Caro sindacato, che fare alla fine del blocco dei licenziamenti?

Save the date: 31 marzo 2021. Quel giorno scadrà il blocco dei licenziamenti deciso dal governo per la fase di emergenza Covid. Tutti gli indicatori, nazionali ed europei, prevedono una perdurante ed ulteriore caduta di attività. Un’ondata di licenziamenti rischia di essere alle porte e, sommandosi alla quota attuale di senza lavoro, potrebbe creare una situazione di disoccupazione di massa.

D’altra parte è difficile pensare che si possa continuare con una specie di “imponibile di manodopera”, come insegna la storia degli anni cinquanta. Tutto lascia prevedere quindi un effetto Vajont, per ricorrere ad un’immagine indelebile. La nostra protezione sociale reggerà l’urto di questa nuova ondata della disoccupazione di massa?

La sindemia oltre che premere sulle strutture sanitarie (siamo appena dietro all’America di Trump per il numero dei morti), morde e morderà, per un periodo non prevedibile, sulle strutture economiche del Paese. E questo accadrà anche dopo l’avvio della campagna vaccinale, come ripetono gli esperti.

La strategia dei ristori, adottata senza una regola definita e con provvedimenti occasionali, sta provocando insieme malessere sociale e macroscopiche ingiustizie: termometro, il notevole aumento dei risparmi sui conti correnti di molti italiani.
Lo sblocco dei licenziamenti significherà quindi un salto nella escalation della crisi.

Le “dighe” di categoria non bastano

Il movimento operaio e sindacale nella sua ricca storia, di fronte alla stagionalità del lavoro, alla incertezza, alle crisi settoriali o anche generali, ha costruito, su basi assicurative, tanti istituti quali strumenti di contenimento, di gestione e di governo di questi fenomeni. La cassa edile e la scuola edile sono esempi emblematici di questa ricca storia. Ma una sindemia come quella attuale travalica però tutti questi fenomeni sia per il suo carico di dolore che per i suoi effetti di lunga durata.

Le piccole “dighe” di categoria, costruite su base assicurativa, dovranno cedere il posto alla costruzione di un “minimo vitale”. Ci sarà bisogno insomma di costruire una grande diga. Questo minimo vitale dovrà essere valido per tutti, lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, e dovrà essere alimentato attraverso la leva fiscale. Dovrà essere rapportato alle risorse del Paese e in connessione stretta con i progetti di sviluppo, sia quelli nazionali che quelli in discussione con l’Europa. In particolar modo con il Next Generation Eu.

Non si può pensare di governare il dopo 31 marzo con la cassa integrazione e con gli altri strumenti assicurativi: la Cig ha sia un limite di risorse che di platea, come tutti i meccanismi assicurativi. Insomma, non si potrà fare senza un ricorso alla via fiscale e al bilancio dello stato. Sarebbe persino ingiusto, visto che i ristori hanno attinto tutti al bilancio dello Stato.

Due errori del sindacato

La sindemia ha effetti sia sistemici che di lunga durata. E allora chiediamoci: perché questo ritardo dall’approntare la riforma dei cosiddetti ammortizzatori sociali? Alla base della strategia del sindacato confederale io vedo due errori analitici di fondo.
Il primo riguarda l’interpretazione della sindemia, che non può essere vista come un fenomeno transitorio, da mettere tra parentesi, e non invece come un fatto che produce un cambio d’epoca.

Il secondo errore riguarda la rivoluzione informatica e la esplosione della potenza di calcolo, interpretata come un processo evolutivo e non appunto come una rivoluzione. Un processo che sta provocando conseguenze di lungo periodo: basti pensare all’esplosione del lavoro da casa, che si trasforma così da casa/periferia urbana a casa/mondo.

Questi due errori hanno portato a sottovalutare l’infarto produttivo e la conseguente disoccupazione di massa, sia del lavoro salariato che del lavoro autonomo. E questi stessi errori, secondo me, sono alla base della scelta del sindacato di proporre ai lavoratori ed al Paese come cuore della sua azione la battaglia per i rinnovi contrattuali, invece del tema dello sviluppo (vedi anche la sostanziale inesistenza sindacale sui progetti europei, come sul tema dello Stato Innovatore) e soprattutto del tema della “grande Arca”: cioè della riforma degli ammortizzatori sociali e dell’intero assetto della protezione anti-sindemia sia per il lavoro salariato che per quello autonomo, evitando di lasciare quest’ultimo affidato ai ristori confusi o, peggio ancora, alla vandea demagogica della destra.

Ma non sono – verrebbe da chiedersi – i lavoratori e i pensionati i principali pilastri del bilancio dello Stato? Ma non sono i lavoratori e i pensionati la base di massa dei sindacati confederali e insieme del serbatoio da cui provengono le risorse per i ristori?
L’errore dello sciopero nel pubblico impiego, un errore che rischia di fare il vuoto politico anche attorno al lavoro industriale, appartiene a questa catena.
Lo sblocco dei licenziamenti si avvicina e tutto il mondo del lavoro salariato trema, tra smart working e disoccupazione, come fosse sotto assedio. Per questo bisogna in ogni modo predisporre subito una “grande arca” prima che arrivi il diluvio. Il 31 marzo è dietro l’angolo.