Caro Bettini,
le tue strategie
paralizzano il Pd

Le basi strategiche dell’alleanza Pd-M5S sono contenute nelle novelle lettere da lontano, anzi da remoto, che Goffredo Bettini ha pubblicato sul Foglio del 21 agosto. Nel suo scenario storico-politico Bettini non si limita a dare consigli al Pd, ma ne elargisce per tutti gli attori. Per il M5S ha parole di elogio perché “grazie al rapporto con noi i 5 stelle sono radicalmente mutati”. E quindi, dopo il soffio redentore del “partito cristiano” (anche questa è una delle qualifiche del Pd secondo Bettini) devono continuare sulla strada della alleanza strategica per difendere la democrazia rappresentativa. Ma anche a Renzi e Calenda non fa mancare indicazioni su quanto loro tocca fare di utile per costruire la terza gamba della grande alleanza.

Il fantasma del populismo straordinario

Il clima che traspare dalle lettere da remoto è quello di una catastrofe incombente. E dinanzi all’emergenza si odono gli echi di nuove chiamate alle armi. Alla base del governo c’è, secondo Bettini, la percezione che in pericolo sia direttamente la democrazia, assediata da una minaccia che egli non esita a definire come eversiva ed autoritaria. Quello di Salvini e Meloni non è infatti un populismo normale ma un populismo straordinario”, che niente ha a che fare con “il ribellismo demagogico” dei Cinque stelle i quali, anche dopo la demoniaca alleanza con il capitano, si sono purificati e possono atteggiarsi ad alfieri della costituzione.

La politica è lontana dal conflitto normale perché, oltre ogni discrimine programmatico, il problema principale è di sventare l’estremo pericolo rappresentato da una destra che “allude costantemente al rovesciamento della pratica costituzionale”. Il quadro è nitido: da una parte i democratici, dall’altra i gruppi eversivi che conferiscono al voto un segno di avventura senza ritorno. Parole di pietra vengo perciò scagliate contro formazioni che sono state già al governo e dominano in gran parte delle regioni.

Se è in gioco la democrazia

E’ presente dunque un oggettivo “pericolo autoritario” e l’ordinamento costituzionale è sotto assedio, anzi sul punto di cadere sotto i colpi di una nuova forma di autocrazia. Ripete Bettini più volte che “è in gioco la natura democratica del paese”. L’Italia versa in “condizioni quasi impossibili”. Wèimar alle porte, con un capitano padano al posto del caporale austriaco.

Se queste immagini piuttosto calde non sono propaganda ma corrispondono alla diagnosi delle reali condizioni politiche, allora si pongono questioni ineludibili. La destra governa tutto il nord, quasi l’intero sud e le isole. Si tratta di una esperienza di sovversione potenziale? Come difendere l’ordinamento? Non può rimanere inevasa la domanda più importante. Per impedire che al potere centrale salgano Salvini e Meloni si prospetta una qualche democrazia protetta come argine per impedire che accada l’imponderabile? Se le espressioni forti dello scritto di Bettini hanno un senso, la politica può attendere. Non resta, verrebbe da dire, che accertare la fedeltà delle forze armate, misurare la lealtà costituzionale degli organismi tecnici e militari e adottare gli atti formali per annichilire il fascismo in marcia.

Così però, nell’attesa di un nuovo decreto Facta che abbia miglior fortuna, la politica abbandona il campo e rimane la guerra simulata. Se la democrazia e la costituzione sono aggredite in maniera esplicita, o si evoca lo sgonfiamento autoritativo di forze eversive o si cambia analisi perché l’altra, la delegittimazione del nemico, non regge alla prova di forza. Anche Zingaretti condivide certi toni drammatici: “non è in gioco soltanto un’alleanza di governo ma la tenuta della nazione”. Adottando parole di guerra civile virtuale, solo per giustificare l’operazione trasformista sotto la regia parruccona di Conte, si crea una situazione scivolosa. A furia di dichiarare l’emergenza, di invocare il pericolo estremo, l’eccezione compare per davvero e senza trovare più resistenze.

I

E se il popolo non ascolta l’allarme?

Se il governo dispone del plusvalore politico, per dichiarare legalmente il nemico nero-verde come estraneo all’ordinamento, allora proceda pure con le misure coercitive adatte al caso. Se queste risorse non sono ritrovabili o difficilmente traducibili in norme, allora il Pd eviti di gridare al lupo, dell’eccezione in democrazia è sempre preferibile tacere. Anche perché la cosa peggiore, dopo aver annunciato il pericolo nero-verde, è che il popolo non presti ascolto alle denunce e anzi voti per una destra illiberale. Che si farà allora? Per un partito di cariche elettive, e senza il radicamento di massa per affrontare le dure prove di forza che evoca in maniera maldestra, proporsi come regista nella lotta frontale amico-nemico che scandisce la crisi della democrazia è alquanto imprudente e quindi caricaturale.

La situazione è davvero drammatica perché la destra è illiberale e al governo non ci sono idee, tracce di comprensione della deriva in corso. Le basi strategiche fissate da remoto poggiano sulla sabbia perché, oltre che impotente nel determinare l’agenda di governo, il Pd è debole nel costruire argini nella società.