Chi (e con chi) governerà a Berlino

Pur se la cosa potrà non piacere a qualcuno dalle nostre parti, la sera delle elezioni in Germania non si saprà già chi governerà. D’altronde, sono esattamente sessant’anni che funziona così: nella Repubblica federale per fare un governo occorre fare una coalizione, per fare una coalizione occorre fare delle trattative e le trattative possono essere lunghe e difficili. All’inizio di questa legislatura, quattro anni fa, durarono da fine settembre alla vigilia di Natale prima che la CDU/CSU e la SPD arrivassero a dar vita alla groβe Koalition.
Che cosa succederà stavolta? Nessuno lo sa al momento, anche perché il panorama politico dovrebbe essere più complicato, con il probabile ingresso al Bundestag di un sesto partito, quello degli estremisti di destra di Alternative für Deutschland, e l’altrettanto probabile ritorno del quinto, quello dei liberali della FDP, che hanno saltato un turno avendo fallito, nel 2013, il superamento della soglia fatidica del 5%. Sulla carta le coalizioni possibili sono molte, quelle probabili, ovvero quelle politicamente sensate, sono meno. Vediamole e, visto che alla fin fine le coalizioni si fanno sulla base di scelte politiche di programma (almeno in Germania), cerchiamo di capire quali saranno le posizioni che si confronteranno nei diversi, possibili negoziati.
Poiché è opinione comune, confortata dai sondaggi, che la CDU/CSU guidata da Angela Merkel uscirà dalle urne come il partito che ha ottenuto più voti, cominciamo dalle ipotesi di coalizioni guidate dai due partiti democristiani. Con l’avvertenza che la sintesi che tiene legati i due partiti dell’Unione (Christlich-Demokratische Union più la bavarese Christlich-Soziale Union) è un poco arbitraria, giacché spesso e volentieri i due partiti hanno opinioni diverse, in genere un po’ più a destra quelle dei bavaresi.
Prima ipotesi: riedizione della groβe Koalition. In questo caso le trattative tra le delegazioni guidate da Angela Merkel e dal candidato alla cancelleria della Spd Martin Schulz potrebbero essere anche più complicate di quelle che la stessa Merkel nel 2013 condusse per tre mesi con il leader socialdemocratico di allora Peer Steinbrück. Allora la cancelliera era quasi obbligata a cercare un accordo perché non c’erano alternative. Dopo il 24 settembre l’alternativa da far pesare sul tavolo dovrebbe esserci: un’alleanza con i liberali tornati in parlamento. D’altra parte, però, proprio il rischio della svolta a destra che si potrebbe profilare, soprattutto in materia economica, dovrebbe rendere più duri i socialdemocratici, cui non mancherebbe qualche margine di manovra nelle divisioni che esistono nel campo dell’Unione, con Frau Merkel alle prese con una non indifferente (e non taciturna) fronda di destra.
Vediamo come si confronterebbero le posizioni sui principali capitoli del negoziato. In materia economica e fiscale l’Unione propone nel programma un taglio delle tasse di 15 miliardi, rifiuta ogni ipotesi di imposta speciale sui redditi più alti e chiede una rafforzata disciplina di bilancio, con aumenti di spese solo per la ricerca pubblica e i fondi di sviluppo. Anche la SPD vuole un taglio delle tasse, ma solo di dieci miliardi e propone una supertassa sui redditi superiori ai 250 mila euro. In fatto di spesa pubblica occorrerebbe una spinta sulle infrastrutture, sull’assistenza all’infanzia e sull’edilizia pubblica. I socialdemocratici vogliono inoltre sostegni ai redditi più bassi e una legislazione del lavoro che scoraggi la precarietà dei contratti.
Sull’euro e la politica europea la CDU/CSU rifiuta assolutamente ogni ipotesi di condivisione europea del debito, è contraria all’uscita dall’euro dei paesi in difficoltà e, almeno secondo le indicazioni della cancelliera, è pronta a discutere della creazione di un bilancio comune dell’eurozona, ma esclude indebolimenti del fiscal compact. L’Unione sostiene inoltre, con qualche mal di pancia, i fondi di salvaguardia comuni. Nessun parere sulla continuazione o meno del quantitative easing della BCE. La SPD tace pudicamente sulla condivisione del debito (un tempo era favorevole agli eurobonds), vuole il mantenimento di tutti paesi che ne fanno parte nell’area dell’euro e raccomanda una ragionevole disciplina di bilancio non escludendo una ridiscussione del fiscal compact.
