Chi ha paura del Paese di Mezzo?

“Nel secolo scorso abbiamo distrutto due volte l’Europa con la guerra, ora evitiamo di farlo con l’economia”. Qualche mese prima di morire, novantacinquenne e costretto da anni su una sedia a rotelle, Helmut Schmidt, cancelliere della Repubblica federale di Germania a cavallo tra i ’70 e gli ’80, quando la “terra di mezzo” tra l’ovest e l’est consolidava la propria missione nell’Europa come si stava costruendo, parlava chiaro e non era per niente tenero non solo con il governo di Angela Merkel ma con tutto l’establishmnent politico, non esclusa la “sua” Spd.

Altrettanto duro fu, nelle sue ultime uscite pubbliche, l’altro grande vecchio della scena tedesca, il cancelliere dell’unificazione Helmut Kohl. Sui suoi pesanti giudizi sulla Misère della politica a Berlino e dintorni influiva certamente il risentimento che nutriva per la “ragazzina” che lo aveva tradito con un memorabile articolo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung in cui lo aveva liquidato come “vecchia guardia”, ma c’era qualcosa di ben più profondo e meno personale. Come Schmidt, Kohl accusava Frau Merkel e la Cdu che (con qualche riottosità) l’ha accompagnata nella sua resistibile ascesa di non essere capace di guardare lontano; di essere una dilettante del potere senz’anima, tipica esponente di quella classe di politici che guardano solo ai sondaggi sulle prossime elezioni, ben diversi dagli statisti che hanno a cuore il destino delle generazioni future.

Schmidt è morto e Kohl da anni si è ritirato in una strettissima privatezza, mentre la “ragazzina” viva, vegeta e presentissima, tenta la ventura del suo quarto cancellierato, perciò ci si può chiedere se sia giusto cominciare dai loro giudizi severi (e sicuramente prevenuti) un ragionamento sulla Germania d’oggi e sul sistema delle sue relazioni con il resto d’Europa. A me pare che i giudizi dei due Helmut colgano abbastanza bene la sostanza dei problemi che stanno sotto a quel sistema di relazioni. Anzi, forse è necessario allargare ancora il campo ed evocare altre due grandi figure del passato: Konrad Adenauer, che compì la scelta (tutt’altro che scontata) di ancorare l’appena nata Repubblica federale all’occidente rinunciando alla prospettiva della riunificazione e resistendo alle lusinghe di Mosca che lavorava per una Germania unita e neutrale, e Willy Brandt, che con la sua Ostpolitik disegnò un progetto di ricostruzione della convivenza europea di cui la Germania, o meglio, allora, le Germanie erano il fulcro e sarebbero state l’anima.

Il filo che accomuna i quattro protagonisti è il fatto di aver affrontato con determinazione il problema che da sempre caratterizza e complica i rapporti del loro paese con gli altri paesi d’Europa: la centralità della Germania, il suo peso geografico preponderante al centro del continente, inevitabilmente destinato a rivestirsi di forza economica e a divenire sbilanciamento di potere. Non c’è bisogno di ricordare quanto lo squilibrio determinato dal peso della “terra di mezzo” dalla costituzione del Reich dopo Sedan abbia condizionato come una maledizione la scena europea, trascinandola due volte in tragedia. Adenauer, che aveva l’immane compito di riscattare il paese dalla colpa del nazismo, rispose al problema della centralità tedesca in qualche modo negandolo perché rifiutò l’ipotesi di una ricostruita grande Germania nei confini del 1937 come gli veniva offerta da Stalin a condizione che fosse neutrale e scelse l’accettazione della divisione: una piccola Germania, la Repubblica federale fortemente ancorata ad ovest, nella Nato e nelle nascenti istituzioni economiche europee. Non fu una scelta facile, ma essa venne accettata dall’opinione pubblica occidentale, fu benedetta dalle classi dirigenti dei partner e per tre decenni rimase una condizione scontata per tutto l’establishment politico tedesco-occidentale, al di là delle ipocrisie, anche costituzionali, che mantenevano fermo il proposito tutto teorico della riunificazione. La Germania di Bonn aveva scelto di essere europea negando, in qualche modo, di essere tedesca.

