C’era una volta
l’Emilia-Romagna rossa

L’Emilia rossa non c’è più. “L’egemonia della sinistra in questa regione è finita”, sentenzia il politologo Piero Ignazi. Anche in Emilia-Romagna il Pd “si è adeguato alla linea Renzi” e ha cessato di essere il partito popolare che il Pci, Pds, Ds era sempre stato. Ora è un partito che dialoga con Marchionne ma non sta più davanti alle fabbriche, è rassicurante a sproposito sull’economia e il lavoro, è percepito dal popolo come establishment, appare negazionista sulla sicurezza, lontano dalle periferie e dalle marginalità. Così la sua storica base non lo vota più. Ma non va a sinistra, non premia i candidati di Liberi e Uguali, percepiti come “scissionisti nostalgici”. Si butta sui Cinquestelle, che parlano ai giovani e alla parte più emarginata della società, e in parte sulla Lega, che parla alle pance di chi pensa “prima noi”.

Partiamo dai numeri del disastro: Pd 26,4% e 668mila voti, la metà di quelli presi alle europee del 2014, 320mila e l’11% in meno rispetto alle precedenti politiche del 2013; M5S 27,5% e 698mila voti (+3% sul 2013);  centrodestra al 33% (+ 12%) e  838mila voti, con la Lega che doppia Forza Italia e arriva al 19,2% (era al 2,6% nel 2013); Liberi e Uguali al 4,5% con 113mila voti (Sel prese il 2,9% nel 2013, Rivoluzione civile di Ingroia l’1,9%). Su 67 parlamentari eletti tra quota proporzionale e collegi uninominali, 27 sono del centrodestra, 26 del centrosinistra, 12 dei Cinquestelle e 2 di Liberi e Uguali.

Il tracollo del Pd non risparmia nessuna provincia emiliano-romagnola. A Bologna il Pd tiene nel centro urbano ma perde di brutto nelle periferie, nei comuni della montagna (a vantaggio della Lega) e della “bassa” (a favore del M5S). In città, dove il candidato di punta del centrosinistra era il cattolico doroteo Pier Ferdinando Casini, il Pd perde quasi 12 punti percentuali passando dal 40,5 al 28,9%. Clamoroso il risultato di Ferrara, la città del crack Carife che ha gettato nella disperazione 32mila correntisti e della protesta crescente contro “l’invasione degli immigrati”: la Lega arriva dal niente al 26% in città, e al 43% a Goro e Gorino, dove si fecero le barricate contro l’arrivo di alcune decine di profughe; il Pd subisce l’onta della sconfitta in casa di Dario Franceschini ad opera di una sconosciuta candidata leghista, l’avvocatessa Maura Tomasi di Comacchio, che stravince con quasi il 40% dei voti contro il 29% del ministro. Non va meglio nel collegio senatoriale “sicuro” di Bologna-Ferrara, dove la storica portavoce di Romano Prodi, Sandra Zampa, è battuta, addirittura, dal candidato ex missino di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, quello che organizza le feste Tricolori a Mirabello, che prende il 34% contro il 30% della Zampa.

Ma è tra Modena e Reggio Emilia, dal dopoguerra roccaforte inviolabile della sinistra, che il tonfo del Partito Democratico è più forte. Nel collegio feudo del responsabile comunicazione Pd, Matteo Richetti, detto “il JFK di Fiorano”, dove era stato proposto Gianni Cuperlo che poi ha rifiutato, il paracadutato dei dem, l’ex ministro e sottosegretario alla presidenza del Consiglio ai tempi del Governo Renzi, Claudio De Vincenti, arriva solo terzo col 26,35% (meno 10%) dei voti dietro ai candidati del Centrodestra (30,56%) e dei Cinquestelle (37,69). In tutta la zona dell’industria ceramica in crisi, tra Sassuolo e Fiorano, il Pd viene surclassato dal boom della Lega e dall’exploit del M5s. E anche in città, dove prevalgono i propri candidati tra cui la contestata ministra Beatrice Lorenzin, la vittoria è quasi sempre sul filo. Nel reggiano, l’altra sconfitta clamorosa è a Casalgrande, dove il Pd organizza da anni la festa dell’Unità regionale: il candidato Andrea Rossi, sindaco della città e responsabile dell’organizzazione nazionale del partito, viene largamente superato dal candidato grillino che prende il 38% dei voti, mentre il Pd passa dal 39 al 27,5%. Anche a Cavriago, dove resiste il busto di Lenin in piazza, il Pd non è più il primo partito.

