“Caro Enrico vivrai in noi”
Berlinguer, testamento a mille voci

Quando alla Fondazione Gramsci ho chiesto di poter visionare la posta indirizzata al Partito comunista e alle istituzioni in occasione della morte del segretario del Pci, mi sono trovato di fronte a settantotto fascicoli che raccolgono se non tutti, molti dei messaggi fatti pervenire all’“Unità” (che ne ha pubblicati diversi), alla direzione nazionale a Botteghe Oscure, alle Federazioni provinciali, alla famiglia, alla presidenza della repubblica, alla presidenza della camera. Si va dagli auguri di guarigione dei primissimi momenti alla vicinanza espressa dopo il decesso. I mittenti sono: singoli cittadini, enti locali, consigli di fabbrica, organismi sindacali, consigli comunali, partiti politici, personalità pubbliche, sezioni del Pci italiane ed estere, esponenti della cultura, della scienza, dello spettacolo. Non tutti gli estensori erano comunisti. Scrissero telegrammi, lettere, alle volte poesie. Alcuni scritti mi sono sembrati emblematici di un sentimento diffuso, corale.

Alfonso P., di Solaro in provincia di Milano, pensava che la differenza tra Berlinguer e gli altri politici fosse la stessa che passa tra la norma e l’eccezione: «Non era l’unico, non ce l’ho con gli altri ma Berlinguer era tutta un’altra cosa […]. Non mi ero mai interessato di politica finché non ho conosciuto lui, l’unico che mi abbia convinto ad iscrivermi ad un partito, a sacrificarmi per il partito […] forse questa lettera non è altro che due fogli di banalità, ma è tanta la rabbia che provo dentro […] non riesco a placare questo dolore in altro modo e penso che il dolore non può mai essere banale». La lettera è indirizzata all’“Unità”. Claudia M. di Montalcino in provincia di Siena aveva quindici anni e diverso tempo dopo il funerale chiedeva alla direzione del Pci «di avere un poster di Enrico, oppure qualcos’altro di vostro gradimento in modo di avere un ricordo di questa grande persona così cara».

Come si è detto, tanti poi non erano comunisti. Lo testimonia la lettera arrivata da Oristano: «Vi scrive una delle tante famiglie che, pur non condividendone l’orientamento politico, stimava e apprezzava Enrico Berlinguer per la passione e la coerenza delle idee». Orlando B., di Imperia, maresciallo di polizia, ricordò all’“Unità” il primo congresso nazionale del Siulp (il Sindacato italiano unitario dei lavoratori di polizia): «Enrico Berlinguer sorridente felice e orgoglioso di sentire l’oceanico applauso dei poliziotti […] a lui rivolto che andava ben oltre, come significato, all’unione ritmica di due mani». Quel congresso si celebrò nel 1978 anche grazie all’impegno del Pci per la smilitarizzazione dei corpi di polizia e per il riconoscimento dei sindacati degli agenti.

Una poesia

Francesco B. era iscritto alla sezione del Pci di Cutro, in provincia di Crotone. Si era fatto quattro mesi di carcere per il partito, a causa di una dimostrazione di protesta. Emigrato in Germania per lavoro, seguì sulla tv tedesca tutto ciò che fu trasmesso su Berlinguer. Si lamentava da Wirges: «[…] noi emigranti aspettiamo con ansia ogni quattordici giorni il programma televisivo che parla in italiano, ho messo il video per registrare tutto l’avvenimento del nostro compagno Berlinguer, e non si è visto niente, e non ne hanno nemmeno parlato, con la paura che la Dc perde voti per questo parlamento europeo».

Adele B., di Piovene Rocchette in provincia di Vicenza, azzardò una poesia: «Compagni non piangete! / il padre onesto, l’amico cui qualcuno carpì la gloria compiendo il vil sorpasso / ve lo attesto / nudo di inganni entrato è nella storia». Anche Armando B., iscritto alla sezione comunista Gramsci di Jesolo, scelse la forma della poesia: «Noi ti abbiamo amato e ti amiamo non perché eri quell’uomo / ma perché eri la speranza / il sogno dell’uomo […] ricorderemo il tuo volto intagliato nell’olivo / l’assoluta onestà che non muore / Se pur breve è la vita / eterno è l’onore».