Anche Willy Brandt rimase dentro lo schema della Germania “europea” o, forse più ancora (forte era il suo legame con l’America di Kennedy), “occidentale”. E’ su questa base che sviluppò la sua Ostpolitik, la quale mirava alla costruzione di un nuovo ordine nelle relazioni internazionali in cui non c’era alcun “Sonderweg”, percorso speciale, per la Germania e in cui l’obiettivo della “Wandel durch Annährung”, la svolta mediante l’avvicinamento, secondo la celebre definizione di Egon Bahr, presupponeva per l’appunto l’”avvicinamento” e quindi la persistenza di due stati tedeschi e di due sistemi di alleanze in Europa, divisi ma uniti nel “Pflicht zum Frieden”, l’obbligo della pace, della convivenza e della collaborazione nell’interesse dei popoli. Helmut Schmidt si collocò sulle stesse posizioni, pur se le disillusioni che seguirono la stagione della distensione avevano sostituito alle speranze le durezze del confronto est-ovest con la vertenza sui missili sulla quale si consumò una clamorosa rottura tra il cancelliere e il vecchio Brandt. In sostanza, lo scenario di una Germania “piccola” e “occidentale” era andato consolidandosi e, con Adenauer e con Schmidt, si era articolato sempre più chiaramente su un asse privilegiato con la Francia, così vicina, non solo geograficamente, alla Repubblica di Bonn mentre con Brandt tendeva ad esprimersi in una sorta di missione speciale che la collocazione al centro e soprattutto il retaggio storico, una “speciale responsabilità” per la pace attribuivano alla Germania, ma sempre “dentro” l’Europa e per certi versi “in nome” dell’Europa.

Questo schema rischiò di frantumarsi, come è ovvio, quando la crisi del “socialismo reale” portò sul proscenio la questione della riunificazione. Attenzione: ancora una volta dietro gli avvenimenti ci fu una scelta che riguardò, come nel passato, una precisa presa di posizione sulla questione della centralità. Quando il regime della Rdt si sfasciò non era necessariamente obbligata la prospettiva dell’unità tedesca. Nelle convulse settimane dopo la caduta del Muro di Berlino molti ritenevano che fosse possibile, e auspicabile, una trasformazione democratica nella Germania orientale che avrebbe potuto portare alla fine a una confederazione tra i due stati tedeschi, i quali avrebbero continuato ad esistere in un assetto europeo risistemato nello spirito che era stato della distensione. Questa via possibile si chiuse rapidamente non soltanto perché ci fu una immediata, forte deriva dell’opinione pubblica orientale verso l’unificazione con la Repubblica federale, ma anche per una scelta precisa, meditata, dell’establishment occidentale. Il momento topico di questa scelta fu la grande manifestazione organizzata nel dicembre dell’89 a Dresda nella quale, davanti a Helmut Kohl, gli striscioni e gli slogan che avevano contraddistinto l’opposizione al regime di Honecker, “Wir sind das Volk”, il popolo siamo noi, vennero convertiti in “Wir sind ein Volk”, siamo un (solo) popolo. Quegli slogan qualcuno li aveva suggeriti e gli striscioni qualcuno li aveva scritti con un intento di egemonia politica, pur se in quel momento esprimevano probabilmente la volontà di una stragrande maggioranza dei cittadini dell’est. Da quel momento la riunificazione diventò una strada obbligata che sarebbe stata percorsa con una fino ad allora impensabile velocità.

