Cernivtsi, la piccola Vienna a cui l’autonomia ha distrutto l’anima

C’è una città nell’Ucraina occidentale, ai piedi dei Carpazi, che oggi si chiama Cernivtsi ma ha avuto molti nomi. In rumeno è stata Cernăuti, Cernowzy in russo, in polacco Czerniowce e Czernowitz in tedesco e in yiddish. Se la cercate sulla carta geografica la troverete non lontana dai confini della Romania e della Repubblica moldava, in una di quelle vaste pianure dell’Europa orientale in cui popoli, lingue e religioni si sono mescolati per secoli. Terre in cui la Storia ha spostato lingue e confini, cittadini e traffici come se fosse un gioco fino al giorno in cui la guerra ha congelato i sopravvissuti là dove li aveva trovati.
Czernowitz, quando si chiamava così, era la capitale amministrativa della Bucovina del nord, regione che gli Asburgo alla fine del ‘700 avevano strappato agli ottomani. Era una città importante e, per quanto fosse lontana da Vienna due giorni di treno, non si sentiva periferia della Kakania, l’impero austroungarico. Era una città ricca, con molti traffici e molte industrie e, soprattutto, era una Kulturmetropole, un centro di irradiamento della cultura tedesca nelle terre lontane ai confini con la Russia.

La piccola Vienna, la chiamavano, e aveva un’università prestigiosa, un teatro di prosa fra i più conosciuti, teatri per l’opera e le operette, una delle prime sale cinematografiche dell’Austria-Ungheria, circoli letterari, ateliers e gallerie d’arte. Era una città cosmopolita: più di un quarto dei cittadini erano di religione ebraica e parlavano il tedesco, se erano ricchi e colti, e lo yiddish, se erano poveri immigrati dalle campagne e dai villaggi. Ma a Czernowitz si parlavano anche il rumeno, l’ucraino, il russo, il polacco, il ruteno, l’ungherese. E si leggeva e si scriveva con tre alfabeti. Nel grande monastero al centro della città aveva sede la Metropolia di Bucovina e Moldavia, una delle massime autorità della chiesa ortodossa. Ma in città si pregava pure nelle sinagoghe, nelle chiese cattoliche di rito romano e di rito greco. C’erano anche una parrocchia luterana e una moschea.
In questa congerie culturale si formarono scrittori e artisti che sarebbero stati famosi nel mondo: i poeti Paul Celan, Rose Ausländer e Selma Meerbaum, l’autore satirico Edgar Hilsenrath, la scrittrice femminista Olha Kobylyanska, il regista Frederic Zelnic e, in tempi più recenti, l’attrice Mila Cunis. E poi due personaggi che si sarebbero legati particolarmente all’Italia: il musicista Roman Vlad e Gregor von Rezzori, l’autore delle storie di Maghrebinia, giornalista, sceneggiatore, attore, tra i protagonisti degli anni d’oro del cinema italiano e, con la moglie toscana, mecenate e vivacissimo animatore culturale.
Tutto questo fu spazzato via. Quando alla fine della prima guerra mondiale l’impero austroungarico fu smembrato e venne la stagione degli stati-nazione, con il Trattato del Trianon la Bucovina del nord venne unita a quella del sud e assegnata alla Grande Romania. In quella parte d’Europa tracciare confini che definissero esattamente e con l’accordo di tutti nazioni ed etnìe era un’impresa impossibile e così Czernowitz, che era stata una città austriaca con una minoranza rumena (e ucraina, polacca, rutena, ungherese) si ritrovò ad essere Cernăuti, una città rumena con una minoranza tedesca (e ucraina, polacca, rutena, ungherese).

