Che cosa cerchiamo noi apolidi di sinistra

Non è facile la vita di noi “apolidi di sinistra”. Che poi veramente apolidi non siamo. Abbiamo avuto un partito, anzi il Partito, come casa di famiglia per decenni, alcuni fin da piccoli. Poi ci siamo persi in tutti i passaggi dopo il suo scioglimento dividendo le nostre strade da quei compagni che il comunismo lo volevano rifondare.

Per noi, non ancora apolidi, il percorso era più accidentato. Bisognava essere non più comunisti ma neppure socialisti per via di Craxi. Lo Stato diventava un ingombro assoluto che impediva al mercato di liberare gli spiriti animali dell’economia. Persino il sindacato era diventato ingombrante e questo giudizio era facilitato dal sovraccarico di burocrazia che sul sindacato, non più di Lama e Trentin, gravava.

Per qualche momento abbiamo pensato di potercela fare da soli a fare un partito, socialista in Europa e democratico di sinistra in Italia. Però non bastava. Alle spalle avevamo la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto con i suoi “progressisti” a imporci di allargare il fronte e, si sa, quando si allarga, si cede lo scettro. Passammo la pratica a Prodi, poi cadde Prodi con quel pettegolezzo infinito su chi lo avesse fatto cadere e con l’avvento di D’Alema che anni dopo si dichiarerà pentito di aver accettato di fare il governo.

Poi la sconfitta del 2001 e il lungo viaggio nel berlusconismo trionfante che aveva provocato la nascita dei girotondi che molto ce l’avevano con lui ma volevano avere nella cesta la testa di D’Alema. Le cose si andarono aggiustando. Il partito post comunista riprendeva slancio, la Margherita un po’ meno e Prodi, casualmente, chiese a quel punto lo scioglimento di entrambi. Nacque il Pd, ovvero non nacque fino a che non arrivò Veltroni a immaginare il partito a vocazione maggioritaria che avrebbe battuto il “capo dello schieramento a noi avverso”.

Molti di noi cominciarono a sentirsi un po’ fuori posto quando il partito maggioritario si alleò con Di Pietro. E la domanda correva: il Pd che sarà mai? Però la maggioranza dei compagni rimase tenacemente attaccata alla nuova proposta e se la fece bastare.

Facciamo un salto nel tempo e arriviamo a Renzi, figlio della crisi della nomenklatura di sinistra e del revival di quella ex democristiana (di una sua parte, almeno).

Ce lo facemmo piacere per qualche mese. Ad altri non piacque fin da subito ma noi ce lo facemmo piacere perché c’era bisogno di una frustata e di un giovane alla guida del baraccone. Quel giovane portò quel baraccone diventato una barcaccia lontano dagli antichi porti ma non in mare aperto ma nelle spiagge già frequentate da quelli che il potere lo avevano sempre avuto. Oggi la chiamiamo sinistra governista, era la sinistra parvenu.

A mano a mano che Renzi triturava la sinistra, a molti di noi parve di aver perso la patria, anche quella portatile che ognuno porta con sé nella propria bisaccia. Hanno fatto la stessa cosa milioni di elettori che sono rimasti a casa e/o sciaguratamente hanno creduto che i 5 stelle fossero roba di sinistra.

Oggi noi apolidi non tifiamo per alcun partito, né il Pd né LeU. Né ci aspettiamo che qualcuno di loro abbia la genialata per cambiare le carte in tavola. Restiamo apolidi ma con una speranza. Quella che qualcosa si muova nel profondo del nostro mondo così da sospingere le vecchie sigle a cambiare.
Se accadrà non saremo più apolidi. Ma non ci aspettiamo cose nuove da un congresso, da una leadership ma da una somma di azioni positive che facciano intravvedere che si sta formando l’onda, che sta crescendo nelle periferie, nei posti di lavoro, là dove c’è razzismo e che questa onda è curata, custodita, alimentata con ogni mezzo senza dividerci per affiliazione.

Solo così noi smetteremo di essere apolidi e l’Italia di galleggiare nel mare putrido dell’alleanza giallo-verde.