Chi va, chi viene
e la favola del Pil

Il Pil è il prodotto “interno” lordo, ormai ne seguiamo previsione e andamento giorno giorno, non solo anno per anno. Se qualcuno emigra o immigra come si calcola la perdita o l’acquisto nella produzione di merci e servizi? La Confindustria la fa semplice. Titoloni di intere pagine dei quotidiani del 15 settembre scorso: “La fuga dei giovani all’estero è un’emorragia e costa l’1% del PIL” (Corsera), “La fuga dei cervelli costa un punto di Pil” (Repubblica), “L’emigrazione dei giovani costa un punto di Pil” (ogni anno, Sole24ore), “Fuga dei giovani all’estero costa 14 miliardi” (Messaggero). La fonte è unica (presentazione del rapporto “Le sfide della politica economica” alla presenza del ministro Padoan) ed evidentemente univoco il messaggio che si voleva lanciare con l’intervento dello stesso Presidente di Confindustria Boccia: sarebbe meglio per l’Italia che chi cresce e studia qui resti qui, altrimenti ci rimetteranno i cittadini italiani tutti, chi parte contribuisce a distruggere il capitale umano del nostro paese. Il messaggio è scorretto sul piano scientifico, tecnico, culturale, informativo. E non mi riferisco solo al tradizionale atteggiamento poco kennediano nei confronti del Pil.
Forse la colpa non sarà tutta degli studiosi e dei ricercatori che lo hanno realizzato, ma nemmeno tutta di chi ha scritto i pezzi e scelto i titoli. Sarà da leggere bene il Rapporto: collega l’emigrazione alla crescente disoccupazione giovanile, contiene dati e statistiche aggiornati, ragiona anche su altro, indica alcune proposte. Riflette, tuttavia, un approccio congiunturale, sbagliato e fuorviante sulle questioni del migrare e delle migrazioni.
Innanzitutto, i flussi sono bidirezionali e nessun calcolo “nazionale” può prescinderne. A fronte dei 260.000 giovani sotto i 40 anni “emigrati” dal 2008 al 2015, ve ne sono molti di più “immigrati”, almeno altrettanti pure laureati e qualificati (e nemmeno si verifica se la loro qualifica o laurea possa esserci subito utile). In Italia “sfruttiamo” spese per istruzione e sanità compiute altrove più di quanto altri paesi sfruttano le nostre spese. Capisco solo in parte la concorrenza fra gli stati europei, comunque se una parte di giovani italiani migra non è terribile in sé, aiutiamoli a sfoggiare all’estero il meglio di noi e a mantenere legami profondi con noi che restiamo qui. E se una parte di stranieri arriva non è pericoloso in sé, aiutiamoli a darci il meglio di loro e a sviluppare una comunità più ricca e articolata, rispettosa dei diritti di tutti e delle regole costituzionali e civili (pure quelle della “cittadinanza”).
In secondo luogo, migrare può arricchire sia chi si lascia sia chi ci accoglie, contemporaneamente o con una certa diacronia, anche in termini di Pil. Le “rimesse” sono economiche (è stato così nei secoli e in ogni continente) e culturali (le lingue, le abitudini, i cibi sono sempre più meticci, e se l’inglese ha ormai un peso trasversale anche la dieta mediterranea se l’è conquistato). E poi si parte e si torna, se ci si riesce. Non necessariamente parte la “meglio gioventù” (anche questo si è letto), non necessariamente si perde la cittadinanza italiana (molti all’estero nemmeno si iscrivono all’Aire e le statistiche non li considerano), non necessariamente si resta fuori per sempre: le interviste di accompagno ai pezzi citati sono di chi è già tornato dopo aver “imparato tanto” o di chi sta “imparando tanto” e tornerebbe immediatamente se potesse, entrambi fanno conoscere una bella Italia all’estero.
Troppa enfasi e poca scientificità, infine, nei termini. Fughe? Emorragia? Distruzione? Negli ultimi tre mesi si è prodotto un brutto salto di coscienza diffusa, una percezione distorta da paure alimentate ad arte con un’egemonia culturale di destra, complici personalità e istituzioni poco lungimiranti (a esempio sullo ius soli). C’è un impegno urgente degli studiosi e degli organi d’informazione: avere cura delle parole e dei messaggi. Non si tratta solo di opporsi a norme securitarie subalterne e pericolose, si tratta di cambiare e far cambiare atteggiamento rispetto alle migrazioni.