Anche in questo caso, dunque, ci troviamo di fronte a una scelta che viene compiuta consapevolmente: la “piccola Germania” viene inevitabilmente sacrificata nella ritrovata unità e con la Repubblica di Bonn scomparirà, molto rapidamente, non tanto un assetto istituzionale politico, giacché l’unificazione avviene nella forma dell’annessione (secondo l’articolo 21 della Costituzione provvisoria della Rfg), ma piuttosto una cultura, un modo d’essere, la percezione di sé nel contesto dei rapporti internazionali. D’ora in poi la questione della centralità della “terra di mezzo” si riaprirà per tutti, non solo per i tedeschi. Noi a posteriori siamo abituati a considerare normale e scontato il processo che portò al nuovo ordine europeo con la Germania riunita, ma esso non lo fu affatto. Allora furono compiuti atti tutt’altro che obbligati o semplici. Kohl, per esempio, esitò a lungo prima di accettare la rinuncia alla rivendicazione dei confini del Reich del 1937, che avrebbe aperto un contenzioso infinito con i polacchi, mentre tutto l’est e forti settori della Cdu e dell’establishment economico civettarono apertamente con l’ipotesi di un Sonderweg che avrebbe dovuto allentare molto, se non annullare, i legami della nuova Germania con Bruxelles e anche con Washington, creando uno spazio aperto verso oriente. Una riedizione democratica e pacifica, per così dire, del Drang nach Osten perseguito non più con la demografia o con le armate in marcia ma con le industrie e le banche. Queste tendenze furono superate e nell’estate del ’90 andò disegnandosi lo scenario di una Germania ridiventata grande ma comunque saldissimamente ancorata all’occidente: alla Comunità europea (che però si riteneva che sarebbe inevitabilmente cambiata), alla Nato, all’ alleanza con gli Usa. Nella determinazione di questo riassetto fu decisivo, come si sa, il ruolo di Michail Gorbaciov e dell’intesa, anche umana, che si stabilì tra lui e Kohl. Il fatto che l’occidente e la Nato abbiano poi ignorato o tradito le garanzie che il capo dell’Urss aveva chiesto e ottenuto allora perché la nuova Germania, “grossa” e “occidentale”, fosse bilanciata dalla rinuncia di Washington e dei suoi partner a un sistema di alleanze militari potenzialmente minaccioso per Mosca è uno dei motivi delle forti difficoltà che si manifestano ancor oggi nei rapporti con la Russia, soprattutto ma non solo in relazione alla crisi ucraina. Difficoltà che Berlino sente ben più profondamente che i suoi partner occidentali e alle quali risponde con un ondivago alternarsi di aperture e irrigidimenti.

Insomma, un dato appare evidente: nella storia post-bellica del “paese di mezzo”, dalla nascita della Repubblica federale alla riunificazione tedesca, la percezione del destino epocale della centralità tedesca, fortuna e sfortuna per gli abitanti di quella parte d’Europa dal Medio Evo in poi, risorsa ma anche condanna, è stata sempre presente nella consapevolezza delle classi dirigenti del dopoguerra, insieme con la consapevolezza della speciale responsabilità che il passato nazista ha fatto calare sulla Germania. L’una e l’altra sono state sempre ben chiare alla coscienza delle élites dirigenti e sono state il retroterra di scelte politiche precise e determinate.

Ma bisogna chiedersi se sia così ancor oggi. L’impressione è che ci siano buoni motivi per dubitarne e forse proprio in questa differenza dal passato, in questa in-coscienza, albergano le più profonde ragioni della evidentissima crisi dei rapporti tra la Germania, con l’eterogeneo e provvisorio blocco di paesi che si schierano con essa, e il resto d’Europa, non solo i paesi “deboli” del “fronte dei debiti”, ma anche la Francia e, per certi versi, la Gran Bretagna, anche prima della Brexit.

Recentemente, in un duro j’accuse rivolto al governo di Angela Merkel per l’ “atto punitivo” imposto nei confronti della Grecia, il filosofo Jürgen Habermas ha sostenuto che minacciando Atene la Germania “si è posta senza vergogna come la responsabile della disciplina europea e per la prima volta ha apertamente rivendicato l’egemonia in Europa”. “Per la prima volta” in questo dopoguerra, s’intende. Con il suo “gioco d’azzardo”, condiviso dai socialdemocratici, la dirigenza di Berlino ha dato vita a una cinica affermazione di potenza, “vestita di morale” dal superduro Wolfgang Schäuble, devastante sugli effetti dello sforzo di intere generazioni per ricostituire la reputazione di civiltà e ragionevolezza distrutta dai crimini nazisti. In questo – sostiene ancora il filosofo tedesco – la Repubblica di Berlino ha proposto di nuovo un modello di “egemonia solitaria”.

C’è chi ha contestato questa accusa di spirito (neo)egemonico attribuito da Habermas alla Germania di Frau Merkel e Herr Schäuble, sostenendo che la sostanza del problema è, in realtà, esattamente l’opposto: al di là delle apparenze, la ragione della crisi sta nel fatto che Germania di oggi è incapace proprio di esercitare una egemonia, ovvero di tradurre la sua notevole forza economica e il peso della propria centralità in una capacità di traino della politica e della crescita di tutta l’Europa. La Germania non sa più essere la locomotiva che fu. Fa una politica “prepotente”, ma non egemonica.

