Ce la faranno
i ragazzini di Parkland?

Stesi a terra davanti alla Casa Bianca, le mani incrociate sul petto, gli occhi chiusi. Un punto interrogativo sui cartelli scritti a mano: “Sono io il prossimo?”. Il prossimo a finire ammazzato tra le mura di una scuola, sotto i colpi di un fucile semiautomatico, poco meno che un’arma da guerra. Speravano di essere almeno in 17, come le vittime dell’ultima strage alla Marjory Stoneman Douglas high school di Parkland, Florida. Si sono trovati a protestare in oltre un centinaio di ragazzi e ragazze, dopo appena una chiamata tra amici via social, un tam tam che si è moltiplicato e annuncia una marcia per il prossimo 24 marzo a Washington e in altre città, per chiedere lo stop alle armi facili, raccogliendo il sostegno di personalità e gente comune. George Clooney ha donato al neonato movimento mezzo milione di dollari.

L’idea è partita dai sopravvissuti, ragazzini che oggi davanti alle telecamere dei principali network americani puntano il dito contro i politici che intascano i soldi della Nra, la potente lobby dei produttori di armi Usa, e poi snocciolano frasi di cordoglio alle veglie funebri.  Come per #metoo, la denuncia della violenza sulle donne, la protesta dei ragazzini lievita sui social, sotto l’hashtag #nerveragain – mai più – e #marchforourlives, marcia per la nostra vita.

Troppo piccoli per votare, chiamano con nome e cognome i politici finanziati dalla Nra – “soldi sporchi di sangue” – e promettono di sollevare un’ondata che li sommergerà, svergognandoli pubblicamente. Come il senatore della Florida Marco Rubio (9.900 dollari intascati dai produttori di armi) che oggi – imbarazzato – rispolvera una legge presentata dai democratici nel suo Stato per rafforzare controlli e restringere l’accesso alle armi, sia pure con misure temporanee. Briciole rispetto agli assegni a sei zeri elargiti ad altri politici repubblicani (John McCain 7,7 milioni, poco meno Richard Burr) i cui nomi finiscono in chiaro sulle colonne del New York Times.

In cima alla lista c’è lo stesso Trump, principale beneficiario della Nra, con un obolo di 11.438.118 dollari nella campagna elettorale del 2016, somma a cui si aggiungono altri 19,7 milioni di dollari spesi per osteggiare l’elezione di Hillary Clinton, che aveva promesso una stretta sulle armi.

Trump ha annunciato un incontro con gli studenti “per ascoltare” e ha fatto trapelare segnali di apertura su un possibile rafforzamento dei controlli, una legge bipartisan per limitare l’accesso alle armi su criteri ancora tutti da definire, che già allarmano i repubblicani ma che è lecito dubitare possano essere tanto stringenti. Il presidente del resto l’ha promesso in campagna elettorale. “Il solo modo di salvare il secondo emendamento è di votare per me”, aveva detto. E subito mantenuto, cancellando le norme più restrittive faticosamente difese da Obama, mentre è rimasta finora senza seguito la promessa di vietare i dispositivi (bump stock) che per meno di 100 dollari possono trasformare una semiautomatica in un’arma da guerra (90 colpi in dieci secondi): promessa fatta da Trump dopo la strage di Las Vegas (59 morti a un concerto dello scorso ottobre) e di cui solo ieri, dopo le polemiche sulla sua scelta di trascorrere il weekend in vacanza, ha annunciato l’intenzione di  dare seguito.

Il neonato movimento di protesta si alimenta della convinzione che questa sia l’occasione giusta, il momento per alzare la voce e non solo per piangere le vittime come tante altre volte. Colpisce però la distanza tra due mondi. Da una parte c’è il buonsenso dei ragazzini, che vogliono più sicurezza e il diritto di non sentirsi in prima linea sui banchi di scuola. “Siamo noi i ragazzi, voi siete gli adulti ma vi comportate come bambini”, ripetono intervista dopo intervista. Dall’altra il mondo straniato di Trump, che in piena tragedia se la prende via tweet con l’Fbi che spreca tempo a indagare sulla Russia invece di fermare l’autore della strage prima che premesse il grilletto. (“Il presidente deve unire, non dividere. Come hai osato?”, si è indignato uno degli scampati alla strage).

Trump in questi giorni ha continuato a seminare tweet “non presidenziali” (sottolineatura Cnn) davanti ad un paese in lutto, seguendo maniacalmente un unico filo conduttore: smontare accuse e sospetti sul Russia-gate, accusando i democratici, Obama, Hillary Clinton, l’Fbi e anche il suo segretario alla Difesa. Una pervicacia che si scontra con la realtà assodata dall’intelligence Usa di un’interferenza russa nella politica americana. Persino in questi giorni è stata riscontrata una frenetica attività di profili social riconducibili a Mosca, profili che alimentano le polemiche sull’uso delle armi. L’obiettivo, secondo gli analisti, sembra quello di radicalizzare lo scontro, impedire soluzioni condivise, seminare il discredito nei confronti delle istituzioni democratiche. Tutto ciò che è potenzialmente divisivo viene seminato, coltivato con un passa parola automatico, alimentato ad arte. Tra i milioni della Nra e la guerra social di Putin, ce la faranno i ragazzini di Parkland?