintetizzato dallo slogan “non sono 30 pesos, sono trent’anni”. I trent’anni sono quelli del Cile democratico, un paese che ha fatto progressi incredibili, riducendo la povertà dal 38.6% al 7.8% e raggiungendo un PIL pro capite di 25mila dollari, che gli ha permesso di accedere all’esclusivo club dei paesi ricchi OCSE.

L’altra faccia della realtà

Questi dati però nascondono l’altra faccia della storia: tra i paesi OCSE, il Cile è il più diseguale, con il peggiore indice di Gini del 46%, con 543 famiglie che detengono il 10.1% della ricchezza. Mentre la maggioranza dei cileni deve gestire una enorme quantità di debiti, il 75% del reddito disponibile, maturati in un sistema dove tutto – dal supermercato all’università – si può comprare a rate.

La maggiore conquista della protesta del 2019 è stata la convocazione di un referendum che può archiviare la Costituzione adottata durante la dittatura di Pinochet. La dittatura, terminata nel 1990, ha lasciato un’impronta profonda nel Cile democratico, soprattutto attraverso il testo costituzionale. La pandemia ha rallentato il cambio, costringendo a rinviare il voto al prossimo 25 ottobre, ma non lo ha interrotto. La quarantena ha obbligato in casa una popolazione che aveva vissuto gli ultimi tre mesi del 2019 in un momento di attivismo e creatività, con manifestazioni ed assemblee che avevano coinvolto cileni di ogni età ed estrazione sociale. Chiusi in casa, i cileni, e soprattutto le cilene – il movimento femminista Ni Una Menos è uno dei motori della protesta – hanno spostato ragioni della protesta sulle reti sociali, ottenendo risultati insperati.

(La rivolta cilena vista dall’assemblea di Yungay a Santiago, sottotitoli in italiano)

Qualche settimana fa ha tremato uno dei pilastri ereditati dalla dittatura: il sistema pensionistico AFP, acronimo che sta per “gestori fondi pensione”. La pressione popolare difatti ha costretto il Parlamento ad approvare con un voto trasversale una norma inedita, che permette ai lavoratori di ritirare fino il 10% del fondo pensione. “Il sistema AFP rappresenta uno dei principali bersagli della contestazione” spiega a Plaza Dignidad Clelia Bartoli, ricercatrice ed autrice di Aqui se funda un pais, un viaggio nella ribellione cilena, un saggio sul momento costituente del paese andino. “Il sistema è integralmente autofinanziato dai lavoratori, non prevede nessuna partecipazione né da parte dei datori di lavoro, né da parte dello Stato” conclude Bartoli. I contributi, una massa di denaro equivalente all’81.7% del Pil cileno, sono gestiti da società private come fondi di investimento, una delle più grandi è l’italiana Assicurazioni Generali, che ne ricavano alti profitti ed erogano pensioni misere, la metà inferiore ai 230 dollari. Secondo Marco Kremerman, economista della Fundacion Sol, “è il momento di seppellire le AFP e costruire un modello di sicurezza sociale universale”.

Lo scontro sui fondi pensione

Dal sistema AFP curiosamente sono esclusi i militari, al cui vertice rimase Pinochet durante il primo decennio di ritorno alla democrazia, che beneficiano di pensioni fino a nove volte più alte dei cittadini comuni. Il voto per il ritiro dei fondi pensione ha un significato che va ben oltre l’economia e ha generato aspre polemiche da parte dei difensori dello status quo. Sono “i dolori del parto di una nuova democrazia che sta nascendo” ha scritto il giornalista Daniel Matamala. Le pensioni sono una delle facce della disuguaglianza che i cileni vogliono lasciarsi alle spalle con la nuova Costituzione. I dati Oxfam hanno riacceso il dibattito per riformare il fisco e superare il sistema attuale, in cui le tasse sul consumo sono quattro volte maggiori di quelle sulla rendita.
Chiusi in casa da cinque mesi i cileni sono riusciti, tra reti sociali e cacerolazos dai balconi, a tenere viva la domanda per un nuovo patto sociale. Mancano otto settimane al referendum, la battaglia politica è ogni giorno più feroce, ma il guscio sembra ormai essersi rotto: il futuro in Cile sta arrivando.