Che fine ha fatto
Liberi e Uguali

Quando, subito dopo il voto del 4 marzo, ho scritto che il pessimo risultato elettorale dimostrava che “l’esperimento di Liberi e Uguali può considerarsi chiuso” ( Leggi qui ) sono stato bersaglio di durissime critiche. Da una parte da chi usava argomenti giustificazionisti: in fondo abbiamo preso un milione di voti, in fondo non potevamo aspettarci di più, in fondo la voglia di sinistra c’è, in fondo tira una brutta aria. Dall’altra da chi pensava che solo porre il problema fosse quasi un sacrilegio: così delegittimi la sinistra, commetti un grave errore di valutazione, devi dare a Leu il tempo per riflettere e recuperare, ora non facciamoci del male.

E’ passato quasi un mese, eppure quella valutazione mi sembra ancora di più fondata. E si porta dietro una domanda: ma che fine ha fatto (che fine sta facendo) Liberi e Uguali?

Con il rischio di prendermi un’altra vagonata di critiche e magari anche qualche insulto dai soliti pasdaran che si nascondono in ogni forza politica, ribadisco il mio pensiero: l’esperimento di Leu non è riuscito, è fallito alla prova delle urne e il dopo-voto dimostra, in modo ancora più chiaro, le serie difficoltà di quel progetto. Non si tratta di un pregiudizio ovviamente. Ma di un giudizio che deriva da alcuni fatti sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di farsi qualche domanda e non di rincorrere tranquillizzanti certezze.

Il primo è che finora quello che giustamente e insistentemente si è chiesto al Pd – cioè analizzare la sconfitta, individuare gli errori e capire perché sono stati commessi e da chi – non si è fatto (o si è fatto molto ma molto poco) in casa propria. Di analisi della sconfitta se ne sono sentite o lette in misura insufficiente, a volte si sono ascoltati solo inutili balbettii. Hanno prevalso, anche tra i dirigenti, gli argomenti giustificazionisti. Nessuno finora, in modo pubblico, ha provato a ragionare sul perché una forza politica che schierava un ex premier, un ex segretario del Pd, i presidenti di Camera e Senato, un ex capogruppo e un ex presidente di Regione, non sia riuscita ad attrarre, se non in modo limitato, il voto in uscita dal Pd, che infatti in buona parte è finito ai Cinque Stelle. Nessuno si è chiesto perché Liberi e Uguali non sia stato ritenuto credibile, perché l’elettore di sinistra deluso non si sia fidato completamente.

  1. Forse perché Leu ha dato un’immagine troppo vecchia di sé? O forse perché ha mostrato in campagna elettorale troppo spirito critico nei confronti del Pd e poco coraggio nel percorrere strade nuove, con proposte nuove e leader nuovi? O ancora, perché anche quello tra Sinistra Italiana e Mdp si è rivelato alla fine un ”amalgama non riuscito”? Oppure perché la leadership di Pietro Grasso non ha saputo dare quel valore aggiunto che si immaginava, visto che ha avuto un tono low profile nel mezzo di uno scontro elettorale combattuto a colpi di bazooka? O infine perché la proposta politica non si è caratterizzata in modo netto e non è riuscita a rispondere alle domande di un elettorato disorientato?

Ce ne sono di temi sui quali riflettere. Avrei voluto ascoltare delle risposte, magari anche solo tentativi di risposta, a queste domande. Avrei voluto capire se davvero quel progetto politico venga ritenuto ancora attuale, perché e dove si vuole andare. Non è accaduto.

Allo stesso modo – ed è il secondo fatto – non è accaduto che si sia sentita la voce di Leu nella partita della presidenza delle Camere che ha impegnato le forze politiche in queste settimane. Il partito di Grasso e Bersani non mi pare abbia cercato – anche nel suo piccolo – di svolgere un ruolo. Ha dato piuttosto l’impressione di essere precipitato in quel “sonno della sinistra” che ha denunciato su strisciarossa Michele Ciliberto ( Leggi qui ). Storditi dalla sconfitta elettorale, sia il Pd che Liberi e Uguali hanno assistito impotenti alle trattative, alle proposte, ai giochi politici che hanno portato Fico e Casellati alla presidenza delle due Camere. Il Pd lo ha fatto perché costretto da Matteo Renzi a un’opposizione inconcludente (non si sa bene ancora a chi e a che cosa) che lo esclude da qualsiasi confronto. Leu lo ha fatto perché, anche se credeva nella via del dialogo, non ha avuto la forza, il coraggio, l’intelligenza per esserci. Forse perché, appunto, non sa ancora chi è.

L’ultimo fatto che dimostra la grande fragilità di questo esperimento politico è la vicenda che riguarda il governo del Lazio di Nicola Zingaretti. Qui Leu, che pure aveva partecipato con favore alla coalizione di centrosinistra e l’aveva interpretata come una risposta al renzismo che divide, ora rischia di mandare all’aria la sua presenza in giunta per uno scontro tra pezzi dei vecchi partiti che non sono in grado di indicare un nome chiaro per l’assessorato al Lavoro. Tant’è che alla fine ne sono usciti fuori tre di nomi: Piero Latino, che è il coordinatore regionale di Mdp, Paolo Cento, che è un esponente di Sinistra Italiana e Claudio Di Berardino, che è stato segretario regionale della Cgil. Tre nomi, per tre pezzi di storie politiche diverse. L’ulteriore dimostrazione che nulla di nuovo purtroppo è nato con la creazione di Liberi e Uguali se non un assemblaggio arrangiato di tante individualità. E per concludere, anche la vicenda dell’elezione dei due capigruppo alla Camera e al Senato è la prova di quello che dico. Il fatto che sia stata bocciata a Montecitorio la candidatura di Roberto Speranza non è un esempio di tranquilla navigazione politica né di unità di intenti. Anzi, è la prova di profonde tensioni e di nodi irrisolti.

Ecco, se è a questo che si pensava facendo nascere Liberi e Uguali, non è nulla di buono né per oggi, né soprattutto per domani. Ruggini, rivendicazioni, personalismi, spaccature tra ceti politici e poca, pochissima politica, non servono per costruire una sinistra nuova. In pochi mesi quello che doveva essere il soggetto politico della rinascita del centrosinistra è diventato un vecchio, piccolo contenitore non si sa bene per fare che cosa.

Chi ha votato Leu, e molti lo hanno fatto con la speranza di cambiare e con la passione di ricominciare, non voleva sicuramente questo esito.