Ce la farà la macchina
pubblica a gestire
il Next Generation EU?

Anche una questione seria, come quella del Next Generation e dei progetti che l’Italia deve presentare all’UE, rischia di essere sommersa dal chiacchiericcio politicista dei talk-show nostrani – sempre più scontati e prevedibili, tranne qualche sporadica eccezione. In molti casi, si procede per puro “sentito dire”, e molti pontificano senza nemmeno prendersi la briga di informarsi adeguatamente su come stanno procedendo le cose: ad esempio, a proposito del presunto “ritardo” dell’Italia nell’elaborazione di questo Piano.

Qualche sera fa, nel programma condotto da Lilli Gruber, era ospite il vice-segretario del PD Orlando: tra tante domande inutili e continue interruzioni, Orlando a un certo punto è riuscito a dire una cosa importante, che meritava di essere approfondita (come, puntualmente, non è accaduto nel corso della trasmissione), a proposito della “cabina di regia” sul Next Generation: “non è pensabile”, ha detto pressappoco Orlando, “che la gestione di questo piano sia affidato alle mani di giuristi, avvocati e consiglieri di stato: occorrono – oltre che economisti – ingegneri, urbanisti, sociologi… e occorre coinvolgere le tecnostrutture manageriali delle maggiori aziende italiane” (non a caso, per fortuna, – aggiungo io – ancora in mano allo Stato: Eni, Enel, ecc…). Quale il senso di questa affermazione e cosa implica?

Regia politica e super-manager

Possiamo distinguere due aspetti. Il primo è quello più direttamente e immediatamente politico, e se ne comprende la portata alla luce delle notizie che, il giorno dopo, sono apparse sui giornali: un accordo nella maggioranza, in base al quale dovrebbe esserci una “cabina di regia” politica (con Conte, e i ministri Gualtieri e Patuanelli), mentre tutta la partita dei rapporti con l’Ue sarà gestita dal CIAE (comitato interministeriale per gli affari europei), coordinato dal ministro Enzo Amendola: un organismo – previsto da leggi da tempo in vigore – che già da diverse settimane sta lavorando alla stesura del Piano, raccogliendo i progetti presentati dai vari ministeri e selezionandoli sulla base delle priorità indicate dalla commissione Europea.

giuseppe conteFin qui si rientra nella normalità, potremmo dire; ma ci sarebbero alcune novità: la nomina di sei super-manager (possiamo dedurre che sono proprio sei, in quanto sei sono gli assi programmatici indicati dall’Europa – Green Deal, digitale, ecc.), a cui affidare la gestione dei progetti, prevedendo che ciascuno di essi si possa giovare di una struttura di supporto con adeguato personale, e che siano previsti anche “poteri sostitutivi” per questi manager, nei casi in cui il “soggetto attuatore” si riveli inadempiente. Il tutto dovrebbe essere formalizzato con uno specifico emendamento da inserire nella legge di stabilità.

Non dunque una “task force” consultiva, ma una struttura con una propria base normativa, in grado di decidere e gestire. Vedremo, naturalmente, come questa soluzione prenderà forma; ma intanto si può dire che la battuta di Orlando “tradiva”, per così dire, una trattativa in corso, ma soprattutto esprimeva una preoccupazione sacrosanta: che la gestione del futuro Piano (e dei relativi finanziamenti) sia, politicamente, chiaramente attribuibile al governo nel suo insieme, ma che sia anche affidata ad agenzie tecniche e burocratiche all’altezza del compito. E qui, come si suol dire, casca l’asino…

E veniamo così al secondo aspetto, implicito nelle parole di Orlando: mettendo nel mirino “giuristi e consiglieri di stato”, e richiamando la necessità di coinvolgere altri “specialismi” disciplinari, si indica un nodo cruciale e altamente problematico dell’attuale condizione della macchina pubblica del nostro paese: ossia, l’egemonia, (ma si potrebbe anche dire, l’ipertrofia) della cultura giuridica. Una cultura che mette al centro il rispetto formale della norma, ma poco o nulla ha da dire sui tanti altri aspetti di una policy: obiettivi, strumenti attuativi, gestione, monitoraggio. Insomma, tutte quelle fasi del “ciclo di vita” di una politica pubblica, che non sono certo riducibili al momento iniziale in cui si scrive e si appronta una “legge”.