Sulle spese per la difesa la CDU/CSU vuole incrementi fino al raggiungimento del 2% del Pil indicato dalla NATO per il 2024. La SPD è contraria e chiede che gli aumenti per le spese militari non siano superiori a quelli per gli aiuti allo sviluppo.
Sull’immigrazione la CDU/CSU vuole che il numero dei rifugiati sia mantenuto a un livello “stabilmente basso”, se necessario con più rapidi rimpatri di chi non ha diritto all’asilo. La SPD vuole che sia ribadito il carattere “intoccabile” del diritto di asilo ma non esclude in linea di principio rimpatri e controlli alle frontiere europee. I socialdemocratici sono per una politica più liberale in fatto di ricongiungimenti familiari.
Su energia e clima ambedue le parti vogliono il rispetto dell’accordo di Parigi. La CDU/CSU chiede tempi più lunghi per l’abolizione della produzione di elettricità con il carbone. La SPD vuole l’abolizione rapida della produzione a carbone e “modelli alternativi” basati sulle energie rinnovabili.
In politica estera sia la CDU/CSU che la SPD ribadiscono il carattere strategico dell’alleanza con gli USA, ma i partiti dell’Unione riconoscono che con Trump alla Casa Bianca i partner d’oltre Atlantico sono diventati “meno affidabili”, mentre la SPD ritiene che contro le distorsioni della politica commerciale da parte americana, l’Unione europea debba adottare appropriate contromisure. Quanto ai rapporti con la Russia, l’Unione è per il mantenimento delle sanzioni contro Mosca finché non verrà rispettato il cessate il fuoco nell’Ucraina orientale, mentre i socialdemocratici sono per un alleggerimento man mano che i negoziati fanno progressi. Differenze anche sulla Turchia di Erdogan: la SPD è pronta a chiedere la chiusura dei negoziati per l’adesione alla UE.
Veniamo al secondo possibile modello di coalizione, quello tra CDU/CSU e FDP. In passato questo modello è stato adottato ben 10 volte, l’ultima nella legislatura 2009-2013, ma un evidente sbilanciamento dei liberali guidati da Christian Lindner verso la destra rende abbastanza complicata stavolta la prospettiva dei negoziati. Delle posizioni dell’Unione abbiamo già detto, quanto ai liberali in materia di politica economica e fiscale prevedono tagli alle tasse per 30 miliardi (il doppio rispetto all’Unione) e facilitazioni alle imprese. Sull’euro, la FDP, diversamente dal partito di Frau Merkel, prevede la possibilità di uscire da parte dei paesi deboli, contrasta la linea dei fondi comuni di garanzia ed è apertamente contraria a interventi della BCE sui tassi. Le spese per la difesa andrebbero collegate a quelle per gli aiuti allo sviluppo e insieme dovrebbero salire al 3% del Pil. Sull’immigrazione non ci sono particolari divergenze, mentre in politica estera le posizioni sono abbastanza lontane. I liberali difendono il libero commercio internazionale ma non sono pregiudizialmente contrari a Trump; sono per il mantenimento delle sanzioni a Mosca non solo sull’Ucraina, ma anche sulla Crimea. Le divergenze più difficili da conciliare sarebbero sulla politica energetica. La FDP chiede l’abolizione dei sussidi per le fonti alternative e una modifica della tassazione che ora favorisce le energie rinnovabili.
Soprattutto quest’ultimo punto rende molto improbabile un altro scenario numericamente possibile: una coalizione “Jamaica”, cosiddetta perché composta con i colori della bandiera di quel paese: nero (CDU/CSU), giallo (FDP) e verde (Verdi). Le posizioni dei Grüne sono infatti così distanti da quelle dei liberali nuova versione da rendere molto improbabile un’alleanza che pure in passato non era stata considerata impossibile. In materia fiscale i Verdi propongono una supertassa sui redditi alti (in passato era stata indicata la soglia dei 100 mila euro) e sull’Europa non sono contrari in linea di principio agli eurobond o altre forme di condivisione del debito. Chiedono la fine della politica di austerity e non escludono la rinegoziazione del fiscal compact. Rifiutano aumenti di spese per la difesa e chiedono una riconversione verso forme di prevenzioni delle crisi internazionali. Di fronte alla crisi dei rapporti Europa-Usa con Trump suggeriscono forme di collaborazione con in singoli stati dell’Unione americana e con la società civile. Sono per il mantenimento delle sanzioni alla Russia e per una politica più ferma nei confronti del regime di Erdogan. Sull’immigrazione reclamano una politica più liberale sul diritto di asilo e ai rimpatri obbligatori preferiscono gli incentivi per i rimpatri volontari. Sulla politica energetica chiedono l’introduzione della carbon-tax, ulteriori agevolazioni per i produttori che usano fonti rinnovabili e l’abbandono totale dei motori a combustione delle auto entro il 2030.
