Carlo Giuffrè, il “fratello bello”
che inseguì il teatro di Eduardo

Carlo Giuffré era un irregolare, un interprete torrentizio. Gli attori teatrali (quelli bravi, soprattutto) si dividono in due categorie, chi parla e chi fa le pause: lui parlava e non faceva che pochissime pause. «Prendeva poco fiato», come si dice in gergo. Irregolare, poi, è l’aggettivo che più s’addice alla sua carriera sghemba: dopo l’esplosione con la Compagnia dei Giovani (Romolo Valli, Giorgio De Lullo e Rossella Falck: non è da perdere su youtube un memorabile Giuoco delle parti in cui Giuffré è Guido Venanzi, l’amante sciocco e focoso di Silia Gala), con l’avvicinamento al fratello maggiore Aldo, iniziò il recupero delle origini napoletane. Nonché, quasi di conseguenza, un lungo, faticoso inseguimento del repertorio di Eduardo, del quale Giuffré jr si sentiva il più adeguato esegeta (dopo il Maestro, beninteso) forse in contrapposizione all’erede Luca. Ma, prima Eduardo stesso e poi il figlio Luca, con la saggia idea di non inflazionare quel medesimo repertorio, lo concessero con il contagocce; anche a Carlo Giuffré. Il quale solo alla fine poté coronare il suo sogno tardivo praticando alla sua maniera convenzionale capolavori come Il sindaco del Rione Sanita, Napoli milionaria! o Natale in casa Cupiello.

D’altra parte: avete presente Eduardo? Eduardo non recitava: faceva le pause; che gli servivano per consentire al pubblico di leggere i pensieri dei suoi personaggi. Sì, perché più che le parole, Eduardo recitava tutto ciò che i suoi antieroi non dicono. E allora figuratevi come poteva quest’attore torrentizio, solerte parlatore come Carlo Giuffré a districarsi in quel labirinto di silenzi?

Italian actor and comedian Aldo Giuffré next to his brother Italian actor Carlo. Milan, 1960s (Photo by Mondadori Portfolio by Getty Images)

Piuttosto, accanto al fratello Aldo («Il fratello bravo», diceva di lui Carlo, e non aveva tutti i torti, mentre di sé diceva «Il fratello bello»), aveva iniziato un significativo recupero della letteratura teatrale napoletana del primo Novecento: da Eduardo Scarpetta a Armando Curcio. E, poi, più avanti, quando il povero Aldo fu costretto a limitare il suo lavoro a causa di una brutta patologia alle corde vocali (negli ultimi tempi la sua voce era diventata un monito infernale), Carlo fissò la sua maestria (nel 1990 con la regìa di Antonio Calenda e la grandissima Angela Pagano al fianco) in Un medico dei pazzi, capolavoro assoluto di Scarpetta: qui il regista confezionò per lui una maschera chapliniana che l’attore sfruttò abilmente da lì in avanti. Sempre per stemperare la verbosità, ch’era il tratto principale del suo talento.

Resta, dunque, l’ammirazione per la parabola di un attore di grande tradizione: diploma all’Accademia Silvio D’Amico e gavetta “in dizione” (sarebbe a dire senza l’accento d’origine), fino al nome in ditta con i Giovani sotto al mostro sacro Romolo Valli, come si è detto. S’era fatto una fama di bello meridionale: maschera un po’ fasulla che portò con successo anche nel cinema, nella Commedia all’italiana della decadenza. Forse proprio per differenziarsi dal fratello («Quello bravo…») che invece la gavetta l’aveva fatta nella Compagnia di Eduardo De Filippo, pur senza disdegnare quello che all’epoca (anni Cinquanta) si chiamava “teatro in lingua”. Insomma, di Carlo Giuffré si ricorderanno il mestiere e la passione, nonché una praticaccia quotidiana di palcoscenico, fatta di trucchi e sberleffi; finti com’è finto il teatro.