Beninteso, nessuno vuole a fare a meno, nella Pubblica Amministrazione, di bravi giuristi, anzi: persone che sappiano scrivere una legge o una delibera sono essenziali (e spesso se ne nota la mancanza): ma è evidente che, per la costruzione di un grande progetto di investimenti pubblici, occorre altro, e occorrono altre competenze.

Burocrazia: troppa o troppo poca?

Insomma, la parole di Orlando segnalano un gigantesco problema: l’assenza di capacità gestionali e progettuali della Pubblica amministrazione, una drammatica carenza che rischia di rendere inutile la valanga di soldi che dovrebbe arrivare dall’Europa. Si possono fare anche bellissimi progetti: ma poi chi li gestisce? Ci sono, nelle amministrazioni pubbliche, competenze e professionalità in grado di seguire l’iter realizzativo, capire i problemi, controllare i tempi e la qualità della realizzazione di un progetto?

La cosa non riguarda solo i “piani alti” della P.A., – i gabinetti ministeriali o gli uffici di Palazzo Chigi: riguarda drammaticamente anche tutta la macchina amministrativa. Un solo esempio: tutti concordano che, per la ripresa degli investimenti pubblici, sono essenziali anche le “piccole opere”: edilizia scolastica, risanamento idrogeologico, ecc. Opere che non possono essere gestite da un “centro” onnisciente e onnipotente, ma che devono essere affidate alle strutture decentrate della P.A. e ai Comuni in particolare. Ebbene, quanti sono nei Comuni le persone in grado di organizzare e gestire una semplice gara, in grado di destreggiarsi tra i codicilli del Codice degli Appalti? E quante sono le persone che possono essere messe a lavorare su queste cose? Quanti geologi, ad esempio, lavorano nella P.A., in grado di controllare il dissesto idrogeologico e di programmarne il risanamento? E’ solo colpa della “burocrazia” o delle norme, o non piuttosto della carenza di personale qualificato, dello svuotamento e dell’invecchiamento della P.A. (tema su cui finalmente qualcosa si sta scrivendo: si veda ad esempio un’inchiesta di Gian Antonio Stella sul Corriere)?

Pare che il governo voglia mettere nella nuova legge di stabilità un po’ di risorse per la ripresa delle assunzioni nella P.A.: bene, ma esiste un piano, ci sono degli orientamenti, per cercare le professionalità che davvero servono?

Nel profluvio di chiacchiere inutili che ci hanno accompagnato in questi mesi, quanto volte abbiamo sentito ripetere la solfa che in Italia c’è troppo “burocrazia”? Forse è il momento di cominciare a rovesciare i luoghi comuni: ne abbiamo troppo poca, di “burocrazia”, – naturalmente, una burocrazia solida, vera e competente, a tutti i livelli. Altra cosa è la superfetazione normativa che ci affligge: ma che nasce però anche da un dato strutturale, e di lungo periodo, che caratterizza la società italiana: il basso livello di “capitale sociale”, il che vuol dire assenza di fiducia nelle relazioni tra i cittadini e le istituzioni. Non ci si fida degli altri, e dunque si affida alla “legge” il controllo dei comportamenti sociali. Da qui una condizione diffusa, per cui chi lavora nella P.A. si preoccupa spesso soprattutto di “rispettare” la norma, di essere assolutamente “coperto” dal punto di vista della responsabilità, di difendersi dal Tar di turno, dai ricorsi e dai contenziosi sempre in agguato.

Quanto al Next Generation, vedremo se l’idea di una struttura centrale, guidata dalla politica e articolata sulla base di competenze manageriali, andrà in porto e si rivelerà efficace: il fatto stesso che se ne parli, e che se ne senta l’esigenza, dimostra che l’attuale macchina amministrativa, ai “piani alti” e ai “piani bassi”, è giudicata inadeguata e impreparata. Roosevelt, quando inventò il New Deal, creò una serie di agenzie federali, come la Public Works Administration, o la Tennessee Valley Authority. Modelli ovviamente irripetibili, oggi; ci accontentiamo di molto meno… ma analogo è il problema che abbiamo di fronte: riuscirà la macchina pubblica italiana a progettare e gestire la mole di investimenti che sono necessari?