Per certi versi appare evidente che la politica economica di Berlino è stata a lungo, diciamo dai tempi della cancelleria di Gerhard Schröder in poi, orientata proprio sul rifiuto di rendere al paese il ruolo di locomotiva economica del continente. Il peso della domanda interna è stato compresso, mantenendo un basso livello dei salari, mentre è stata data via libera alle esportazioni, fino al punto da creare uno squilibrio passibile di sanzioni da parte degli organismi di controllo europei. Qualche correzione, che era stata considerata con simpatia da Bruxelles e dai partner, si era delineata in coincidenza con le trattative per la formazione della grosse Koalition attuale, per esempio con gli accordi sul salario minimo garantito e sui piani di investimenti, ma poi le aperture sono rapidamente rientrate. Anche, forse, per gli errori dei partner, visto che i governi italiano e francese si sono arroccati sull’idea che l’asfissiante disciplina di bilancio potesse essere superata semplicemente con “flessibilità” e concessioni da parte delle istituzioni internazionali e dei paesi forti e non piuttosto con un radicale mutamento di indirizzi a Bruxelles e nelle cancellerie. Un errore anche tattico, che ha finito per rafforzare a Berlino e dintorni le posizioni di chi esclude ogni possibilità di flessibilizzazione dei parametri e tende a considerare lo schema debito-risanamento finanziario l’unico parametro su cui giudicare interessi e politiche e, di fatto, la possibilità stessa di sopravvivenza dell’euro e della stessa Unione europea. Agli osservatori più attenti non sfugge che la prevalenza dei rigoristi di bilancio non è assoluta, che c’è, molto più tra gli specialisti dell’economia e nelle élites dirigenti che nell’opinione pubblica, una certa remora a schiacciare tutta la questione europea sul criterio del debito e l’idea che in qualche modo sia necessario riprendere il filo di una maggiore integrazione e porsi almeno il proposito dell’Europa politica. I contrasti che di tanto in tanto vengono alla luce, per esempio tra Schäuble e la cancelliera, hanno probabilmente questa radice, ma non c’è dubbio che le aperture trovano un confine invalicabile nel rifiuto di ogni ipotesi di comunitarizzazione del debito, tabù che resiste tetragono perché è fortemente radicato nell’opinione pubblica. Ecco dunque che sul piano europeo la Germania pare in qualche modo condannata a fare una politica economica molto “egoista”. O, per dirla in un altro modo, molto aderente al proprio sistema interno di valori e di cultura: la tendenza, talvolta davvero paradossale, a considerare l’inflazione come il nemico peggiore anche in tempi di deflazione e di recessione, l’obbligo assoluto del pareggio di bilancio, l’ossessione per la correttezza dello schema del dare ed avere pubblico, esplicitato nella arcinota coincidenza semantica tra “debito” e “colpa” tanto abusata dai commentatori, il sospetto animoso radicato nella pancia dell’opinione pubblica nei confronti dei paesi della Dolce Vita, dove fioriscono indifferentemente limoni e debiti.

Si tratta di tendenze e propensioni che, come vanno ripetendo da tempo molti degli esperti di economia, anche negli istituti ufficialissimi dei “cinque saggi” che hanno il compito istituzionale di elargire consigli al governo, a lungo andare finiranno per indebolire la stessa economia della Repubblica federale, anche se si volesse considerarla in sé, isolandola, come se fosse possibile, dal sistema di relazioni con i partner. Ma per ora nessuno pare preoccuparsi del futuro e dei rischi di isolamento. Sotto il profilo dell’economia il paese appare ripiegato su se stesso e molto restio a “guardarsi” nel più ampio quadro europeo. Non hanno suscitato particolari preoccupazioni neppure i rilievi allarmati degli specialisti che hanno denunciato il crescente squilibrio nell’andamento delle esportazioni, volte sempre meno ai mercati europei e sempre più ai mercati extracontinentali, più allettanti ma anche più volatili.

