Casta e principianti:
il governo populista

Il “complesso itinerario”, come l’ha definito il Capo dello Stato, si è concluso. Il Paese ha un governo dopo tre mesi dal voto. Un esecutivo imprevedibile prima del 4 marzo.  I giallo-blu, perché il verde lega Matteo Salvini l’ha mandato in soffitta, sono riusciti nell’impresa di mettere insieme quel governo politico che il presidente Mattarella aveva subito fatto sapere di auspicare, nel rispetto della volontà popolare. Non senza provvedere nell’attesa ad un percorso alternativo, quel governo neutro del presidente affidato a Carlo Cottarelli che ha fatto un elegante passo indietro davanti alla soluzione trovata, guadagnandosi il primo applauso nella storia del Quirinale ad un presidente incaricato che lasciava. Un altro c’è stato anche per Mattarella che la sua partita l’ha vinta.

Tra mille difficoltà, incomprensioni, addirittura la minaccia dell’impeachment fatta da colui, Luigi Di Maio, che poi è dovuto salire al Colle per scusarsi e prospettare una soluzione. E’ stato ascoltato con la consueta pazienza, e poi  il presidente ha messo il suo sigillo su un governo che mette insieme le linee politiche delle forze che lo hanno proposto ma anche la irrinunciabile necessità di guardare oltre i confini.  Con il necessario equilibrio, possibilmente, anche se si va ad insediare in Europa il primo governo populista se si esclude la Grecia. Evento che sta suscitando una preoccupazione a livello mondiale. Ma il presidente ha difeso innanzitutto la Carta costituzionale e le prerogative della presidenza della repubblica. Non la persona ma l’istituzione. Vale per l’oggi ma anche per il futuro. Non è stato accettato nessun passo oltre il rispetto delle regole. La fermezza ha pagato. 

Il governo del cambiamento, che sarà guidato da Giuseppe Conte, si presenta come un esecutivo di compromesso  in cui sono si trovano a coabitare rappresentanti pesanti di quella  casta nemica, professori innanzitutto ma anche Giulia Bongiorno, una delle cinque donne su diciotto ministri, che nel suo curriculum ha la difesa di Giulio Andreotti, uno degli emblemi della prima repubblica. E Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri che è stato negli esecutivi di Mario Monti ed Enrico Letta, molto conosciuto a Bruxelles e un abile negoziatore. Il contestato professor Savona che ha collaborato con Ciampi. E poi ci sono quelli promossi al rango di governanti dalla rabbia di un popolo deluso che si è sentito abbandonato.  Nella gestione della crisi hanno mostrato la loro inadeguatezza o, almeno, non preparazione. Certamente per la parte grillina. Meno per quei furbi dei leghisti, che sono ben allenati ad essere la forza trainante di uno strano connubio davvero dagli effetti imprevedibili. Un governo di destra, dichiarata o meno che sia, che lavorerà seguendo la traccia di quel contratto a cui molti di loro non hanno lavorato. Le indicazioni per scrivere la storia.

Si vedrà in corso d’opera. Intanto dall’elenco dei ministri, letto dal premier, emerge il tentativo di accontentare alla pari i due veri titolari del governo appena nato. Cinque Stelle e Lega si sono spartiti i dicasteri affidandoli anche a tecnici di fiducia, tre in tutto. Per Giorgia Meloni, arrivata all’ultimo momento a proporsi come sostegno in parlamento, niente da fare. Va bene che i grillini sono ormai di bocca buona. Ma la foto ufficiale con la rappresentante della destra più destra…davvero troppo. E Di Maio ha detto no.

Sciogliere il nodo Paolo Savona ha consentito di concludere una vicenda senza precedenti. Il professore anti euro ha dovuto rinunciare al ministero dell’Economia, che difficile sarebbe stato mandarlo in Europa e non rischiare di marginalizzare il Paese, e si è “accontentato” delle Politiche comunitarie, finora una sottosegretariato, promosse a ministero per l’occasione e comunque senza portafoglio. Resta che quella appena vissuta sia una storia grottesca con un professore, colto, preparato e con le sue idee, che si è intestardito a voler stare nel governo e alla fine, sottile vendetta,  si è anche voluto prendere l’onore di essere stato lui a suggerire il nome di colui che poi è stato indicato come titolare dell’Economia. Giovanni Tria è un professore ordinario di economia politica. Dai suoi scritti recenti si evince che è favorevole alla flat tax anche se si preoccupa delle coperture e perplesso sul reddito di cittadinanza. Sostiene la necessità di modifiche dell’architettura europea ma senza metterne in discussione la necessità. Un euro critico che non ama la Germania ma che non ha l’euro nel mirino. Ha collaborato con Renato Brunetta.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno ottenuto quello che volevano per sé. Entrambi vice premier, a controllare il neofita strappato all’università di Firenze. Il leghista ha conquistato il Viminale fondamentalmente per portare avanti la sua battaglia contro gli immigrati, in nome della domanda di sicurezza. E il grillino si accinge a gestire il ministero gigante che accorpa sviluppo economico, lavoro e politiche sociali, pur di riuscire a portare a casa, anche se non subito, il promesso reddito di cittadinanza. Da notare il grillino Danilo Toninelli alle infrastrutture. Una pregiudiziale sulle grandi opere.

Il controllo sul presidente del Consiglio più degli altri due lo potrà fare Giancarlo Giorgetti, il braccio destro di Salvini, un uomo che in questi giorni è stato collocato ovunque, dalla presidenza del consiglio a scendere, cui è stato affidato l’incarico forse più delicato, quello di sottosegretario alla presidenza, il gran manovratore di un esecutivo che, strane coincidenza della storia, si accinge a giurare mentre la Repubblica celebra il suo anniversario.