Che Guevara, riflessioni
su un mito che non muore

La mattina dell’8 di ottobre di mezzo secolo fa, Ernesto Guevara de la Serna, meglio noto come “el Che” venne ferito e catturato in quel della Quebrada del Churo, nella provincia di Santa Cruz, al termine d’una breve ed impari scaramuccia tra ciò che restava del suo gruppo guerrigliero (in tutto poco più d’una decina di uomini in fuga, affamati e macilenti) ed un reparto “antinsurgente” dell’esercito boliviano addestrato e guidato da agenti della Cia. Trasportato nel più vicino centro abitato, la Higuera, il Che venne rinchiuso in un’aula della locale “escuelita rural”. E qui venne assassinato a freddo il giorno dopo – esattamente alle 13,30 del 9 ottobre – in una molto grossolana simulazione di “morte in combattimento”.

Si dice – in uno dei tanti “si dice” mai definitivamente accertati di questa storia – che il Che, colpito alla gamba sinistra ed incapace di muoversi, con queste parole avesse ricevuto i rangers boliviani che gli si facevano incontro: “Non sparate. Sono Che Guevara, valgo molto più da vivo che da morto”. E fu di certo questo – se davvero questo fu quel che disse – l’ultimo dei suoi molti errori di valutazione. Si sbagliava “el Che”. Si sbagliava nell’immediato perché, a dispetto di quelle sue parole, venne ammazzato come un cane poche ore dopo, per diretto ordine del presidente boliviano, il generale golpista René Barrientos (se su suggerimento o contro i consigli della Cia è questione che continua a dividere gli storici). E si sbagliava, soprattutto, in prospettiva. Perché proprio la morte, la morte del martirio, ha finito, non solo per moltiplicare il suo valore – o le sue quotazioni azionarie, come amano provocatoriamente scrivere i suoi detrattori di destra e di sinistra – ma per “eternizzarlo” nella realtà d’un mito tanto contraddittorio quanto infrangibile.

Da vivo, il Che – il Che smunto ed estenuato che nella Quebrada del Churo aveva infine incontrato il suo destino – non era, infatti, che un uomo sconfitto. Preparata con un’improvvisazione inspiegabile – o spiegabile soltanto, come molti credono, con un implicito desiderio di morte; o ancora, come sostiene Jon Lee Anderson nella sua monumentale biografia, con il fatto che quell’avventura era stata concepita come un “passaggio” in direzione dell’Argentina – la spedizione in Bolivia s’era rapidamente tradotta, consumati un paio di effimeri successi grazie al fattore sorpresa, in una disastrosa fuga senza via d’uscita. I contadini santacruzegni – l’acqua nella quale la guerriglia guevarista avrebbe dovuto muoversi come un pesce – avevano accolto con sospetto o, più spesso, con aperta ostilità una banda di combattenti che non avevano conoscenza alcuna del territorio e delle condizioni politico-sociali nelle quali andavano operando. Il punto cardine della loro proposta rivoluzionaria era, infatti, una riforma agraria della quale non v’era necessità alcuna, visto che proprio un’ancor vigente ridistribuzione della terra era quel che, prima del golpe del 1964, il governo democratico di Victor Paz Estensoro aveva lasciato in eredità alla gente di quelle campagne.

Il Che aveva perso in Bolivia (“quegli uomini – ha ammesso in una recente intervista il generale Gary Prado, il militare che aveva guidato la spedizione che lo catturò – non erano un pericolo per nessuno”). E prima della Bolivia aveva perso in Africa, dove già aveva cercato d’esportare, senza successo, l’esperienza guerrigliera cubana. Ma non solo. Prima del Congo e della Bolivia, Il Che aveva perduto anche a Cuba, dove – anche se, su questo punto, quello dei rapporti tra il Che e Fidel, esistono opinioni molto diverse e contrastanti – la rivoluzione castrista aveva imboccato una direzione filo-sovietica e burocratica nella quale sempre più faticava a riconoscersi. O che, quantomeno, considerava un’esperienza vittoriosa ma conclusa, bisognosa di nuove conferme in un mondo nel quale la rivoluzione socialista era ormai un imperativo assoluto.

