Chiusure domenicali, un’altra arma di distrazione di massa

“E’ diventata, per molti, la nuova meta domenicale. E’ il centro commerciale, un centro di aggregazione per i consumatori, ma di “isolamento sociale” per i molti lavoratori presenti, spesso precari. Dentro sfrecciano, corrono, offrono, illustrano, impacchettano, vendono, migliaia di ragazze e ragazzi. Le nuove cattedrali del consumo spesso sorgono ai margini di metropoli come Roma e Milano. Così chi lavora in tali moderne cattedrali è costretto a lunghi tragitti e le giornate lavorative durano sovente dieci ore. Quello che per altri è tempo libero (sabato, domenica, Natale, Pasqua) per loro significa attività più intensa. Dentro si accavallano – quando ci sono – decine di forme contrattuali”.

Ritrovo questa descrizione in una mia rubrica su l’Unità del 2010, poi inserita nel volume Vite Ballerine. Un’altra testimonianza racconta di un ragazzo, Pino, che lamenta un’“oppressione psicologica continua, per scopi prettamente inerenti al fatturato dell’azienda. Insomma un continuo corri, ragazzo corri…Una specie di mobbing continuo, per poter accontentare sempre più numerosi clienti, per poter arraffare incassi”.

Non è cambiato molto rispetto a otto anni fa. Semmai si è allargata la schiera dei centri commerciali e l’esercito di ragazze e ragazze impiegati in queste moderne cattedrali.

Quella del lavoro domenicale nel commercio è una questione che dura da anni. Ora è arrivato Luigi Di Maio agitando la proposta di un divieto: nei giorni festivi tutti chiusi, sia pure con turnazioni. Come al solito il vice primo ministro è stato subito stoppato dalla Lega che ha cominciato col dire che bisognerebbe esimere dal divieto i centri turistici. Ma chi potrà dire ad esempio che Milano non rappresenti anche un’attrazione turistica? Il rischio per questa ennesima fuoriuscita, per questo ennesimo pallone buttato nell’area dei social, sia quello di alimentare semplicemente un’infinita campagna elettorale, senza concludere nulla. Prima il reddito di cittadinanza, fermo non si sa dove, poi il cosiddetto decreto dignità annunciato e poi in buona misura svuotato. E via elencando, ogni giorno una nuova arma distrazione di massa.

Non è da oggi che i sindacati sollevano il problema di quel tempo di lavoro festivo. La Filcams-Cgil, il sindacato del commercio ha da tempo intrapreso una campagna sotto lo slogan “Lafestanonsivende”. Il problema vero è che bisognerebbe uscire dalle chiacchiere e affrontare la questione in tutte le sue particolarità, discutendone innanzitutto con gli interessati ovvero i lavoratori e i loro sindacati. Che non rivendicano chiusure totali, ma, come ha dichiarato Maria Grazia Gabrielli (segretaria generale Filcams Cgil) ”un limite alle aperture incontrollate sia domenicali che festive che in questi anni hanno stravolto il settore e la vita delle lavoratrici e dei lavoratori”. Riconsegnando alle istituzioni locali “la competenza, per poter definire quante e quali domeniche e con quali orari aprire e stabilire i nuovi insediamenti commerciali”.

Cosicché a me torna alla memoria un altro libro I tempi del lavoro, Rizzoli, scritto con Antonio Lettieri e un capitolo “Gli schiavi della domenica”, dove si riportavano le parole di uno studioso francese, Jean Yves Boulin, che immaginava “una nuova fase con forme diversificate d’impiego”, adattando questi settori “alle modificazioni dei ritmi individuali, sempre naturalmente adottando la via negoziale con i sindacati”.

Credo, infatti, che uno dei problemi sollevati da questa discussione nasca dal fatto che la gran parte degli “avventori” di quei luoghi, di quelle cattedrali”, è composta da famiglie operaie. Lavoratori che, per come sono organizzati i loro orari, trovano il tempo libero per le spese solo nei giorni festivi. Che trascorrono così, forse anche perché non hanno i soldi per andare, che ne so, a sciare a Saint Moritz. E forse la soluzione più avanzata sarebbe quella di una rivoluzione negli orari di tutti. Puntando sull’arma della riduzione degli orari – come predicava invano Pierre Carniti – , su una flessibilità contrattata, su un intervento nelle diverse organizzazioni del lavoro, capace di ridare diritti e dignità alle tante ragazze e ai tanti ragazzi che lavorano nei centri commerciali. E che forse più che la mancanza di una domenica libera lamentano spesso la mancanza di un contratto stabile, la mancanza di ferie assicurate, di tutele in caso di malattia, la possibilità di partecipare alla attività sindacale senza il timore di essere licenziati senza più la possibilità di un reintegro.

Molti cantori dell’aperturismo domenicale in questi giorni reclamano la libertà degli imprenditori. Perché non sono altrettanto sensibili nei confronti della libertà dei loro “dipendenti”? Che dovrebbero ad esempio essere interpellati, attraverso i loro rappresentanti, circa il modo e il come (con quali orari, con quali vantaggi economici) dedicare le proprie domeniche al lavoro.

Gigino di Maio, se vuole essere serio, cominci da qui. Alcuni commentatori lo stanno capendo. Così Dario Di Vico sul Corriere della sera (https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_11/negozi-chiusi-domenica-regole-ma-evitare-crisi-7c072a16-b524-11e8-9795-182d8d9833a0.shtml) scrive che “bisogna regolamentare l’obbligatorietà evitando abusi, occorre valorizzare la volontarietà e si possono introdurre accordi di welfare aziendale che si facciano carico delle esigenze delle famiglie dei dipendenti”.

La polemica divampa anche sui social. Gli hastag #chiusuradomenicale e #LaFestaNonSiVende imperversano. Così leggiamo: “Ridurre le aperture e definire, a livello locale, quante e quali domeniche per tornare ad un lavoro di qualità. Le liberalizzazioni non hanno creato nuova occupazione, ma solo precarietà e condizioni di lavoro sempre più difficili. #LaFestaNonSiVende”.
Mentre gli scettici annotano: “@TaniuzzaCalabra. Potete stare tranquilli, tanto ha già cambiato idea. Mò la proposta è domenica non si chiude, ma si apre a turno, al 25%. Inutili discussioni visto che questi una cosa che dicono non la portano a termine #chiusuradomenicale”. E un altro aggiunge: “@trueDariaMorgen. In pratica se va in porto sta cosa della #chiusuradomenicale e successivamente il reddito di cittadinanza (a spese anche del bonus Renzi), a me che lavorerò full time a 250/300€ in meno non mi tocca nessun bonus signor @luigidimaio? Bonus affitto? Siamo stronzi noi che lavoriamo?”.

Non mancano alcuni dirigenti politici dell’opposizione Pd che si limitano a sposare le stesse tesi delle società proprietarie dei centri commerciali. Come @Ettore_Rosato che twitta semplicemente : #chiusuradomenicale la nuova campagna di Di Maio per eliminare 40 mila posti di lavoro e rendere la vita un po’ più complicata…”.