PD, se vuoi discontinuità
per il congresso
non aspettare

Cominciamo male. Spiace dirlo, ma è così. Se si dà avvio al radicale rinnovamento preannunciato da Zingaretti indicando quale data probabile del congresso la fine del 2020, cominciamo proprio male. Sarebbe stato necessario convocare un vero congresso (o qualcosa di simile al congresso visto che il vecchio Statuto non lo prevedeva ed è stato introdotto solo recentemente proprio da Zingaretti) all’indomani della batosta elettorale del 2018, dimostrando di aver capito, almeno a grandi linee, quale messaggio quelle elezioni avessero rivolto al gruppo dirigente del PD. E invece, a distanza ormai di quasi due anni, siamo ancora ai preliminari, col succedersi di fasi puramente interlocutorie, dalle dimissioni di Renzi alla reggenza di Martina.

Anche l’elezione di Zingaretti è avvenuta non al termine di un vero e proprio congresso, con tanto di mozioni contrapposte. Certo, ci sono state primarie molto partecipate con un milione e mezzo di elettori che hanno scelto il nuovo segretario, ma un confronto sul merito delle questioni aperte non c’è stato, nemmeno nell’Assemblea nazionale che ha ratificato la sua elezione. Indicendo il congresso per la fine dell’anno in corso, accadrà invece che la valutazione dei motivi alla base della clamorosa sconfitta del 2018 si farà quasi tre anni dopo, vale a dire quando si sarà perfino scolorita la memoria di ciò che è accaduto.

In politica non c’è il time out

Strano che l’attuale segretario non abbia capito che l’annuncio di voler dar vita ad un “partito nuovo”, contestualmente alla notizia di un congresso a fine anno, depotenzia fortemente la novità dell’annuncio. Poiché in politica non c’è il time out, come nel basket, che cosa mai ci si potrà attendere nei prossimi mesi da un partito che è stato dichiarato ufficialmente morto dal suo stesso segretario? Quale credibilità mai potrà avere presso la pubblica opinione un soggetto politico destinato di fatto all’estinzione? E quale migliore terreno di attacco si può offrire ai propri competitori politici se, proclamando la necessità di cambiare pressoché tutto, si riconosce implicitamente l’inadeguatezza del partito attuale? Certo, il PD, come e più dei suoi antenati politici, è un pachiderma proverbialmente portato alla lentezza dei suoi movimenti. Ma di fronte al fenomeno dell’accelerazione dei tempi della politica a cui stiamo assistendo da almeno un ventennio, tre anni sono un’eternità, e rischiano di compromettere, se non di vanificare, anche le buone intenzioni del segretario attuale.

Ma non è tutto. Programmare un congresso a così lunga scadenza, soprattutto se caricato di una così radicale aspirazione innovativa, vuol dire dare tempo ai molti soggetti interni al partito, ostili al cambiamento (e dio solo sa quanti sono), di prendere le loro contromisure per limitare più possibile i danni, lavorando attivamente per realizzare la ben nota profezia del Gattopardo, agendo in modo da disinnescare la potenziale rivoluzione sancita dall’assise nazionale. Insomma, se davvero si vuole puntare ad un partito nuovo (e non vi è ragione di dubitare della buona fede di Zingaretti), occorrerebbe partire proprio da questo punto. Un congresso “vero”, di ridefinizione della linea politica, di riformulazione del rapporto con la società e i movimenti reali che la stanno attraversando, di costruzione di una nuova cultura politica, di un nuovo linguaggio, di nuove categorie di analisi, di un gruppo dirigente scelto sulla base delle competenze, e non della fedeltà – di tutto ciò vi è bisogno ora, oggi, l’altro ieri. Se ne convinca Zingaretti, e dia da subito una testimonianza concreta di discontinuità rispetto ad un passato che va chiuso al più presto possibile, senza ulteriori indugi.