Neppure il mondo dello sport restò indifferente. Giampiero Boniperti inviò un telegramma: «Personalmente et nome tutta famiglia bianconera desidero esprimere sensi profondo cordoglio per improvvisa scomparsa vostro congiunto ricordandone la simpatia e l’attenzione con cui seguiva le vicende calcistiche». Nel cuore di Berlinguer c’era la squadra del Cagliari, ma un posto speciale era riservato alla Juventus, come avrebbe raccontato Gigi Riva in una trasmissione radiofonica qualche anno dopo. Boniperti aveva conosciuto Berlinguer negli anni cinquanta, quando la rivista della Fgci, “Pattuglia”, organizzò il concorso di Miss Primavera. La giuria era composta da uomini dell’arte e dello sport che si riconoscevano nella sinistra. Tra questi: Claudio Villa, Massimo Girotti, Renato Guttuso, Fausto Coppi, Giampiero Boniperti. C’erano Ugo Pecchioli ed Enrico a quel tempo segretario della Fgci. Vinse una ragazza che studiava danza classica. Berlinguer lasciò a Pecchioli l’onore di ballare con la vincitrice.

Tra i tanti religiosi che vollero manifestare la loro partecipazione, non poteva mancare monsignor Luigi Bettazzi, il vescovo di Ivrea con cui Berlinguer aveva intessuto un confronto epistolare pubblico che segnò profondamente il dialogo tra comunisti e cattolici. Così Bettazzi si rivolse alla famiglia di Berlinguer: «Partecipo vostro dolore con grande ricordo vostro caro scomparso sua dedizione popolo italiano ricerca nuove strade solidarietà et pace grato per antica corrispondenza. Assicuro affettuosa preghiera».

Operai, studenti, preti, poeti

Un telegramma arrivò anche da Achille Tramarin, primo deputato della Liga Veneta, che rendeva «omaggio figura illustre statista scomparso». Il 10 agosto 1983, alla prima seduta dell’XI legislatura, il neodeputato Tramarin aveva preso la parola in dialetto veneto. Sarebbe stato in seguito espulso dal partito che aveva fondato iniziando un altro percorso. Diventato volontario nella mensa dei poveri della parrocchia Sacro Cuore di Padova, si iscriverà infine al Partito democratico, nel circolo dello stesso quartiere.

Ma sono i messaggi degli operai, delle donne, dei giovani, degli studenti, degli emigranti che, letti a più di trent’anni di distanza, raccontano molto del mondo di allora. Il poeta bolognese Roberto Roversi, riflettendo su quelle lettere, ha parlato di: «Un testamento a mille voci e a futura memoria. Niente di più significativo sotto l’aspetto politico e umano poteva essere deposto sulla tomba romana di Berlinguer».

Maria Pia V., di Padova, era in piazza dei Frutti per il comizio del 7 giugno: «Caro Enrico, caro Berlinguer, sono una compagna non di vecchia data […] le mie incertezze sono cadute forse quella maledetta sera […] quando ho visto con quale sforzo hai cercato di finire quel discorso, anche se ormai non ce la facevi più». Anche Piero era . Aveva ventitré anni e studiava ingegneria nell’ateneo patavino: «In questi giorni, in queste lunghe ore, andando nel piazzale dell’ospedale per sentire i bollettini medici, ho rivissuto le ore di ansia, di paura, di impotenza e di speranza che avevo vissuto due anni fa per mio fratello, morto di cancro a venti anni […] egli era un “giovane” che parlava il linguaggio dei giovani, capiva i problemi dei giovani e fino all’ultimo ha cercato di risolverli».

Eduard G. scrive da Valencia: «Soy un eurocomunista. […] Tenemos que luchar “casa per casa” como dijo en su ultimo minudo de vida para seguir adelante, con sus ideas, por un mundo mejor, libre y en paz».

