Carrara, la poesia in un abisso
alla disperata ricerca dell’Altro

Domenico Carrara è morto, ma ci ha lasciato in dono la sua poesia. Ha pubblicato la raccolta C’è chi si lamenta della pioggia, che la casa editrice Homo scrivens, in sua memoria, ha reso scaricabile gratuitamente. Inoltre, si ha la possibilità di leggere alcuni suoi componimenti sulla rivista Il Pickwick , come quello che qui pubblichiamo:

Tu sei e non era dovuto,
non abbiamo motivo di credere
a una disposizione di stelle
che ci giustifichi, ci nobiliti.
Se ti fermi in qualche momento
puoi accorgerti che ti sfiora
per una serie di coincidenze
che non sono necessità.
La lingua per chi la ignora
non vale più di un verso,
siamo qualcosa di perso
e proprio per questo prezioso.
Tu sei e non era dovuto,
hai carne e puoi inventare un’anima,
la vita che oggi ti abita
è uno squarcio, un abisso, è fortuna.

 

La poesia ruota intorno a una questione di tipo metafisico: l’assoluta non necessità del tu. Il tu è l’Altro, ma non un Altro generico, ma quello che ci sta di fronte, il prossimo. Il rapporto tra io e tu non dipende da alcuna «disposizione di stelle»: ogni legame ha le sue regole interne, le quali non possono essere dedotte da leggi di natura, che “ci giustificano”, o sovrastrutture, che “ci nobilitano”.

Il nucleo centrale della poesia è quello più denso di significato: il noi è «qualcosa di perso/ e proprio per questo prezioso». Qui c’è un apparente paradosso: il termine prezioso rinvia molto spesso a oggetti pregiati e all’idea di possesso. Eppure, qui la preziosità si lega al concetto di “perdita”. L’oggetto perso è qualcosa che si trova dove non deve stare, in un altrove sconosciuto. L’oggetto perso non cessa di esistere, semplicemente si trova oltre i confini dello spazio che gli era stato assegnato. Sfugge al controllo del proprietario e persiste nella sua assenza. L’io e il tu formano questa entità oltre i confini prestabiliti, oltre il potere delle “disposizioni” che provengono dall’altro, dalle stelle. Se la cosa che sta al suo posto è come tante altre che rispettano le “dis-posizioni”, ogni cosa persa si perde a suo modo. E per tale motivo, si schiude l’altro significato di preziosità: la rarità.

«La lingua per chi la ignora/ non vale più di un verso»: i due termini pregni di ambiguità semantica sono segnalati dalla posizione finale: ignora/verso. L’atto di ignorare può rimandare all’ignoranza, ma anche all’indifferenza. Il verso ricorda sia il verso poetico, sia quello animale. La lingua per chi è ignorante/indifferente non vale più di un verso poetico/animale. Questo passaggio sembra voler dire che il valore della lingua si riconosce solo quando si dà importanza al verso, cioè all’elemento sonoro/carnale, quasi istintivo, del parlare. Il noi deve perdersi, così come la lingua deve perdere il senso. Perché come ogni cosa si perde a suo modo, così ognuno emette il proprio verso in maniera differente: qui risiede la preziosità della lingua.

Il verso nasce dalla «carne», ma permette di «inventare un’anima»: l’appartenere alla natura non rende necessario il nostro essere, ma solo possibile. E in questa non necessità del nostro essere risiede la nostra libertà, ma anche la nostra responsabilità nei confronti del governo di questa «vita che oggi [c]i abita».

La vita è uno squarcio e un abisso: è la possibilità di rompere le cose per affacciarsi su di un altrove sconosciuto. La vita è un ferire l’epidermide dell’essere: il limite è carne che va tagliata per esplorare quel mondo che prima era nascosto dall’involucro. Interessante notare come nell’ultimo verso «squarcio» e «abisso» siano preceduti dall’articolo indeterminativo, mentre fortuna è senza articolo: gli squarci e gli abissi della nostra vita sono sempre singolari e indefiniti, unici tra i tanti possibili. Ma la vita è fortuna: anche se non sappiamo quali mondi apriremo durante la nostra vita, resta necessario che la nostra vita sia al tempo stesso un puro caso e una grande ricchezza.

La vita è quel nonsense che trova valore nel verso, nel segnalare la propria presenza al prossimo prim’ancora di volergli dire qualcosa, perché è nel come si modula la voce che riconosciamo l’unicità di ogni essere umano, la sua irripetibilità.