Cari nemici
su terra rossa

Un amico mi chiede se non provo l’impulso anche minimo, quando c’è qualcosa di personale con un avversario, di lasciare la racchetta e saltargli alla gola. Quando covo del rancore, quando non corre buon sangue, non preferirei chiarire la faccenda con qualche round di buon pugilato? Gli rispondo che il tennis è pugilato. Ogni tennista, prima o poi, si paragona a un pugile, perché il tennis è boxe senza contatto. È uno sport violento, uno contro l’altro, e la scelta è brutalmente semplice quanto sul ring. Uccidere o essere uccisi. Sconfiggere o essere sconfitti. Solo che nel tennis le batoste sono più sotto pelle. Mi ricorda il vecchio trucco degli strozzini di Las Vegas di picchiare qualcuno con un sacco di arance perché non lascia lividi.
Detto questo, sono pur sempre un essere umano. Perciò, prima di entrare in campo, quando Becker e io percorriamo il tunnel, dico all’addetto alla sicurezza, James: Tienici divisi. Non voglio questo fottuto tedesco davanti agli occhi. Credimi, James, è meglio che non me lo fai vedere.
Becker prova gli stessi sentimenti. Glielo leggo in faccia. Sa che cosa ha detto e sa che l’ho letto cinquanta volte e imparato a memoria. Sa che mi sono voltolato nei suoi commenti per tutta l’estate e sa che sono assetato di sangue. E così lui. Non gli sono mai piaciuto e anche per lui questa è stata l’estate della vendetta.
Fin dalla campana d’inizio è come me l’ero immaginato. Ghigniamo, sbuffiamo, imprechiamo in lingue diverse.
(Andre Agassi, “Open”, 2009)