Cento scatti per Riccio
cronista napoletano

NAPOLI   –   Magro come uno stecchino, la barba ancora inesistente, appena 15 anni, un compagno della Sezione “Cariati” al Corso Vittorio Emanuele a Napoli  l’aveva guidato su al terzo piano di Vico Rotto san Carlo (più nobilmente Angiporto Galleria 5, adesso piazzetta Matilde Serao) presentandolo come un ragazzo serio che non avrebbe deluso nei compiti di fattorino pomeridiano, fino ad allora svolti da Sergio Gallo che al mattino andava a scuola e dalle 16 in poi faceva la spola fra la redazione e la sala telescriventi di Radiostampa alla Posta centrale con gli articoli da trasmettere a Roma.

Eravamo nei primi anni 60. Non solo fattorino, Sergio spesso scriveva per la cronaca sportiva, ed erano maturati i tempi per cimentarsi come cronista (rimarrà a L’Unità fino all’80, sarà poi a Paese Sera fino all’82 e quindi al Mattino, responsabile della redazione di Castellammare, attualmente nel sindacato pensionati).  A Mario Riccio, ragazzo della Napoli dei Quartieri, sulle prime toccò anche qualche incombenza in più, perché qualche mese dopo il suo arrivo lasciò l’incarico di  tuttofare Antonio Paesano, colui che dal 1948 faceva davvero tutto tranne che il giornalista. In silenzio e senza mai obiettare: autista (una vecchia Fiat 1100 celeste sulla quale molti di noi si esercitarono per la patente di guida), uomo delle pulizie, fattorino per il “fuorisacco” da consegnare al vagone postale del treno Napoli-Roma delle ore 14, custode h 24 il quale prima dell’alba andava sugli scogli del Molosiglio a pescare, e quanti arrivavano al mattino trovavano in redazione un gran profumo di zuppa di pesce cucinata nello sgabuzzino dove lui teneva la brandina e un minuscolo fornello.

Quel piccolo uomo che pareva il gemello di Charlie Chaplin sorprese tutti annunziando che si sposava e che rilevava con i suoi risparmi una pompa di benzina nei pressi dell’abitazione della sposa in via Villanova (dove una decina di anni dopo trovò la morte investito da un’auto, ne dovemmo dar conto con gran rimpianto nella cronaca “nera”). Fotografo era Franco Feliciotti, già aiutante di Michele Saggese che forniva all’Unità le foto di cronaca in cambio dell’uso di una stanza, e che se ne andò quando ebbe l’insegnamento in una scuola tecnica, portandosi via tutta l’attrezzatura. Anche la macchina fotografica. Andrea Geremicca, capocronista, portò la sua Rolleicord  6×6 , che, ricorda Feliciotti,  “usammo fino a quando Franco De Arcangelis che si occupava della raccolta pubblicitaria non riuscì a rimediare una Yashica mediante un cambio pubblicità, come aveva fatto per l’ingranditore e le bacinelle per lo sviluppo”.

Il bilancio della redazione non consentiva spese simili, anche se necessarie.  “Quella Rolleicord di Andrea mi fu sequestrata dalla Polizia durante una manifestazione operaia con la solita carica a base di manganellate – ricorda Feliciotti – e subito l’avvocato del giornale Giuseppe D’Alessandro fece denunzia per sequestro illegale ma ci vollero mesi per riaverla, ovviamente senza il rullino, e dovemmo sopperire con le macchine fotografiche prestate dai redattori”. La redazione si trasferì nel 1962 al cosiddetto Palazzo Motta in quella che allora si chiamava via Roma, e fu lì che Mario Riccio entrò nello sgabuzzino camera oscura e imparò da Feliciotti a stampare e a fotografare, con una macchinetta fotografica comprata di seconda mano. “L’ho incontrato nel ’68, in piazza Plebiscito dove c’era una manifestazione, pioveva e io che avevo l’ombrello riparai lui e la macchina fotografica, fino a Palazzo Motta”: così la moglie Emma Paolillo ricorda il loro primo incontro. Si sposeranno nel 1973.