Un po’ più a Ovest, a Parma, la città delle “Barricate” contro il fascismo degli anni Venti e medaglia d’oro della Resistenza, recentemente riconquistata dal sindaco ex grillino Federico Pizzarotti che piace al governatore Bonaccini e al sindaco Merola, il Pd ha perso tutti e tre i parlamentari che aveva e la Lega ha fatto l’en plein conquistando tutti i collegi. Non va meglio in Romagna, sulla riviera Adriatica: a Rimini, la città dove il sindaco renziano Andrea Gnassi sta facendo bene ed è stato da poco rieletto col 60% dei voti, il candidato del Pd arriva solo terzo dopo quelli della Lega e dei Cinquestelle. Ormai lungo tutta la via Emilia la coalizione vincente è quella di centrodestra, il primo partito è il M5s e l’exploit maggiore è della Lega. Nelle città il Pd perde il grosso dei suoi voti a vantaggio dei Cinquestelle, mentre nelle periferie e soprattutto nei comuni di montagna è il partito di Salvini a prevalere, anche prendendo voti dai grillini. Pochi invece i voti persi a sinistra, con Liberi e Uguali che porta a caso un magro 4,5% e due soli parlamentari, Pierluigi Bersani e Vasco Errani che nella sfida a Casini si ferma sotto l’8%.

C’era una volta l’Emilia-Romagna rossa. La regione delle cooperative e delle piccole e medie imprese, dello sviluppo impetuoso e del welfare avanzato, del benessere diffuso e della passione per la politica. L’Emilia del buongoverno dei comunisti che tutti apprezzavano, persino negli States, e che gli elettori premiavano in massa.  La regione dove il Pci negli anni Sessanta e Settanta prendeva il 60% dei voti e contava mezzo milione di iscritti su 4 milioni di abitanti, dove la politica si faceva nelle sezioni e nelle Case del popolo, col radicamento territoriale e il porta a porta dei militanti; dove l’Unità vendeva quasi la metà delle centomila e passa copie nazionali e aveva redazioni e cronache locali in tutte le città capoluogo; dove il giornale fondato da Antonio Gramsci si diffondeva casa per casa la domenica e in tutti i centri grandi e piccoli si facevano le Feste de l’Unità, con quella nazionale che si alternava anno dopo anno tra Reggio, Modena e Bologna e da tutta Italia arrivava un milione di persone per il tradizionale comizio di chiusura del segretario. Poi, negli anni Novanta e Duemila c’era l’Emilia-Romagna dell’Ulivo, dell’incontro fecondo tra la tradizione socialcomunista e quella cattolico-democratica, la Bologna di Beniamino Andreatta e Romano Prodi, dei sindaci comunisti Guido Fanti, Renato Zangheri, Renzo Imbeni, dell’innovazione e dei “pensatoi” politici come Il Mulino, Prometeia, l’Istituto Cattaneo, dove la sinistra alle elezioni si manteneva sempre tra il 40 e il 50% dei consensi. Poi è arrivata l’Emilia del Pd, dei circoli che hanno sostituito le sezioni e dei segretari di circoli che non li conosce nessuno, del partito leggero con gli iscritti che a fine 2017 in tutta la regione arrivano appena a 38mila, della politica sui social e di Matteo Renzi che dopo la “non vittoria” di Bersani alle politiche del 2013 si prende il partito e ottiene alle primarie in Emilia-Romagna il 74% dei consensi. Un plebiscito che nasconde però una distanza crescente tra il Pd e il tradizionale elettorato della sinistra emiliano-romagnolo. Una “rottura sentimentale” che riguarda soprattutto il rapporto con le periferie, con i giovani, con l’esercito crescente dei “dimenticati” e le nuove povertà. Il campanello d’allarme arriva con le regionali del 2014, quando a votare va appena il 37% degli elettori, poco più della metà delle elezioni precedenti, e Stefano Bonaccini viene eletto governatore col 49% dei voti, che però sono meno di 600mila, la metà di quelli presi nel 2010 da Vasco Errani, poco meno dei voti del Pd alle politiche del 4 marzo.