Meno impensabile, ma comunque abbastanza complicata da negoziare, sarebbe una coalizione nero-verde, di cui esistono esperienze a livello locale, mentre appare del tutto improbabile, perché estranea allo spirito pubblico e alle tradizioni politiche della Repubblica federale un monocolore democristiano di minoranza che si regga su un gioco di astensioni. Va notato, a questo proposito, che, come tutti gli altri leader di partito, Angela Merkel ha escluso formalmente ogni ipotesi di intesa, anche sotto banco, con gli estremisti di AfD. La destra xenofoba, come accade in Francia, nei Paesi Bassi, in Belgio e in altri paesi (non purtroppo in Italia) sono del tutto isolati in Germania e fuori dal gioco politico.
La SPD, stando ai sondaggi della vigilia, ha meno chances di formare una coalizione a sua guida. La formula “semaforo” (rosso SPD, giallo FDP e verde) è improponibile dopo la svolta a destra della FDP. Quella rosso-verde ha un brillante passato, con i governi federali di Gerhard Schröder cancelliere e Joschka Fischer ministro degli Esteri degli anni intorno al cambio del secolo, e funziona nel governo di diversi Länder ma è alquanto difficile che i due partiti insieme possano avere la maggioranza necessaria. Potrebbero averla, la maggioranza, se allargassero l’alleanza anche alla Linke, la sinistra più radicale, nella formula cosiddetta rosso-rosso-verde. Coalizioni di questo tipo sono state sperimentate in diverse località soprattutto (ma non solo) nella Germania dell’est, anche a livello di Land. Pure il Land di Berlino ha avuto, in passato, un governo rosso-rosso-verde che non ha demeritato. Il candidato cancelliere socialdemocratico Martin Schulz, nonostante venga continuamente incalzato (anche da Frau Merkel nel recente dibattito televisivo) si è rifiutato in questa campagna di escludere in linea di principio accordi di governo con la Linke. Ma l’impressione è che lo faccia più per mantenersi un margine di trattativa che per convinzione. Eppure, sul piano dei programmi le posizioni della SPD e della Linke sono lontane ma non irrimediabilmente inconciliabili. La sinistra propone una politica economica e fiscale di perequazione sociale, con una tassazione più severa (fino al 75%) dei redditi alti, un aumento dei salari e una legislazione meno corriva alla precarizzazione dei rapporti di lavoro. Sostiene inoltre la necessità di aumentare la partecipazione pubblica nelle banche. Sull’Europa, abbandonate certe posizioni antieuropeiste del passato, la Linke è a favore di forme di condivisione del debito ed è contraria al fiscal compact e alle imposizioni della troika. Chiede anche l’apertura di un processo di democratizzazione dell’eurozona, con il coinvolgimento nei processi decisionali dei parlamenti nazionali: un’istanza che comincia ad avere seguito in diversi ambienti della sinistra europeista. Più lontane le posizioni sulla politica estera e di difesa. La Linke chiede l’abbattimento delle spese militari e il ritiro dei soldati tedeschi dalle missioni internazionali e vuole la chiusura delle basi Usa in Germania, a cominciare da quelle che hanno dotazione nucleare. Sugli emigrati chiede una politica di accoglienza più generosa e rifiuta la pratica dei rimpatri.
Una trattativa tra la SPD, i Verdi e la Linke sarebbe, sul piano dei programmi, complicata ma non impossibile. È molto difficile, però, che vengano superate, almeno nel futuro immediato, le riserve che i socialdemocratici e anche i Verdi nutrono verso un partito che ha fatto molti progressi sul piano della maturazione democratica ma che contiene ancora componenti guardate con sospetto. Quelle legate a una certa nostalgia, o meglio a un certo sterile risentimento per come la Germania orientale è stata cannibalizzata dal sistema e dai valori della Germania occidentale, o quelle, all’ovest, legate alla tradizione più estremista e anarcoide di quella che un tempo fu la Szene della sinistra alternativa. La Linke è un partito con molte anime e quasi altrettante correnti, anche una che cerca in ogni modo il dialogo con la sinistra moderata. Questa pluralità la rende un partner difficile.