Due anni dopo Ennio Simeone (che aveva fondato e diretto “La Voce della Campania” settimanale, lasciandola poi a Michele Santoro) prima di trasferirsi nella neonata redazione di “Paese Sera” insieme al responsabile della diffusione Gennaro Pinto, fece assumere Franco Feliciotti all’Ufficio Diffusione e Mario Riccio come fotografo. Era il 1975, a settembre Maurizio Valenzi divenne sindaco di Napoli,  giusto un anno dopo Enrico Berlinguer celebrò il sorpasso del Pci sulla Dc nella grande festa nazionale de L’Unità alla Mostra d’Oltremare, la prima che si teneva a sud di Roma.  La redazione de L’Unità già da anni era il punto di riferimento degli inviati, spediti dai loro giornali nella Napoli inesplorata e sorprendente. Si sapeva che l’Unità e il Pci erano un arsenale di notizie, noi redattori venivamo interpellati dai colleghi. Il  primo “pienone” di inviati in redazione lo si ebbe  con il bradisismo e l’assurda violenza dello sgombero del Rione Terra che provocò panico e fuga nell’intera Pozzuoli. Il secondo con il colera a Napoli. L’Unità in entrambi i casi, negli anni Settanta,  era stato il primo giornale a diffusione nazionale a dare le notizie.

Come giornalisti militanti del Pci noi non avevamo alcuna “gelosia” sulle notizie di accadimenti che mettevano sotto accusa il potere e il malaffare dei governanti. Anzi, più giornali ne parlavano, meglio era…! Altro pienone lo avemmo col sequestro di Guido De Martino, il cui padre Francesco, a lungo parlamentare e segretario del Partito socialista scalzato dal “golpe” di Bettino Craxi, era fra i più probabili candidati alla presidenza della Repubblica. Nelle stanze di via Cervantes 55 (ultimo trasferimento della redazione) hanno scritto i loro pezzi Gianpaolo Pansa, Bruno Tucci, Nello Ajello, Alfonso Madeo, Marzio Breda, Corrado Stajano, Camilla Cederna e decine di altri. Roberto Ciuni ha voluto ricordare quella sua frequentazione nell’intervista a Pietro Gargano  (Il Mattino, 23 luglio 2003) per il  suo 70° compleanno: “A Napoli, da inviato del Corriere della Sera, andavo a L’Unità da Rocco Di Blasi e Nora Puntillo…” Era il 1977, anno da lui dedicato alla conoscenza della città, vissuta come inviato, in quanto destinato a diventare direttore de Il Mattino, come avvenne il 4 novembre del 1978.

A metà degli anni 80 le pagine locali e la redazione napoletana de L’Unità furono cancellate, Mario Riccio, rimasto corrispondente, riuscì a mantenere la tradizione di proficua ospitalità, occasionale per tanti inviati e stabile per corrispondenti di varie testate e agenzie fra cui un nutrito gruppo di giovani alle prime armi che hanno così potuto fare un’esperienza  professionale altrimenti impossibile. Nell’82 aveva brillantemente superato gli esami per diventare giornalista professionista. Ero componente della commissione esaminatrice, presieduta da un magistrato della Corte d’Appello di Roma e composta da giornalisti di varie testate. Io non potevo fargli alcuna domanda, visto che avevamo lavorato nello stesso giornale. Ricordo che le sue risposte furono non solo corrette e pertinenti, ma condite con una sorridente ironia che presto contagiò l’intera commissione, la seriosa prova divenne un’allegra conversazione. E potetti salutarlo ancora prima della proclamazione, con un bel “Ciao Mario!”

 

  • Articolo in condivisione con la rivista Infiniti Mondi, “bimestrale di pensieri di libertà” diretto da Massimiliano Amato e Gianfranco Nappi, che organizza a Napoli, dal 20 ottobre all’8 novembre, nell’antisala dei Baroni del Maschio Angioino, la mostra:  “Enrico, Napoli e la Campania – Cento scatti di Mario Riccio” dedicata all’ex giornalista e fotoreporter dell’Unità