Con il voto del 4 marzo ora tutto è cambiato. Per l’Istituto Cattaneo l’Emilia-Romagna da “regione monopolistica” è diventata “regione ad alta contendibilità”. Il centrosinistra regge ancora nei grandi centri urbani, prende i voti dei ceti più benestanti e dei pensionati, ma appena si esce dai centri storici e ci si inoltra nelle periferie, nei piccoli comuni e nelle “marginalità” sociali ed economiche, Lega e Cinquestelle fanno il pieno. “La chiave interpretativa del voto sta in questa frattura tra centro e periferia”, certifica il Cattaneo. E non è più solo un voto di protesta, è un voto di cambiamento radicale: “Il vero flusso significativo in Emilia-Romagna è quello che dal Partito democratico esce verso il Movimento 5 stelle”. I delusi di sinistra non votano LeU ma i il partito di Di Maio e in parte anche quello di Salvini. Le tematiche dell’immigrazione e della sicurezza, da un lato, e quelle della precarietà e marginalità economica, dall’altra, hanno fatto breccia nel tradizionale elettorato di sinistra, che ha voluto punire il “negazionismo” del Pd, la sua narrazione di un Paese in ripresa, dove l’immigrazione viene governata e si sta meglio di prima. “La ripresa in Emilia-Romagna è stata asimmetrica e una parte della società non l’ha sentita”, dice ancora il Cattaneo, “e a questo si è accompagnata la critica alla classe politica del centrosinistra, la punizione per l’establishment”. E questo vale anche per quelli che, per dirla con Bersani, si erano rifugiati nel bosco: “Gli astensionisti hanno votato Movimento 5 stelle”.

Dice il sociologo e sondaggista Fausto Anderlini: “Il tentativo di Liberi e Uguali di compiere un arrocco identitario, minoritario in partenza ma capace di riprendere la connessione con la base sociale del paese è fallito. Come già avvenuto in altre circostanze il deprimente risultato dell’ultimo ridotto della sinistra si accompagna al fallimento del Pd. Anziché trarne alimento LeU resta attorcigliata alla debacle del Pd, anch’ essa trafitta e bypassata dalla crisi fiduciaria che nella mentalità collettiva prevalente prende a bersaglio la sinistra come tale. In tutte le sue gradazioni. Era chiaro che LeU non penetrava nel bosco e che avrebbe potuto ottenere un risultato onorevole (fra il 6 e il 7 %) solo con un basso tasso di partecipazione elettorale”.

E un cavallo di razza della sinistra bolognese, Mauro Zani, che fu segretario regionale del Pci, uno dei più stretti collaboratori di Occhetto e che non ha mai aderito al Pd dice: “Io ho votato scheda bianca avendo compreso che nel bosco non c’era più nessuno da molto tempo. Tanti, troppi erano già nella valle dell’Eden dei Cinquestelle. Altri, anche in Emilia-Romagna, erano trasmigrati, con lento ma inesorabile movimento, verso la terra promessa di Salvini: libera da immigrati, circondata dal filo spinato di una sicura sicurezza, a godersi di nuovo un’equa pensione dopo l’abolizione totale della riforma Fornero”. E la sinistra? “Questa è tutt’altra storia che va molto oltre i confini nazionali. In Italia il problema è sempre quello, esemplificato da una campagna elettorale dove una sinistra voleva ricostruire il centrosinistra: sempre questa falsa pista che dura da vent’anni. E di cui gli elettori si sono persino dimenticati. Tanto che l’Ulivo oggi vale lo 0,5%. I cadaveri vanno seppelliti per poter volgersi ad un futuro, forse possibile”.