Carlo Vanzina, il regista che capiva meglio gli italiani

Una volta moriva un artista e il giorno dopo leggevamo i necrologi su tre-quattro quotidiani (magari su uno solo, dipende da quanti ne compravamo). Poi è arrivata la tendenza di non limitarsi ai necrologi, ma di raccogliere le testimonianze: moriva X e tu, cronista, dovevi telefonare a Y che era tanto amico suo (e magari, quando non c’era internet, eri tu a dirgli che X era morto e quello ti sveniva al telefono: è capitato). Poi è arrivata la rete. Poi sono arrivati i social. E con i social (scusate se la citazione è sempre quella, ma non ne abbiamo ancora inventata una migliore) si è avverata la profezia di Umberto Eco: le idiozie che una volta circolavano solo ai banconi dei bar sono diventate sentenze scolpite nella roccia.

Oggi, domenica 8 luglio 2018, è morto Carlo Vanzina. I social sono impazziti. Abbiamo letto cose che gli umani… pardon, questa citazione non va più bene: gli umani sono estinti. C’è gente che dà a Carlo Vanzina la patente del genio, e passi: lui riderebbe di cuore, ma almeno è gente che ha visto i suoi film e che gli vuol bene. C’è gente che si sente in dovere di scrivere: non ho mai visto un suo film e non li ho visti perché mi facevano schifo, considerazione che – lo ammetterete – induce a porsi almeno due domande: 1) se non li hai mai visti, come sai che ti facevano schifo? 2) se hai passato la tua intera vita senza incrociare il cinema dei fratelli Vanzina, perché proprio oggi, domenica 8 luglio, senti il bisogno di dire la tua?

Amleto è morto. No, non nella tragedia di Shakespeare (lì, muore ogni sera). È morto nel mondo. Il principe di Danimarca se ne va sussurrando “il resto è silenzio”, ed è proprio il silenzio ad essere morto in questo XXI secolo. Nel frastuono di idiozie, colpisce – naturalmente – l’ignoranza. Su facebook un tizio – di cui non faremo il nome nemmeno sotto tortura, la pubblicità si paga – scrive che il cinema dei Vanzina è l’orrido sottoprodotto dell’Italia berlusconiana-weltroniana. Scrive “weltroniana” proprio così, con la “w”: magari l’ha fatto apposta. Che vorrà dire? Boh. Però sarebbe carino sapere che Carlo dirige il suo primo film, “Luna di miele in tre”, nel 1976 quando Walter Veltroni ha solo 21 anni. Carlo ne ha 25, non tanti di più, ma è un enfant-prodige: lui e il fratello Enrico respirano cinema da quando sono nati (il loro papà, lo sappiamo tutti, è Stefano Vanzina in arte Steno). Va bene tutto, ma definire “weltroniana” l’Italia degli anni ’80 che è quella che i Vanzina davvero raccontano con spirito e baldanza da cronisti di razza, è una solenne scemenza. Altri invece accusano Carlo ed Enrico di essere “quelli dei cinepanettoni”. Di nuovo, boh. Ne hanno fatti un paio, quando ancora nessuno li chiamava così. Il primo è stato “Vacanze di Natale” (1983), che era una sorta di seguito/remake di “Sapore di mare”, il loro primo vero, enorme successo. “Sapore di mare” era ambientato d’estate e uscì a febbraio: il panettone non c’entrava nulla. La formula vincente dei “cinepanettoni”, il cui vero canone è composto dalle pellicole interpretate dalla coppia Boldi/De Sica e prodotte da Aurelio De Laurentiis, vede quasi sempre alla regia prima Enrico Oldoini poi Neri Parenti. Per la cronaca, in “Vacanze di Natale” Boldi non c’è ancora: arriva solo in “Vacanze di Natale ‘90”, sette anni dopo. Carlo avrebbe poi diretto “Vacanze di Natale 2000”, nel 1999.

Che si può fare per debellare l’idiozia e l’ignoranza, che quando si alleano diventano imbattibili? L’unica cosa sensata – per chi ne ha voglia e tempo – sarebbe rivedere i 66 film (tv inclusa) che Carlo ha diretto e provare a capire cosa c’è davvero, lì dentro. Anche chi scrive non li ha visti tutti. C’è stato un tempo in cui “il cinema dei Vanzina” era imprescindibile per chi volesse capire le dinamiche produttive e commerciali del cinema italiano (soprattutto nel rapporto essenziale fra tale cinema e il suo pubblico), e anche per chi volesse annusare lo spirito del tempo. I Vanzina hanno avuto anni di splendore: almeno per tutti gli anni ’80 e ’90, capivano l’Italia e gli italiani meglio di chiunque altro. Se poi la criticassero, quell’Italia, o se ne vellicassero i vizi in modo acritico sarà per sempre argomento di dibattito: la verità, secondo noi, è che la critica non era direttamente nei film, ma doveva essere nell’occhio di chi li guardava. In questo Carlo ed Enrico erano veramente “popolari”, e profondamente democratici: non davano né ricette né lezioncine, mettevano gli italiani davanti a uno specchio. Poi questo specchio si è appannato, i film sono diventati meno urgenti, del resto questo tipo di cinema è un po’ come uno sport: non si può stare al top per sempre, prima o poi arriva qualcuno che ha più sprint di te.

Rivedere i 66 film però non dovrebbe avere un senso solo “sociologico”. Certo, soprattutto Enrico (che è anche scrittore, giornalista e personaggio pubblico, mentre Carlo era un regista puro, schivo e silenzioso) è un acuto osservatore della realtà, figlio artistico di intellettuali come Ennio Flaiano e Marcello Marchesi piuttosto che di papà Steno. Ma i 66 film nascondono cose molto diverse fra loro, perché Carlo era un regista più eclettico di quanto si pensi e pensasse. “Le barzellette” (2004) è, ad esempio, un capolavoro surrealista: un film senza trama, costruito su gags che sfociano una dentro l’altra in una sarabanda di risate apparentemente gratuite (quando uscì, sull’”Unità”, lo paragonammo al “Fantasma della libertà” di Bunuel e non siamo affatto pentiti). “2061 – Un anno eccezionale” è una farsa satirico-politica folgorante, quasi una versione pre-leghista di “L’armata Brancaleone”, il vero film su Grillo & Salvini. “SPQR” e “A spasso nel tempo” sono divertenti variazioni sui viaggi nel tempo. “Eccezzziunale veramente” (1982) rimane uno dei pochi film italiani azzeccati sul calcio, nonché la documentazione di un talento in sboccio – il primo Abatantuono, quello del “terrunciello” – che ha avuto pochi eguali nel cinema italiano di quel tempo. E poi ci sono i film “seri”: “Sotto il vestito niente”, “La partita”, “Tre colonne in cronaca” con Volonté, scommesse che la critica prima auspicava (per la serie: ma quand’è che i Vanzina faranno un film diverso dai film dei Vanzina?) e poi rifiutava, e che spesso i fans non capivano.

Carlo ha fatto 66 film ed è morto a 67 anni. È stato un indefesso lavoratore del set, e proprio i lavoratori lo amavano: era celebre per la velocità, se in un giorno di riprese c’erano tot inquadrature da girare entro le 17 lui immancabilmente le finiva per le 14-14.30 e mandava tutti a casa (pagando la giornata, si capisce). C’è stata un’etica del lavoro, nel cinema dei Vanzina, che a molti è sempre sfuggita. Gente così va rispettata. Magari tacendo, in questo giorno così triste.