Che cos’è (se c’è) l’egemonia tedesca

“Nel secolo scorso abbiamo distrutto due volte l’Europa con la guerra, ora stiamo attenti a non farlo con l’economia”. Così parlò, poco prima di morire nel novembre del 2015, Helmut Schmidt, che fu cancelliere della Repubblica federale di Germania a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, nel periodo, cioè, in cui il suo governo si prodigava d’intesa con la Francia per la costruzione dell’unità europea. Più o meno negli stessi giorni il filosofo Jürgen Habermas commentava così la politica punitiva che Berlino propugnava, e in qualche modo imponeva a Bruxelles, nei confronti della Grecia. Minacciando Atene, la Germania “si è imposta senza vergogna come la campionessa della disciplina europea e per la prima volta ha apertamente rivendicato l’egemonia in Europa”. “Per la prima volta” dopo la seconda guerra mondiale, s’intende. Con il suo “azzardo”, condiviso dai socialdemocratici, l’establishment di Berlino ha dato vita a una cinica affermazione di potenza “vestita di morale” (i debiti sono un peccato), devastante sugli effetti dell’impegno di intere generazioni per ricostruire la reputazione di civiltà e ragionevolezza distrutta dai crimini nazisti.

I timori di un grande vecchio della politica tedesca e del grande vecchio della Scuola di Francoforte sembrerebbero avere una loro evidente attualità nei giorni in cui alla guida della politica economica in Italia si è cercato di imporre un professore il quale pensa che – così ha detto – la Germania persegua oggi lo stesso disegno di egemonia economica che fu dei nazisti con l’unica differenza che allora lo fece manovrando i carri armati e oggi lo fa manovrando le istituzioni di Bruxelles. Il fatto che nessuno dei politici di Lega e 5 Stelle che tanto si sono prodigati per imporre Paolo Savona contro i dubbi del presidente della Repubblica (e di molti italiani) abbia richiamato i pareri di Schmidt e di Habermas in questi giorni di polemiche si spiega, forse, col fatto che non hanno molta dimestichezza con la politica e la filosofia tedesca.

Ma attenzione, però. Siamo certi che l’egemonia tedesca paventata dall’ex cancelliere e dal filosofo sia proprio l’egemonia tedesca di cui vanno lamentandosi i Salvini (molto), i Di Maio (a fasi alterne) e le loro corti predicando la necessità di liberarsene cominciando, intanto, a “sbattere i pugni” sui tavoli di Bruxelles? Si tratta di una domanda importante, che merita qualche ragionamento.

Che cos’è l’egemonia tedesca? Intanto è un fatto geografico. La Germania è la terra di mezzo dell’Europa e questa centralità è stata, nella storia dal Medio Evo in poi, tanto una risorsa quanto una condanna. Dopo la seconda guerra mondiale la scelta delle nuove classi dirigenti tedesche fu quella di superare in un certo senso questa centralità ancorando saldamente la Germania all’occidente, prima con la Comunità europea e poi con la NATO. Il baricentro europeo si spostò verso ovest e l’asse centrale non fu più quello tedesco, bensì quello franco-tedesco. Dopo l’unificazione però la questione della centralità della terra di mezzo si pose di nuovo. Noi a posteriori siamo portati a considerare scontato il processo che portò a un nuovo ordine europeo in cui la nuova e più grande Germania rimaneva pienamente occidentale, incardinata sull’asse con la Francia. Ma quel processo non fu affatto scontato: fu il frutto di consapevoli e non obbligate scelte di campo. Il cancelliere Kohl, ad esempio, esitò per qualche settimana prima di accettare anche formalmente la rinuncia ai confini del 1937, mentre forti settori della CDU e della CSU e dell’establishment industriale civettarono apertamente con l’ipotesi di un Sonderweg, una “via speciale” che avrebbe spostato la nuova Germania su un asse più orientale, allentando molto, se non annullando, i legami con Bruxelles e anche con Washington e tendendo a creare uno spazio aperto verso oriente: una riedizione democratica e pacifica, per dirla così, del Drang nach Osten perseguito non più con la colonizzazione e le armate in marcia, ma con le industrie e le banche.

