C’era una volta la forza dell’egemonia
uccisa dalla “politica del presentismo”

Due articoli di notevole impegno, firmati da Pietro Spataro (23 febbraio, leggere qui) e Fernando Bruno (28 febbraio, leggere qui ), hanno riproposto su “Strisciarossa.it” il problema dell’egemonia, della sua crisi e delle conseguenze che, per il presente politico, ne sono derivate e ne derivano. Entrambi gli articoli hanno legato la degenerazione del costume pubblico, dominato da un “razzismo diffuso” e dal propagarsi dell’egoismo, nonché la durevole mancanza di un disegno credibile nel “campo progressista”, al declino della capacità di costruire sfere egemoniche che contrastino, sul terreno della società civile, le tendenze di una destra aggressiva (xenofoba e nazionalista) e di un populismo che ne subisce in maniera evidente il paradigma culturale. Il merito di tali contributi è di ampliare l’orizzonte della riflessione (anche in vista di scadenze politiche ravvicinate), evidenziando come il disagio collettivo, nel quale da tempo siamo immersi, non abbia solo radici congiunturali ma riguardi la dimensione più larga dei contesti culturali, – non solo italiani, occorre aggiungere, ma ormai mondiali.

Un premessa può risultare utile. Il concetto di egemonia rappresenta il contributo più peculiare di Antonio Gramsci, che nei Quaderni del carcere ne offrì uno sviluppo molto ampio e, soprattutto, ne trasformò il significato, attraverso una elaborazione di ordine storico e filosofico del tutto originale rispetto all’uso che egli stesso aveva fatto di quel lemma tra il 1924 e il 1926 (all’epoca del contrasto con Bordiga), riprendendo un termine largamente presente nel dibattito sovietico. L’egemonia del proletariato sulle masse contadine (come poteva leggersi nelle opere di Zinov’ev, di Bucharin o di Stalin) diventò, grazie a questa meditazione, una categoria universale della politica e della democrazia moderna, cruciale nel progetto di un radicale rinnovamento del marxismo teorico (la filosofia della praxis) e del superamento dei limiti indicati nella ortodossia della Seconda e della Terza Internazionale.

La centralità della società civile (rispetto alla sovranità dello Stato-governo), la via segnata dalla guerra di posizione (oltre il modello della guerra di movimento), il programma di una riforma morale e intellettuale, scandirono le tappe di un percorso inedito, unico nella vicenda del comunismo mondiale. Ma, come si diceva, Gramsci non fu il creatore del concetto di egemonia, fu piuttosto l’autore che ne determinò una maturazione decisiva. Questo concetto risale alle sorgenti della civiltà europea, alla letteratura di lingua greca, dalla prima storiografia (Erodoto, Tucidide, Polibio) e filosofia (Platone, gli stoici) fino alla tarda apologetica cristiana del decimo secolo. Perduto nella lingua latina, che non trovò un vocabolo che ne esprimesse tutta l’ampiezza semantica, tornò negli ultimi processi di unificazione nazionale, tedesco (Ranke, Droysen) e italiano (Cesare Balbo, Gioberti), per poi arrivare – probabilmente per il tramite dell’emigrazione russa – al cuore della rivoluzione sovietica. Gramsci lo raccolse, dunque, da una lunga tradizione, che esprime una parte significativa della cultura politica europea: nella quale, fin dai Greci antichi, l’egemonia significa un rapporto realistico di forze non vincolato al grado di potenza e al dominio, ma capace di implicare i momenti della razionalità, della storia, del dialogo, del consenso, insomma di una elevata civiltà.

Richiamare oggi il bisogno, per il “campo progressista”, di tornare a esercitare una funzione egemonica, non significa dunque auspicare qualche forma di inganno o di prevaricazione, ma riferirsi a una lunga tradizione di cultura politica. Con la pubblicazione degli scritti carcerari di Gramsci, a partire dal 1947 (le Lettere dal carcere) e dal 1948 (i Quaderni del carcere), il concetto di egemonia divenne il centro di un progetto politico-culturale, in larga parte promosso da Togliatti, all’interno (questo è l’aspetto essenziale) di un conflitto reale e plurale di diverse egemonie, perché anche le altre forze, a cominciare dai cattolici, perseguirono un proprio disegno egemonico. Da categoria analitica l’egemonia diventava così un criterio di organizzazione politica, che fu possibile, nel campo comunista, non solo per la precedente riflessione di Gramsci, ma per l’esperienza di un comunismo riformatore, che aveva contribuito in maniera essenziale alla costruzione della Repubblica e che sempre conservò l’aggancio ai valori costitutivi della democrazia, operando anzi per un allargamento delle sue basi. L’opera egemonica dei comunisti italiani durò per un lungo periodo, tra numerose discontinuità e contrasti, fino alla fine degli anni Settanta o agli inizi degli anni Ottanta del Novecento, quando si verificò una frattura storica e culturale che riguarda ancora il nostro presente.

