Catalogna, la parola chiave è elezioni

C’è una parola capace di fermare il conto alla rovescia per l’attivazione dell’articolo 155, che esautora l’autonomia catalana e accende un’ipoteca sulla democrazia spagnola, mentre si propone di disinnescare la prospettiva indipendentista. Questa parola è elezioni.

Non quelle che Madrid si propone di convocare entro sei mesi dalla destituzione del governo catalano e dal ridimensionamento dei poteri dello stesso parlamento, tanto più se queste misure saranno accompagnate come annunciato dal controllo sui mezzi d’informazione pubblici. Le elezioni che potrebbero fermare la soppressione – fosse pure solo temporanea – dell’autonomia catalana e i rischi che questa comporta sono nelle mani del governo di Puigdemont.

Una parte del fronte indipendentista non vedrebbe sfavorevolmente il ricorso alle urne, come pure esponenti moderati e i socialisti catalani. A chiedere il voto sono anche gli imprenditori del Cercle d’Economia di Barcellona con un appello in cui definiscono le elezioni “immediate” l’unica via per mettere fine all’incertezza e “frenare una drammatica dinamica economica”. La misura della crisi: dal primo ottobre, data del referendum, 1302 imprese hanno lasciato la Catalogna, contro appena 54 nuove arrivate.

La stessa urgenza del mondo economico non viene avvertita però dal governo catalano e da Puigdemont, che stando ai sondaggi se si votasse ora potrebbe perdere terreno con il suo Pdecat a favore degli indipendentisti repubblicani dell’Erc.

Restano tre giorni per azionare il freno e riportare la crisi su un terreno meno incerto di quello attuale. Giovedì sarà la giornata decisiva, quella in cui tutto è possibile. Si riuniscono tanto il Senato spagnolo che il parlamento catalano, il primo per definire i contorni dell’applicazione dell’articolo 155, il secondo per rispondere alla decisione di Rajoy.

Come, è da vedere: Barcellona è a un bivio, può decidere da una parte per la sospensione della dichiarazione di indipendenza e l’avvio della legge di transitorietà votata nel settembre scorso, dall’altra di giocare d’anticipo su Madrid con l’obiettivo di salvare l’autonomia catalana chiamando i cittadini al voto.

Referendum per l’indipendenza della Catalogna Foto Roberto Mastroluca

I socialisti del Psoe, che pure sostengono il ricorso all’articolo 155, non nascondono la loro preferenza per la convocazione di elezioni da parte delle autorità catalane nella speranza che dalle urne possa uscire una leadership nuova, possibilmente più moderata, in ogni caso legittimata da una nuova investitura popolare.

Traspare da parte del Psoe un certo disagio per la scelta di schierarsi a fianco di Rajoy – scelta che ha lacerato i socialisti catalani, spaccati sull’art. 155. Traspare dalle dichiarazioni del segretario Pedro Sanchez che auspica elezioni generali, negoziati e una riforma costituzionale che tenga conto di quanto avvenuto a Barcellona. “Modernizzazione” della Costituzione, così la chiama Sanchez, sottintendendo una direzione federalista.

L’attivazione dell’articolo 155 rischia però di portare la Spagna in una direzione diametralmente opposta. I timori non sono solo quelli degli indipendentisti catalani o delle autonomie. La Vanguardia riferisce di minacce di estensione dell’articolo 155 anche in Castiglia-La Mancha dove il Psoe governa con Podemos o contro i baschi: frasi pronunciate da esponenti politici del PP di Rajoy che in questo clima assumono a indicazioni programmatiche. Il Psoe assicura che vigilerà per evitare abusi in Catalogna. Ma una volta varato da una maggioranza qualificata, a monitorare l’art. 155 sarà il Senato di Madrid dove il PP ha la maggioranza assoluta.