Catalogna, due anni dopo
L’ultima indagine di Pepe Carvalho

La sua casa, la vecchia villetta in collina a Vallvidrera, quella che usava per scappare ogni sera da Barcellona, ormai stava invecchiando. E lo faceva male. I libri erano finiti da tempo: ci aveva acceso il cammino nelle sere d’inverno e – quando ne aveva voglia ma non faceva freddo – li aveva usati anche per far partire il barbecue. Le costine d’agnello erano tra i suoi piatti preferiti, alla griglia erano perfette specialmente se per accenderli si usava l’Anti-Dühring di quel testone di Engels.

Pepe Carvalho aveva ormai ottant’anni. Non era più stagione di investigazioni e scazzottate, il tempo si era preso il vecchio Biscuter, l’uomo che per anni aveva sbrogliato le sue faccende e cucinato le salsicce e le zuppe di cui portava ancora i segni nella sua pancia sformata, come le vecchie giacche i pantaloni. Charro invece se n’era andata a invecchiare dalla sorella nella Murcia dove gli inverni erano più tiepidi. Pepe non l’aveva mai voluta sposare e lei s’era stancata di aspettare e lo aveva lasciato ormai da tanti anni. Si sentivano ogni tanto. Mai per Natale o i compleanni: quelle erano cose che Pepe viveva male e anche lei con quel lavoro alle spalle non festeggiava volentieri. Quando si parlavano ridevano ancora e si scambiavano ricette. A lui mancava il ricordo del suo corpo morbido di una volta. Ma solo il ricordo, perché il tempo si era portato via il desiderio.

La città era cambiata. Lo aveva fatto tante volte davanti ai suoi occhi. Ma stavolta il cambiamento era stato più sottile e più brutto. C’era stata quella stramba faccenda dell’indipendenza. Pepe era un vecchio internazionalista e per lui la Catalogna era una mamma, non una patria. Nel resto della Spagna non ci andava volentieri, se c’era da partire meglio Buenos Aires o Bangkok, mai Madrid. Era stata una faccenda confusa fatta di ridicoli entusiasmi e di ruvide vendette. L’indipendenza non era durata neppure un giorno ma il prezzo da pagare andava ancora avanti. I turisti s’erano diradati (e questo poteva anche fargli piacere), ma se n’erano andati anche i ragazzi degli Erasmus, le sedi delle banche coi loro dipendenti. In pochi mesi erano stati regolati conti di anni. La città della movida, quella che aveva provato a resistere ai preti e a Franco s’era fatta troppi nemici. E gli amici all’improvviso erano scomparsi,

Alle otto di sera il telefono squillò. Era il solito Eric Fuster. Pepe pensò ad un invito a cena o all’arrivo di un salame speciale, di un tartufo profumato.

         Pepe hai visto la tv?
         No, non la vedo mai. C’era una gara di tanghi?
         Macché, hanno trovato Puigdemont. Lo hanno trovato morto che galleggiava nel canale che costeggia la scuola intitolata a quello scrittore… quel Vàzquez Montalbàn.
         E che dicevano quelli del tg?
         Dicono che è morto almeno da una settimana, ormai parlano tutti come quelli di CSI dicono che il cadavere presentava alcuni segni di fratture ma non si capisce ancora se siano pre mortem.
         Insomma insinuano che l’abbiano ammazzato e buttato in acqua magari con qualche pietra nelle tasche.
         Quelle ce le aveva di sicuro. Non si sta una settimana in quel rigagnolo senza essere visti, ci passa una strada, una ferrovia, ci sono quelli che fanno jogging tra le erbacce del parco.
         Eric ma io che c’entro?
         Ti volevo proporre di andar giù domattina a dare un’occhiata, facciamo anche noi come fanno i pensionati ma al posto di guardare i cantieri stradali guardiamo i luoghi del delitto.
         Non mi rompere con queste stronzate. Devo andare a preparare la cena. Se mi va ti richiamo domattina.

Non era più come una volta: la cena era solo un minestrone insaporito con un po’ di guanciale portato dalla campagna. Eppure Pepe quella notte non dormì bene. Qualcosa gli ronzava in testa. Forse parlare di delitti gli aveva fatto tornare in mente di quando era giovane. Eppure anche allora i delitti non gli piacevano.

La mattina dopo chiamò Eric e presero la vecchia Seat per andare in città. La macchina ansimava un po’, ma a quell’età le auto si cambiano con difficoltà, magari si finisce per morire senza aver ancora finito il rodaggio.

         Volevo solo scroccarti un caffè e un churro.
         Pepe, non sapevo che arrivassi qui in periferia a far colazione.

Come al solito tra loro due si finiva sempre sul cibo e la cucina. In un altro momento sarebbero stati anche un’ora a discutere su come friggere la pastella dei churros e magari buttarla in filosofia, ma quella mattina non ne avevano voglia. La strada che costeggiava il canale dava segni di stanchezza: qualche albero micragnoso, le cacche dei cani tra le erbacce e i lastroni di cemento e ghiaia, i cartoni che servivano ai barboni per farsi una casa la notte insieme ai borsoni blu di Ikea in cui infilavano le coperte, gli abiti, i ricordi di un passato migliore. Ce n’era uno di barbone, appoggiato al muretto che guardava nell’acqua sporca. Dimostrava settant’anni e la puzza si sentiva anche da lontano. Probabilmente era molto più giovane. Pepe Carvalho si avvicinò per cercare qualche notizia insieme a un po’ di complicità.