Forse dovremmo ripartire da questo passaggio cruciale, che precedette e in qualche misura condizionò gli eventi del 1989-1991. Il punto essenziale non riguarda tanto la conclusione dell’egemonia comunista, della sinistra o del “campo progressista”, con l’emergere di un nuovo tipo di destra (Thatcher nel 1979, Reagan nel 1981), ma la crisi generale dell’egemonia come metodo del discorso politico. La crisi, insomma, non è limitata a un sistema di valori (nel quale continuiamo a riconoscerci) e a contenuti specifici, ma si estende alla forma stessa del principio egemonico. Nella riflessione di Gramsci, e nella politica culturale che a essa si ispirò, l’egemonia indicava, in primissimo luogo, la capacità di costruire una strategia politica sul fondamento di una lettura storica del passato nazionale e internazionale e di una elaborazione filosofica delle categorie fondamentali di una visione del mondo. Questa connessione della politica alla storia e alla filosofia (presto liquidata dalla pubblicistica come “ideologia”) costituiva il nerbo di una politica egemonica, il motivo reale della sua possibilità di penetrazione nella società civile e di costruzione del consenso. E tale connessione garantì, negli anni della ricostruzione economica e della costruzione democratica, che una nazione fragile, alla ricerca di una propria via di modernizzazione, non fosse lacerata da spinte corporative e disgregatrici. Tra democrazia ed egemonia si stabilì, in linea di fatto e attraverso la realtà di partiti di massa, un nesso fecondo e virtuoso.

La disgregazione di quel nesso ha dunque rappresentato il vero motivo di crisi della forma del discorso egemonico. Non è difficile accorgersi che il medesimo processo ha interessato gli intellettuali, cioè la sfera della cultura e delle discipline accademiche, che hanno coltivato una inaudita autoreferenzialità, sconosciuta nel passato prossimo: da un lato la filosofia (divenuta “analitica”, tornata “metafisica” o disciolta nella “letteratura”) ha perduto ogni connessione con la politica e la storia; d’altro lato la storiografia ha inseguito un ideale di sapere puro, sempre più lontano dalla necessaria opera di controllata elaborazione dei concetti e di costruzione di paradigmi civili. Non sono mancate e non mancano, ovviamente, eccezioni anche rilevanti, ma tale è stata la linea principale di sviluppo delle discipline umanistiche, che ha profondamente influenzato i percorsi educativi e formativi, a livello scolastico e universitario, generando un determinato orientamento nelle nuove generazioni.

Il ritorno a un discorso politico capace di esercitare una reale egemonia nella società civile (fronteggiando quelle tendenze regressive che vengono ricordate da Spataro e Bruno) non può dunque configurarsi come il recupero di un sistema di valori, che si risolverebbe in una mera operazione di nostalgia. Deve invece delinearsi come una ripresa di connessioni perdute, come una ricostruzione, su basi del tutto nuove, della forma del discorso egemonico. Le difficoltà di tale impresa appaiono d’altronde molto gravi. Giunto alla fase di piena maturità (che in genere si definisce “globalizzazione”), il capitalismo mondiale tende per sua natura a disattivare la funzione critica della filosofia e a emarginare la dimensione del passato, generando quel “presentismo” che è stato da tempo segnalato (François Hartog ne parlava, sulla scia di Reinhart Koselleck, già in un libro del 2002). Una specie di “immanenza satura” (come ha scritto Donatella Di Cesare), nella quale passato e futuro tendono a essere eliminati, a vantaggio di una politica concepita come amministrazione del proprio interesse o, nel migliore dei casi, come rivendicazione corporativa del proprio diritto. Qui dobbiamo riconoscere la vera origine di quel senso comune egoistico, a volte di imbarbarimento individuale e collettivo, che Spataro e Bruno hanno indicato. In una politica configurata così, viene resa impossibile non solo l’egemonia del “campo progressista” e dei suoi valori di solidarietà ed eguaglianza, ma in generale ogni forma di egemonia. La stessa destra attuale, così come il populismo, non esercitano una autentica funzione egemonica, ma una frammentata apologia di interessi, priva di un determinato riferimento alla storia e di un progetto di avvenire. Ma questo non li rende, naturalmente, meno pericolosi.