Tutto questo venne, pressoché all’istante, cancellato dalla sua morte. Quello stesso 9 d’ottobre, il corpo del Che fu trasportato in elicottero a Villagrande, dove venne presentato come un classico trofeo di guerra al mondo: emaciato e seminudo, gli occhi ancora aperti, steso su una tavola di marmo della lavanderia dell’ospedale Nuestro Señor de Malta. E quell’immagine – da molti subito paragonata al famoso “Cristo morto” di Andrea Mantegna – immediatamente acquistò vita propria, molto al di là degli eventi che l’avevano generata. Così come vita propria, sull’onda delle emozioni suscitate dalla visione di quel “Che morto”, acquistò, nei giorni che seguirono, quella che è, nel tempo, diventata l’immagine per eccellenza del mito. Era (ed è), quell’immagine, un ingrandimento del volto del Che – il volto d’un santo e d’un guerriero – immortalato in uno sguardo d’una intensità fuori dal tempo. Ed era tratta da una istantanea che il fotografo Alberto Korda aveva scattato molti anni prima, il 4 marzo del 1960, nel porto dell’Avana, subito dopo l’esplosione della bomba made in USA che aveva distrutto, uccidendo decine di persone, il cargo belga “La Coubre” che trasportava armi destinate al nuovo esercito rivoluzionario. In questo mezzo secolo quell’immagine – da molti considerata, in assoluto, la più riprodotta ed esposta della storia dell’uomo – è finita ovunque. Sulle bandiere di tutti coloro che – dai più diversi punti di vista – aspirano a cambiare il mondo. Su portachiavi, magneti da frigorifero, distintivi, souvenir e ninnoli d’ogni tipo. Piattini di ceramica, mouse-pad e berretti. Su un numero di t-shirt probabilmente più alto di quello che definisce la quantità di esseri umani che abitano il pianeta Terra. È atterrata in forma di tatuaggio, quella stessa foto, sul pingue bicipite di Diego Armando Maradona e sugli addominali di Mike Tyson. Ed ha illuminato, in ogni parte del pianeta, tanto le speranze d’un mondo migliore, quanto le etichette delle più svariate merci, prodotti intenti a massimizzare vendite e profitti esaltando le proprie “rivoluzionarie” qualità. Birre, gelati, pistole, superalcolici, persino una marca di bikini. Da ultima nientemeno che la Mercedes, con tanto di stella a tre punte a sostituire, sul mitico basco del “guerrillero heroico”, la tradizionale stella rossa….
La storia del mito del Che – molto ben raccontata, in questa chiave, nel libro “Che’s Afterlife” di Michael Casey, uscito nel 2009 – è in parte non piccola, paradossalmente, proprio la storia di quest’immagine, onnipresente ed ormai innocua, perduta tra grida di ribellione e campagne di marketing. Una storia che, grazie alle leggi del mercato dal Che tanto disprezzate, tende a riprodurre se stessa all’infinito. Racconta infatti Casey come, fino al 2001, quella foto non fosse stata, in omaggio ai propri natali rivoluzionari, coperta da alcuna forma di copyright. E come proprio in quell’anno, scandalizzato dall’uso fattone dalla fabbrica di vodka Smirnoff, Korda (che sarebbe morto un anno più tardi) avesse deciso di reagire rivendicando, infine, la proprietà dell’opera sua. Una battaglia, questa, che ancor oggi i suoi eredi vanno alacremente continuando con effetti, tuttavia, in aperta contraddizione con le originali intenzioni dell’autore. In sostanza: per affrontare le spese che comporta la difesa legale del “marchio Che” dai sempre più numerosi assalti di imprese grandi e piccole, i Korda si vedono costretti a concederne l’uso ad altre grandi e piccole imprese. Il Che – se davvero a lui appartiene il corpo che, nel 1997, è stato dissepolto in quel di Vallegrande e mandato a Cuba – si sta probabilmente rivoltando, da molti anni, nel profondo del mausoleo di Santa Clara…
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