– Ciao fratello tutto bene?

– Qui non va bene niente, non si riesce neppure più a dormire tranquilli o mangiarsi in santa pace un panino di McDonald quasi intatto.

Il panino era stato morso una sola volta, forse perché era andato troppo a male anche per i barboni. Eppure quel vecchio lo guardava con ingordigia. Carvalho si avvicinò vincendo la puzza perché aveva imparato che se fai una domanda sottovoce ottieni una risposta più sincera.

         Hai visto questa storia dell’uomo finito nell’acqua?
         Quello che hanno trovato ieri?
         Perché quanti se ne trovano in questo merdoso canale?
         Visto, anzi sono stato il primo, ma non dirlo alla gendarmeria non voglio spartirci niente con quelli.
         Ma, lo conoscevi?
         L’avevo visto qualche volta. Girava da queste parti da un po’. Non era uno di noi, lui una casa ce la doveva avere. Si cambiava i vestiti si faceva la doccia. Ma aveva preso una brutta piega, passava il tempo a guardare l’acqua e non parlava mai con nessuno.

Carvalho gli allungo dieci euro per comprarsi qualcosa da mangiare o magari quel vino nei cartoni che serviva solo a uccidere il fegato. Se il barbone aveva ragione quella era la descrizione di un candidato al suicidio. Subito dopo il “fatti del 2017” – come avevano preso a chiamarli i giornali che aveva difficoltà a maneggiare le definizioni troppo complesse – Puigdemont era finito sotto processo. La repressione nei suoi confronti era stata morbida, come d’altra parte la proclamazione d’indipendenza. Un po’ di domiciliari, qualche mese ai servizi sociali. Poi era arrivata, senza che la pronunciassero i giudici, la condanna all’oblio. E per un politico era quasi come il carcere.

Barcellona 1° settembre 1976. 100, 000 persone festeggiano la caduta di Franco, che aveva soppresso qualsiasi tipo di nazionalismo catalano.

Sul viale c’erano ancora i nastri di plastica rossi e gialli che segnalavano la “scena del crimine”, strappati e agitati dal vento. Carvalho e Fuster fecero un mesto giretto e poi si misero su una panchina a leggere i giornali. La Vanguardia riportava la notizia con una foto in prima pagina. Era stata scattata proprio lì davanti: il corpo non si vedeva ma c’erano quelli della scientifica con le tute bianche e i piedi dentro l’acqua. Il giornale aveva cessato di pubblicare la sua edizione in catalano nell’inverno del 2018 per far dimenticare che all’epoca era stato un incerto sostenitore delle idee secessioniste, per mollarle quando si era passati dalle parole ai fatti. Nelle pagine interne un paio di articoli riportavano dettagli. Puigdemont aveva ancora il portafoglio in tasca coi documenti a posto ma neppure un euro, i suoi abiti dopo una settimana in acqua erano sporchi ma non c’erano tracce di sangue visibili, le contusioni sul volto erano ben visibili. E, si sa, quando si è morti i colpi non producono lividi. L’osso del collo era probabilmente rotto ma la conferma l’avrebbe data solo l’autopsia. In ogni caso era una ferita compatibile con la caduta dall’argine, visto che sotto il muretto non c’era subito l’acqua ma mezzo metro di riva piena di sassi e immondizia.

Eric non la prese alla larga:

– Pepe tu che ti sei occupato del delitto al comitato centrale potresti anche indagare…

– Non prendermi per il culo, io in quel partito ci stavo, di questi non so nulla. Non li capisco neppure. E questo Puigdemont poi figurati. Uno che viene da Girona come fa a starmi simpatico sempre lì a lisciarsi il loro puro passato catalano. Girona … sai che era la città natale di Xavier Cugat. La sua musica faceva cagare, l’unica cosa di buono che aveva era Abbe Lane.

Insomma ricordi da vecchi anche questi. Poi si spostarono un centinaio di metri più avanti dove la strada si allontanava dall’argine. Per terra cartacce e qualche preservativo. Si vede che la sera tra gli alberi c’era qualche ragazza col cuore d’oro. A Carvalho non piaceva chi le chiamava puttane. A Charro meno ancora. Stavano per andarsene quando al vecchio investigatore gli occhi caddero su una cosa bianca che sporgeva dal parapetto del canale. Si avvicinò insieme all’amico. Era ripiegato più volte come si fa per le preghiere al Muro del pianto a Gerusalemme. Un bigliettino sulla carta intestata della Generalidad de Catalunya. Sopra scritte con una grafia nera e contorta solo due parole in catalano, “scusate, addio”. Insomma, si era buttato di sotto. Carvalho se lo mise in tasca. Si guardarono in faccia lui e Fuster.

-Se la cerchino da soli la verità questi stronzi di spagnoli.