Boris Johnson,
un bugiardo seriale
che divide il Regno Unito

Boris Johnson è il nuovo leader del Partito Conservatore e potenzialmente oggi diventerà l’ultimo primo ministro del Regno Unito.

Al termine del ballottaggio contro il ministro degli esteri Jeremy Hunt (che gli era succeduto dopo le sue dimissioni dal governo, poco più di un anno fa), l’ex sindaco di Londra ha prevalso con il 66% dei consensi tra 138 mila membri del Partito Conservatore chiamati a scegliere tra i due candidati con il maggior seguito nel gruppo parlamentare a Westminster. Boris Johnson, eletto nel benestante collegio londinese di Uxbridge, si era aggiudicato anche il sostegno della maggioranza dei deputati conservatori, alla ricerca di un leader carismatico dopo i fallimentari anni dell’algida Theresa May.

Arroganza e privilegio

Boris Johnson è il prodotto peggiore di una classe dirigente selezionata per livelli di arroganza, privilegio e sicumera. Nato a New York da un futuro funzionario della Commissione Europea e una pittrice di buona famiglia e cresciuto tra Londra e Bruxelles, dove frequenta per qualche anno la Scuola Europea, Boris segue un percorso da predestinato passando da Eton, il collegio delle élites dove hanno studiato 5 dei 15 primi ministri britannici del dopo guerra, e successivamente al Balliol College a Oxford, dove si distingue per la smisurata ambizione “di trovare moglie e diventare presidente della Union”, cui non corrisponde lo stesso livello di passione per lo studio dei classici.

Segue una lunga carriera da giornalista, dove si costruisce una discreta fama come corrispondente da Bruxelles, “il prediletto della Thatcher”, dove sviluppa una discreta avversione per i fatti mentre impara a imbellettare le opinioni del suo acume retorico e di un certo livello di “codardia, che si riflette nella disponibilità a dire qualunque cosa ritenga probabile possa piacere al suo pubblico, incurante dell’inevitabilità di venire contraddetto un’ora dopo” come lo ricorda il suo capo di allora al Daily Telegraph.

Tra gaffe e retorica

Conquista la ribalta nazionale diventando sindaco di Londra nel 2008 e venendo rieletto nel 2012, battendo due volte il veterano della sinistra laburista Ken Livingston.

Nei suoi anni londinesi interpreta la parte del leader moderno e aperto al mondo, anche se il giudizio su quegli anni è in chiaro-scuro, con molti successi da condividere con le amministrazioni precedenti (dalle Boris bikes alla gestione dei giochi olimpici del 2012) e diversi maxi progetti fallimentari, tra un ponte mai costruito (costato alla città oltre 50 milioni di sterline) e una funivia (quasi) mai utilizzata (anche se effettivamente realizzata per 25 milioni di sterline).

I suoi mandati terminano a ridosso del referendum sulla Brexit, sul quale si schiera all’ultimo minuto pubblicando solo uno dei due editoriali che aveva scritto: aveva fiutato la vittoria del Leave.

Nelle campagna cavalca la balla dei 350 milioni settimanali che lo UK verserebbe alla UE (per la quale verrà in seguito citato in giudizio). Dopo la vittoria del Leave viene chiamato al governo da Theresa May.

Da ministro degli esteri, si distingue per poco altro che una valanga di gaffes (memorabile quando venne fermato dal suo stesso ambasciatore mentre citava una poesia coloniale in un tempio sacro in Myanmar) in una parentesi che lui stesso prova a (fare) dimenticare.

Dimessosi contro l’accordo negoziato da Theresa May (da lui controfirmato pochi mesi prima) continua a dilettarsi con le gaffes nei suoi editoriali settimanali per il Telegraph, dove ammiccando alla pancia dell’elettorato conservatore proseguendo imperterrito in un uso disinvolto della sua verve retorica che lo ha portato negli anni a conquistare i titoli dei giornali con una lunga sequela di commenti razzisti, sessisti e islamofobici.

Una questione di sopravvivenza

Ignoti i suoi principi, ignari anche gli amici delle sue più profonde convinzioni, inviso alla maggioranza dei suoi colleghi, Boris Johnson diventa Primo Ministro unicamente in virtù del suo presunto appeal elettorale, come ultima carta di un Partito Conservatore scioccato dal tracollo alle elezioni europee (dove è arrivato quinto) e terrorizzato dalla prospettiva di essere contemporaneamente spazzato via dal governo e dal Parlamento per la triplice minaccia del Labour Party, dei LibDems in netta ripresa e del Brexit Party di Farage.

Portare a compimento la Brexit entro la nuova scadenza del 31 Ottobre è ormai una questione di sopravvivenza per un Partito Conservatore in preda deriva ideologica, i cui membri preferirebbero sacrificare l’unità del Paese e del partito pur di uscire dall’Unione Europea.

Non si tratta di ipotesi peregrine. L’ostilità dell’intera Scozia per il nuovo primo ministro e l’assenza di soluzioni all’insanabile contraddizione tra la Brexit e il confine irlandese rendono no deal Brexit promesso da Johnson sostanzialmente incompatibile con l’unità del Regno e ogni alternativa (referendum o un’altra estensione) incompatibile con l’unità del Partito. Anche per questo il destino di un bugiardo seriale catapultato alla guida di una potenza nucleare potrebbe essere quello di scegliere tra porre fine al suo Paese o al suo Partito. Resta solo da capire se, nel farlo, riuscirà a mentire ad entrambi.