Caro De Masi, il M5S non c’entra niente con il Pci

Va spesso in tv il sociologo Domenico De Masi, considerato uno studioso molto vicino al M5S. La tesi che ricorre nei suoi interventi è che il M5S è la riproduzione, certo in altra forma, del vecchio Pci. Qui, più che l’analisi obiettiva, sembra prevalere però un elemento biografico. De Masi infatti viene dalla sinistra, per il Pci è stato anche candidato alle elezioni politiche. Indubbiamente, molti altri elettori che in passato hanno scelto i comunisti o anche le formazioni della sinistra radicale, ora hanno ritenuto di orientarsi per i cinque stelle.


Basta questo travaso quantitativo per concludere che con il M5S si ripresenta a vita nuova il rimpianto spettro dei comunisti? Come fenomeno sociologico, è possibile riscontrare una certa coincidenza tra i profili dei due elettorati (anche se neppure negli anni d’oro il Pci è stato così forte nel sud e nelle isole come oggi il M5S). Sul piano qualitativo o della cultura politica però il discorso si complica di molto. Non ci sono dubbi che i due punti di forza del programma del M5S, il reddito di cittadinanza e il mito della democrazia diretta, abbiano avuto una gestazione lunga a sinistra. Con diverse formulazioni, entrambi questi obiettivi compaiono in un testo chiave della tradizione comunista, gli “Elementi per una dichiarazione programmatica del Pci” del 1956.
In essi si rintraccia una formula che, in senso atecnico, si può definire reddito di cittadinanza:
“Questo sistema di sicurezza sociale deve garantire a tutti i cittadini, nello spirito della nostra costituzione e a spese dello Stato, nel quadro di una riforma fiscale generale, una tutela sanitaria completa ed efficace e una adeguata assistenza economica in tutti i casi di bisogno, disoccupazione, indigenza, malattia, infortunio, tubercolosi, cecità, maternità, carico di famiglia, invalidità e vecchiaia. Una efficacia sicurezza sociale non è ancora il socialismo, ma è una misura indispensabile di civiltà e di progresso sociale”.

Mineo, settembre 2017

L’attenzione al reddito, alle forme di assistenza, alla redistribuzione non solo è inserita dai comunisti in un progetto di alternativa di società, che coinvolge soggetti sociali plurali e mobilitazioni collettive per le grandi riforme di struttura, ma rinvia a uno sguardo rivolto alla produzione, cioè su come orientare i beni, verso quali obiettivi indirizzare lo sviluppo. Entrambi questi corollari sembrano alquanto sfumati nelle linee del M5S, che scontano le suggestioni del marketing e non si proiettano oltre il momento simbolico-elettoralistico.
Anche l’istanza di un allargamento degli spazi di partecipazione rientra tra le idee classiche della sinistra. Accanto alla centralità del parlamento, luogo del principio di maggioranza e della pluralità dei partiti, il programma del 1956 prevede lo sviluppo “di forme di democrazia diretta”. Questa formula, ovvero una combinazione di rappresentanza e democrazia diretta, rientra in un disegno complesso di allargamento della politica che, con la costruzione di reali momenti di partecipazione, persegue gli obiettivi di una socializzazione del potere e di un cambiamento degli assetti della proprietà dei mezzi di produzione.
E’ arduo scorgere qualcosa nel programma del M5S, o nelle articolazioni misteriose di un non-partito proprietario, che riannodi il senso di quegli antichi discorsi. I comunisti, e la sinistra in genere, avevano una idea aristotelica della politica, cioè la ponevano al vertice dell’esperienza umana. E’ quello che, in un film di Tornatore pieno di bandiere rosse, dice il nonno in punto di morte: la politica è bella. Quel mondo di assolute passioni ideali poco ha a che fare con gli eredi del vaffa day che comunque, come non-partito maggioritario, meritano il massimo rispetto. Al pari però della storia di un partito che non c’entra nulla con i disegni della azienda di Casaleggio o con i troppo generosi accostamenti di un sociologo autorevole.