Insomma, a considerarla dal punto di vista dell’economia, la Germania di oggi non esercita affatto egemonia in Europa. E’ prepotente, certo, nell’imporre le proprie istanze ma lo fa con uno spirito, per così dire, difensivo. Non per “guidare” l’Europa, ma per proteggere la propria posizione e i propri vantaggi, come l’esistenza di un welfare in casa propria ancora abbastanza generoso e che non risponde affatto ai criteri di austerity, tagli, risparmi e spending review che vengono prescritti agli altri, anche ai poverissimi greci. Nonché, e non è certo l’ultima delle motivazioni pur se se ne parla il meno possibile, per salvaguardare gli interessi delle proprie banche. E’ una Germania apparentemente “troppo forte”, ma paradossalmente ancora legata a quel suo destino di gigante economico e nano politico su cui apparve schiacciata per decenni. E con un rischio che la insidia da dentro: la mancanza di progressi nell’integrazione con l’economia degli altri paesi, cioè la mancanza di progressi delle politiche e delle istituzioni europee, tende ad indebolire in prospettiva anche il gigante apparentemente in salute. Nella grande crisi del debito pubblico nella quale stiamo tutti vivendo non è che la Repubblica federale navighi tranquillissima. Il debito tedesco in termini assoluti è quasi uguale a quello italiano e in rapporto al Pil è, intorno al 78%, ben al di sopra della soglia del 60% il cui superamento imporrebbe, almeno in teoria, le dure misure del Fiscal compact.

Per mettere un po’ d’ordine in queste note, a me pare che il discorso sulla “egemonia tedesca” vada chiarito. Se si intende come capacità di guida continentale essa non solo essa non esiste, ma proprio la sua mancanza costituisce il grande problema dell’Europa. Tutti gli europei avrebbero da guadagnare se i dirigenti politici di Berlino smettessero di guardare solo alle prossime elezioni, chiudessero le orecchie alle ragioni dei grandi banchieri, mettessero mano a riforme di regolamentazione e moralizzazione dei mercati invece di pensare solo alla disciplina dei bilanci e si mettessero alla guida di una iniziativa per la riforma delle istituzioni con più politiche comuni, più cessioni di sovranità e soprattutto maggiore rispetto della democrazia, nel senso che più volte è stato indicato dalla Corte costituzionale tedesca lamentando i processi di sottrazione delle decisioni economiche ai controlli parlamentari. L’egemonia “cattiva” che viene esercitata adesso è invece quella che si sostanzia nel pessimo connubio tra la fissità tutta ideologica del monetarismo che la destra in Europa è riuscita ad imporre fino a farne diventare campioni i dirigenti di un paese che, come la Germania, ha avuto anche nelle componenti di centro e di destra ben altre tendenze nel proprio bagaglio storico, e i vizi tutti tedeschi che prosperano nell’opinione pubblica e nella sua bassa cultura e che citavamo sopra. Vizi che hanno radici storiche, certamente, pure se è abbastanza inspiegabile perché nell’opinione tedesca abbia ancora tanto peso psicologico lo spauracchio della Grande Inflazione degli anni Venti e non lo abbiano invece i ricordi, che dovrebbero essere altrettanto spaventosi, della Grande Recessione innescata all’inizio degli anni ’30 dalla durissima politica di austerity del cancelliere Heinrich Brüning nei mesi immediatamente precedenti l’avvento di Hitler. Una politica maledettamente simile a quella imposta alla Grecia.

Il discorso sull’”egemonia tedesca” andrebbe insomma rimesso sui piedi. Non solo per evitare che si approfondiscano preconcetti, stereotipi, nazionalismi beceri di cui si colgono molti inquietanti segnali, ma anche e soprattutto perché è necessario comprendere la vera natura del conflitto aperto oggi nell’Unione europea. Un conflitto di strategie economiche: una esistente, imposta dall’egemonia culturale del neoliberismo cui la sinistra europea non ha saputo opporre granché, l’altra possibile, fondata sul recupero dei valori fondanti della costruzione europea: la solidarietà, il governo dell’economia, la democraticità delle scelte economiche, la regolamentazione dei mercati finanziari contro piraterie e speculazione. Di una Germania “grossa” e “troppo potente” gli europei non dovrebbero aver paura. Della Germania di Schäuble sì.