In una lunghissima lettera Giovanni B. da Venezia, di fronte alla «straordinaria partecipazione di popolo che ha fornito la chiave di lettura della morte di un uomo di parte, come morte di un uomo, di un politico che è mancato a tutti», chiedeva, «dov’è mai ora l’isolamento in cui si sarebbe cacciato il Pci? È stata questa coralità delle emozioni e della partecipazione […] che ha trasformato il silenzio della morte in parola».

“Vivrai in noi”

Non si contano ovviamente le lettere degli operai dalle fabbriche, degli edili dai cantieri. Con loro Berlinguer aveva sempre avuto un legame speciale, sostenendo anche battaglie che non risultarono vincenti, come quando il 26 settembre 1980 il segretario del Pci si recò davanti ai cancelli della Fiat a Mirafiori, nel corso dei trentacinque giorni di sciopero indetti contro i 14 000 licenziamenti. La marcia dei quarantamila il 14 ottobre avrebbe sconfitto quella battaglia, ma per dirla con Guido Liguori quel gesto: «Rimase nella mente e nel cuore di milioni di lavoratori, quasi a indicare un nuovo patto tra comunisti e classe operaia. […] Egli voleva essere in connessione sentimentale col popolo comunista, con le classi lavoratrici, con gli operai nel tempo stesso in cui cercava e trovava anche altri interlocutori interessati alla sua proposta di un nuovo modello di società».

Una lettera inviata all’“Unità” di Milano è firmata «un comunista della Gte»: «Ti abbiamo amato per la tua pignoleria nel difendere il diritto al lavoro alla dignità umana alla pace […] ci mancherà la tua voce pacata che si levava contro la politica – spettacolo dei nostri governanti, la politica […] degli slogan senza contenuto ma spiritosi, lunghi come in un intermezzo pubblicitario su una tv privata». Gidda F. scrisse a Botteghe Oscure: «Io lo conobbi, un giorno, il caro Enrico […]. Non sapendo dire di no all’invito entusiastico dell’operaio Manoni […] venne a pranzo alla mensa del nostro cantiere di via Forneto. […] Conservo un oggetto che gli appartiene che lui usò: un pacchetto vuoto di jp Special non per culto della personalità, ma per stupido orgoglio […] del c’ero anch’io».

Gigliola F., una diciannovenne di Como: «Ho letto che stai morendo, compagno […]. Il mio rimpianto è di non averti conosciuto, il mio rimpianto è perché te ne vai solo e con te se ne va un pezzo del mio mondo una fibra del mio cuore. […] Non ci lasci, compagno Enrico; sarai con noi, vivrai in noi. Troppo tardi ci siamo accorti di quanto ti volevamo bene». Dalla stessa città, Graziella I., studentessa lavoratrice di ventitré anni: «Enrico Berlinguer non è per noi giovani un mito, ma un uomo dei giorni nostri (si può esserlo senza iscriversi alla p2!) una figura concreta, a volte sofferta, una persona a cui dobbiamo molto sul piano politico e morale». S.B., una ragazza di Galliera Veneta: «Grazie Enrico, ero a Padova, nella pioggia, con gli altri compagni, a porgerti, in commosso silenzio, l’ultimo saluto […] il cielo continuava a piangere, con me, con tutti noi […] questi giorni d’angoscia hanno contribuito a farmi gettare alle spalle lemie titubanze da diciannovenne creando in me nuove certezze».

Giusi mandò una cartolina pacifista all’“Unità” di Milano, con una poesia di Bertolt Brecht. Sul retro, sotto un fucile spezzato e lo slogan “Né un uomo né un soldo per la guerra. No a tutti gli eserciti”, scrisse: «Avrei voluto credere in Dio per pregarlo. Ciao Enrico».

Piero Ruzzante, consigliere regionale in Veneto, durante i drammatici giorni di Padova era un giovane militante della Federazione Giovanile Comunista.
Questo testo, per gentile concessione dell’autore, è tratto dal libro “Eppure il vento soffia ancora. Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer (a cura di Antonio Martini, Utet).