Insomma, il peso molto forte che la Germania esercita nell’Unione europea sotto il profilo demografico, con gli inevitabili corollari istituzionali, ma soprattutto industriale, finanziario e (ben più blandamente) culturale è certo fonte di problemi, anche grossi, e tali da richiedere riequilibri. Ma andrebbe misurato mettendo sull’altro piatto della bilancia gli squilibri, assai più problematici e destabilizzanti, che sarebbero stati determinati dalla scelta di una diversa soluzione del problema-centralità al momento dell’unificazione.

Altrettanto complicato, forse ancor di più, è il discorso sull’egemonia considerato sotto il profilo dell’economia. Berlino ha certamente molta (troppa) voce in capitolo sulle politiche europee e sulle grandi scelte di Bruxelles. Ma c’è chi contesta che questa potenza di fuoco rappresenti una egemonia, sostenendo che la sostanza del problema sia esattamente l’opposto. E cioè che, al di là delle apparenze, la ragione della crisi delle politiche europee e delle tensioni che attraversano l’Unione, tra paesi “forti” e paesi “deboli” a debito alto, stia nel fatto che la Germania di oggi è incapace proprio di esercitare la sua “naturale” egemonia, e cioè di tradurre la sua notevole forza industriale e finanziaria e il peso della propria centralità in una capacità di traino della crescita di tutta l’Europa.

La Germania non sa più essere, non vuole più essere, la locomotiva che fu nei decenni passati. Fa una politica “prepotente”, ma non egemonica. Dagli anni successivi all’unificazione le grandi scelte compiute a Berlino sono andate nel senso del rifiuto di quella responsabilità. Il peso della domanda interna è stato compresso mantenendo basso il livello dei salari, mentre è stata data via libera alle esportazioni, fino al punto di creare uno squilibrio potenzialmente pericoloso in tempi, come questi, di soprassalti protezionistici e, intanto, di esporsi a possibili sanzioni da parte degli organismi di controllo europei.

La fissazione, che ci pare tanto “tedesca”, sulla disciplina di bilancio ha aspetti certamente ideologici e culturali che affondano nella storia della Terra di Mezzo. Anche se resta sempre un mistero da chiarire il perché la coscienza storica dei tedeschi sia così tanto ossessionata dalla Grande Inflazione degli anni ’20 e non dalla Grande Depressione innescata dalla feroce politica di restrizione della spesa promossa dal cancelliere Heinrich Brüning dell’inizio degli anni ’30 che precedette l’avvento al potere di Hitler. Ma l’austerity non è, come diceva Paul Celan della morte, “ein Meister aus Deutschland”, un maestro che viene dalla Germania: è un maestro che insegna in molte scuole in tutti i paesi d’Europa, non esclusa l’Italia. Dietro al pensiero unico economico che ha disarmato la politica nei confronti dei mercati, che ha ridotto la misura delle crisi sociali e finanziarie, e la crisi della moneta unica, al solo criterio dell’entità del debito pubblico c’è forse un po’ di “spirito tedesco” ma certamente molto di spirito del capitalismo. È il credo neoliberista che impone l’ottica secondo la quale i mercati sono liberi per assunto divino, pensare di regolarli è un peccato contro la libertà dell’uomo e l’unico compito della mano pubblica, siano gli stati o siano le istituzioni europee, è quello di garantire la loro libertà intervenendo nell’economia solo frenando le spese.

Non è stata la Germania a imporre l’austerità. È stato l’ideologismo neoliberista, che ha impregnato anche la Germania, certo, ma su un doppio registro: molto rigorose verso l’esterno, le autorità di Berlino lo sono state assai meno verso l’interno, rimanendo abbastanza fedeli al modello storicamente determinato dell’economia sociale di mercato. Cosicché le spese per il welfare sono diminuite, certo, ma meno che in altri paesi, e la spesa pubblica non è in fin dei conti scesa granché, se si considera che in termini assoluti la Repubblica federale ha un debito grosso modo equivalente a quello italiano e in ogni caso ben al di là della soglia del Fiscal Compact.

È contro questa deriva che bisognerebbe lottare, ma è assai dubbio che forze politiche di destra le quali propongono, o accettano, una riforma fiscale come la bizzarra flat tax all’italiana con due aliquote che favorisce solo i ricchi e che confida religiosamente nei miracoli del mercato che si fa da sé siano in grado né di farlo né, forse, neppure di capirlo. E bisognerebbe ricordare loro una grande lezione della storia: la tendenza a spostare i conflitti economici sul piano dei conflitti tra gli stati ha spesso portato alle guerre.