Cattivi e pessimisti, ritratto degli italiani e l’incubo delle urne vuote

In Francia il tappo è già saltato: i “gilet gialli”, imbufaliti e privi per ora di veri leader, stanno devastando il Paese. Qui, no. Noi italiani per ora potremmo apparire tricolori: bianco-pallidi per la paura, rossi nei momenti in cui emerge la rabbia, verdi quando la collera è repressa e impotente. Ecco lo spettro (cromatico e non solo) che s’aggira per l’Italia, in base all’ultimo rapporto del Centro Studi Investimenti Sociali (Censis): svela il trionfo del rancore provocato dal pantano politico in cui il Paese si dibatte e, scrive il Centro Studi, dalla «delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso».

È un quadro molto nero quello che emerge dal 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, credibile fotografia (e radiografia) del disagio che ci pervade. Nel seconda parte – “La società italiana al 2018” – veniamo descritti in preda a «una sorta di sovranismo psichico prima ancora che politico», che «talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria – dopo e oltre il rancore – diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare».

Nel mirino – con il contributo di partiti nazionalpopulisti che cavalcano l’onda e la rendono più impetuosa – ci sono i migranti e i rom. Nella storia l’attacco alle minoranze non è un fenomeno nuovo, soprattutto in periodi di crisi morale e/o economica. Però oggi il nostro subconscio razzista è consapevolmente ed esplicitamente esibito, con un’irruenza cui non si assisteva dai tempi delle leggi razziali fasciste, varate più di 80 anni fa. Cosicché due italiani su tre vedono con negatività l’immigrazione extra Ue; , i più arrabbiati trionfano nelle categorie fragili: il 71% di chi ha più di 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% ritiene che gli immigrati ci privino di posti di lavoro, il 63% che rappresentino un peso per il nostro sistema assistenziale; soltanto il 37% sottolinea il loro effettivo apporto positivo per l’economia e la previdenza sociale. Infine, per il 75% l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità e il 59,3% esclude la possibilità di raggiungere un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse nei prossimi dieci anni. Questa rabbia, che sconfina nella cattiveria gratuita, spiega, secondo i ricercatori del Censis, anche il successo delle politiche populiste e anti-Unione europea. Sono – valutano i ricercatori del Censis – «dati di un cattivismo diffuso che erige muri invisibili, ma spessi». Inoltre rispetto al futuro il 35,6% degli italiani è pessimista, deluso e impaurito, il 31,3% è incerto, soltanto il 33,1% è ottimista. Un fenomeno comune a molti Paesi della Ue, ma che nel nostro appare più accentuato, nonostante sia ancora compresso dal tappo dell’illusione che i prestigiatori dilettanti al Governo tirino davvero fuori la bacchetta magica.

È legittimo chiedersi come reagiranno gli elettori, divisi più o meno in tre parti. Per quanto tempo quell’italiano su tre (al netto degli elettori non votanti) che alcuni mesi fa ha votato i partiti oggi al potere possa rimanere imbambolato, seppur incazzato e rancoroso, in attesa del colpo di bacchetta magica che non arriverà mai? Ancora più enigmatica è la capacità di resistenza allo stress da parte di quel cittadino su tre che non ha votato durante le scorse elezioni. Pure l’altro italiano su tre (poco meno) che ha votato i partiti oggi all’opposizione può sentirsi frustrato dal fatto che la suddetta opposizione di fatto viene fatta poco e male, mentre si trascorre più tempo a discutere su beghe interne (ai limiti del masochismo) piuttosto che sull’analisi dei clamorosi errori passati e sulla progettazione di un nuovo cambio della guardia.

In tutti i casi, preoccupa non tanto la possibilità di un contagio da parte dei “gilet gialli” d’Oltralpe: i francesi condividono con noi molte frustrazioni, però hanno nel Dna la presa della Bastiglia e la ghigliottina, non il Gattopardo. Angoscia semmai la sempre più estesa disaffezione nei confronti delle urne e del sistema della rappresentanza. Perché è vero che nei seggi elettorali si può scegliere in modo opposto al voto precedente: durante gli ultimi 4 anni la fluidità del consenso nell’era del web ha già dimostrato che un partito (il Pd) può più che dimezzare i voti, mentre un altro (la Lega) può triplicarli o quadruplicarli. Tuttavia è pure vero che lo spettro peggiore potrebbe essere quello del crollo strutturale degli equilibri democratici, causato dalla latitanza di massa in occasione delle prossime elezioni. Una delle fonti della delusione popolare descritta dal Censis è senza dubbio anche il fatto il governo partorito pochi mesi fa dal voto popolare – con nuovi programmi lanciati in nome di un presunto “cambiamento” a tutto campo – si è rivelato bugiardo e fallimentare. Quindi altri presto potranno convincersi del fatto che davvero “i politici sono tutti uguali” e quindi non serve votare.

Se voterà solo un italiano su due, per fare un’ipotesi solo apparentemente pessimistica, che cosa sarà del governo del Paese? Chi sarà “nominato” da un elettorato minoritario rispetto a non votanti? Quali altre fonti di rabbia e rancore si innescheranno tra gli autoesclusi? Sembra lo scenario di un romanzo distopico, come si usa dire ultimamente: la distopia è un’utopia negativa, che disegna un’ipotetica società nella quale si materializzano incubi sociali e politici. Impossibile? Mica tanto. L’era anti-utopica innescata da Trump negli Stati Uniti e la rivolta diffusa in Francia (dove il Governo ha parlato addirittura del rischio di golpe) lasciano intravedere scenari da incubo. La reazione necessaria, da parte di tutti i partiti e dei cittadini non ancora obnubilati dal “rancorismo” e dal masochismo, deve essere quella di offrire prospettive realizzabili, civili e democratiche. Tutto il resto è una chiacchiera, inutile e assai dannosa.