Nel suo libro di memorie “Tracce sulla neve, racconti per un’autobiografia che non scriverò” Von Rezzori descrive con grande efficacia il passaggio dalla città cosmopolita, che gli entrava, per così dire, perfino in casa con la balia che parlava un’incomprensibile lingua slava e la governante Straussina che era stata in America al servizio di Mark Twain, al grigiore della città rumena, in cui a tutti si chiedeva di parlare solo rumeno. Cernăuti: città redenta, ma spenta.
Dalla città molti ebrei se n’erano andati, ma molti erano rimasti e c’erano ancora quando arrivò di nuovo la guerra. Così quando, dopo una breve occupazione sovietica nel 1941, nella vicina Galizia arrivarono i nazisti, anche per gli ebrei di Czernowitz fu l’inizio della fine. Alcuni fecero in tempo a fuggire, molti furono deportati dai rumeni in Transnistria, per gli altri fu costruito un ghetto. Poi finirono tutti nelle mani dei nazisti. Alla fine della guerra, gli ebrei che si erano salvati nascosti nei villaggi e quelli che erano tornati dai Lager erano non più di duemila. La morte, “mastro di Germania”, come scriveva Celan dal suo esilio parigino, aveva trasformato ancora una volta la città. Cernăuti fu occupata dall’Armata Rossa e diventò prima Cernowzy, in russo, e poi Cernivtsi, in ucraino.
In un bel film girato alla fine degli anni ’90, il regista tedesco Volker Koepp racconta di Herr Zwilling e Frau Zuckermann, due vecchi ebrei tra i pochissimi ancora in vita nella regione, che ripercorrono, ormai unica compagnia l’uno per l’altra, la storia della propria vita intrecciandola con quella della città. Si fermano in cimiteri invasi dalle erbacce, salgono scale sbrecciate in edifici pericolanti, il vecchio teatro, le macerie della sinagoga. Lei è forte e positiva nonostante tutto, orgogliosa di essere sopravvissuta alla tragedia che ha fatto a pezzi il loro mondo. Ne abbiamo passate tante, dice, ma ormai il male è dietro di noi. Lui è rassegnato, intimidito, quasi incredulo di essere vivo. Non è detto che tutto sia passato, risponde all’amica: potrebbe venire un inverno molto rigido…
Il signor Zwilling e la signora Zuckermann sono vecchi, ma non abbastanza vecchi per ricordarsi della Czernowitz dell’età dell’oro. Hanno vissuto l’età di Cernăuti e vivono quella di Cernivtsi. Qualcosa del mondo di Czernowitz però se lo portano dentro. Lei è stata la traduttrice in tedesco delle poesie e dei racconti di Ivan Franko e di altri scrittori ucraini e russi. Ha vissuto respirando l’aria della Bucovina dove, diceva Celan, “si viveva di uomini e libri”. Lui rievoca i teatri, il cinema, gli incontri in sinagoga, dove i buoni borghesi andavano non solo per pregare ma anche per discutere gli affari della comunità.
E sotto i loro racconti, dietro le loro nostalgie e lo struggimento c’è un filo rosso: eravamo ricchi, forse anche felici quando il nostro mondo non era legato a una sola identità. Quando Czernowitz non era austriaca, ucraina, rumena, russa, polacca, quando non era cristiana o ebrea ma era tutte queste cose insieme. Quando i tedeschi potevano leggere Ivan Franko e i rumeni vedere i film che arrivavano dalla Germania. L’uniformità, l’illusione di essere padroni e liberi in una patria “nostra”, ci ha portato solo guai.
Può questa consapevolezza farsi strada anche nell’Ucraina di oggi, così marcata dalle suggestioni del nazionalismo, così ossessionata dall’idea che il Grande Vicino russo, a sua volta nazionalista e succube dei falsi miti identitari, se la voglia mangiare? Certo, è difficile. Eppure qualche piccolo segno di speranza c’è. Da qualche anno un premio letterario e varie iniziative organizzate dagli amministratori e dall’università rievocano l’età d’oro di Kakania, anche sotto il profilo della lingua. Può darsi che dietro ci sia anche l’aspirazione a sentirsi “tedeschi” e “occidentali” in funzione antirussa. Ma che Cernivtsi torni a sentirsi un po’ Czernowitz a quella tormentata parte d’Europa non può fare che bene.