Chi non ha, non è. Ma la nostra storia è fatta anche di progressi

Cara Silvia, ti ringrazio intanto per la generosità della tua risposta al mio articolo, con il quale volevo solo esprimere l’idea, con un filo di ottimismo, che questo Paese, dall’unità in poi, qualche progresso abbia pur compiuto, tra arretratezze, malefatte, tentativi di ritorno al passato, rispetto ad una questione che si può riassumere nell’espressione “parità di genere” e quindi nel largo tema dei diritti. Soprattutto nel decennio ’70/’80. Nel solco peraltro di quanto indicato dalla Costituzione: “La Repubblica riconosce i diritti dell’uomo” (mi piacerebbe scrivere “della persona”), “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, sono uguali di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingue, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Non è stato così e non sarà mai così, ma passi in avanti li si potrebbero riconoscere.

Franco Basaglia, lo psichiatra che liberò i matti, cacciati dai tempi della rivoluzione francese in fondo al pozzo nero della privazione dei diritti e della discriminazione, citava spesso un semplice e chiaro detto calabrese: “Chi non ha, non è”. Chi non ha potere, chi non ha mezzi, chi non possiede nulla, non vale, non ha voce per rivendicare, non ha diritti. Sto leggendo un romanzo dimenticato, Fontamara di Ignazio Silone, scrittore perseguitato dal fascismo, non troppo amato neppure dai comunisti italiani. Si narra di un paese la cui unica risorsa era un torrentello assai scarso d’acque. Arriva un podestà fascista, che subito comanda di deviarne il corso, per irrigare così i suoi vigneti. Saranno le donne, le mogli dei “cafoni” a protestare, a battersi in piazza contro il sopruso, tra l’irrisione del podestà e dei suoi accoliti. Basterà per scatenare contro gli abitanti di Fontamara la brutalità delle camicie nere.

Chi non ha, non è. Appunto. Allora, negli anni trenta del regime fascista. Ancora oggi, ma un po’ meno. I matti hanno lasciato i manicomi (ben dopo la legge 180 peraltro approvata nel 1978, negli stessi giorni in cui venne votata la legge 194), che tuttavia qualcuno nelle legislature passate cercò per vie traverse di ripristinare. Progressi, conquiste e cambiamenti positivi fanno parte della storia come i tentativi di arretramento (mi verrebbe da ricordare qui le vicende dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori).

Potremmo conteggiare chi è più o meno discriminato, a quale gruppo, categoria, sesso, mondo, cultura, fede appartenga: matte e matti, omosessuali, “cafoni”, immigrati che raccolgono i pomodori (ai quali una larga parte del Parlamento non vorrebbe concedere alcun diritto, neppure quello ad un qualsiasi contratto di lavoro), “portatori d’handicap”… Chi altro? Magari le povere e i poveri, chi non ha una scuola, chi è debole: esistono ancora. Chi non ha madri o padri che contano. Si potrebbe aggiungere che persino le “oneste” e gli “onesti” sono discriminati in una società del malaffare. Il “merito”? Certo, una illusione, almeno per chi, come si dice, non ha santi in Paradiso.

Credo che su tutto alla fine pesi quella condizione che Franco Basaglia ricordava per i suoi matti: chi non ha, non è. Mi verrebbe anche da dire “discriminazione di classe”, attingendo ad un vocabolario forse vetusto.