Di Maio, il rebus riders
e il bisogno di una legge

La premessa è d’obbligo: commentare anticipazioni, anche se molto “circolate” negli ultimi giorni è sempre un rischio. Eppure è il caso di correrlo per commentare non tanto l’intervista rilasciata dal Ministro Di Maio al Sole 24 ore, quanto un testo articolato, noto agli addetti ai lavori, di disciplina non solo dei cosiddetti riders (in italiano ciclo fattorini), quanto – e ben più significativamente – del rapporto di lavoro al tempo dell’economica digitale.

Già, perché il testo in questione affronta preliminarmente un tema dibattuto fin dalla metà degli anni ’90: come regolarsi normativamente di fronte al passaggio dall’economia fordista a quella prima flessibile, e ora digitale? In altre parole, se per Cipputi era facile immaginare una definizione (infatti il lavoro subordinato si descriveva caratterizzato dalla soggezione della persona all’organizzazione della sua prestazione da parte del datore di lavoro in cambio di un salario), nel momento in cui l’organizzazione dell’impresa ammette e anzi sollecita forme crescenti di responsabilizzazione ed autonomia da parte del lavoratore, quella definizione era sempre attuale? O non era il caso di ammettere e anzi promuovere diverse forme di lavoro, caratterizzate da minori tutele ma maggiore autonomia? Di qui la cosiddetta “fuga dalla subordinazione” e la disciplina, con tanti rimaneggiamenti successivi, delle “collaborazioni coordinate e continuative”. Fino a giungere alla sentenza con la quale il giudice di Torino ha definito come autonomi i lavoratori di Foodora con la giustificazione che loro, potendo rifiutare una corsa, non erano soggetti al potere della piattaforma digitale. E di qui – anche – la costante mania del legislatore di moltiplicare tipologie di lavoro, nell’affannosa ricerca di “vestiti su misura” per un soggetto, l’economia della globalizzazione, che costitutivamente cambia forma (“afferrare Proteo” aveva intuito Franco Rodano fin dalla metà degli anni ’80), e quindi per definizione nessuna forma, per quanto precaria, è adatta.

Per tutti questi anni un filone, rimasto minoritario rispetto alle scelte politiche compiute ma assai vivo nel dibattito dottrinale (vale la pena citare il compianto Massimo Roccella per tutti), ha invece sostenuto che la caratteristica della subordinazione, all’epoca dell’economia digitale, non andava ricercata nella formale e documentata soggezione del lavoratore al potere disciplinare del datore di lavoro, ma che invece queste erano forme secondarie di una originaria alienità del prodotto della prestazione rispetto a chi la rendeva: tradotto in italiano, era dipendente colui che svolgendo un lavoro lo faceva per conto di altri, che se ne appropriava in cambio della retribuzione corrisposta. Come si vede da questa rapidissima sintesi, l’esito di questo approccio non sarebbe stato quello della moltiplicazione delle tipologie d’impiego, quanto un allargamento del concetto (e delle tutele) previste per il lavoro dipendente a (quasi) tutte le circostanze in cui non si è pienamente padroni del proprio lavoro, ma lo si svolge per conto di altri.

Ebbene, il testo in circolazione in questi giorni abbraccia, fin dall’articolo 1, questa impostazione, e la declina nei confronti di chiunque svolga prestazioni di lavoro del cui esito non diventa titolare. Anche se il datore di lavoro risulti essere una piattaforma digitale: di qui le ricadute sul mondo dei riders, il che comporta giusti richiami all’attualità, ma non dovrebbe diventare il centro della discussione, che invece è proprio il modo di intendere il lavoro e le sue tutele. E questo può farlo solo la legge, non un contratto collettivo, da chiunque sottoscritto, per un principio abbastanza ovvio: un contratto è pur sempre una scrittura tra soggetti privati, e non può quindi disciplinare chi è dipendente e chi no, né di conseguenza quali tutele spettino a chi, ma solo intervenire nei confronti dei sottoscrittori, che possono decidere solo per loro stessi, non per l’universo dei potenziali interessati, e – cosa non trascurabile – possono sempre variare l’ambito della sfera di loro rappresentanza, ad esempio uscendo dall’associazione firmataria (do you remember Fiat-FCA?), o dal sindacato sottoscrittore. Ed è su questa banale buccia di banana che sembra essere scivolato il Ministro Di Maio, quando dice di poter fermare l’iter di questa disposizione se le parti (in questo caso le aziende di distribuzione tramite piattaforma, e le loro rappresentanze) sottoscrivano “un contratto”. Come illustri predecessori prima di lui, che si ritrovarono titolari di immobili a loro insaputa, o commensali ma a tavoli diversi, il Ministro ha per le mani lo strumento per ribaltare 20 anni di disciplina lavoristica, ma pensa di poterlo scambiare con un contratto tra privati. Sarebbe il caso di avvertirlo.

Ma il testo di cui discorriamo ha conseguenze profonde che qui è solo possibile accennare, perché meriterebbero una discussione pubblica approfondita, sempre che ci fosse un soggetto politico in grado di promuoverla e sostenerla, cosa di cui dubito, vista la coalizione al governo e il contratto alla sua base.

Solo per accenni:
− se è vera la premessa riassunta sopra, il mondo del lavoro si struttura in (solo) due ambiti, il lavoro genuinamente autonomo e il (grande) lavoro subordinato, retto dall’articolo 2094 del codice civile; conseguentemente il contratto di collaborazione, croce e delizia di tutto questo ventennio, esce per la comune (senza troppi rimpianti), con conseguente allargamento delle tutele lavoristiche a diverse migliaia di persone (riders compresi, ma non solo!);
− e però, data la natura dell’organizzazione del lavoro moderna, fatta di variabilità estrema e continua, il lavoro intermittente cessa di essere una forma “di nicchia”, con le attuali limitazioni oggettive (solo se previsto dai contratti collettivi) e soggettivi (solo per alcune fasce d’età), per assumere la forma di una modalità “normale” di prestazione;
− se così fosse, il rapporto tra contratti temporanei (diretti e in somministrazione) e il “nuovo” contratto di lavoro intermittente rischia di ripresentare il problema della moneta cattiva che scaccia quella buona, che abbiamo già visto all’opera con i vouchers prima, e l’attuale esplosione del lavoro intermittente dopo la loro (fittizia) abrogazione e resurrezione camuffata; bene quindi l’eventuale ritorno dell’obbligo di indicazione della causale giustificativa per ricorrere ai contratti temporanei, ma temo non sia sufficiente;
− inoltre, un mondo del lavoro subordinato così immaginato richiede necessariamente un ridisegno della rete di ammortizzatori sociali (e qui si pone il tema della relazione col reddito di cittadinanza), in modo da rendere tutelato, anche previdenzialmente, il lavoratore in tutte le fase della sua vita lavorativa;
− infine, ma non per importanza, si deve declinare la relazione tra questi ambiti, il diritto alla formazione e la copertura previdenziale di ogni aspetto della vita lavorativa.

Come si vede, da un piccolo testo di appena 7 articoli discendono questioni davvero rilevanti, che una cultura democratica al momento muta dovrebbe porre e porsi per far progredire aldilà dei talkshow e dei social una discussione su dove si colloca il lavoro nel XXI secolo. E come queste idee qui rapidamente descritte e discusse si possano conciliare con il “padroni in casa propria” e la chiusura dei porti ai migranti e richiedenti asilo. Ma questa è un’altra storia, su cui pure bisognerà ritornare.

(Ndr. l’autore è segretario generale NIdiL-Cgil)