“Care compagne e cari compagni”: 13 storie per raccontare il Pci

IL LIBRO – La differenza tra il prima e il dopo sta in larga parte in un pronome. Una volta era “noi”. Una volta “gli operai venivano da te incazzati e le incazzature le facevi diventare proposte. La stessa cosa sul territorio”, per dirla con Antonio Giallara, che si ricorda di Mirafiori e di quanto non gli andasse giù che lui e gli altri come lui negli anni 70 venissero chiamati dai giornali “operai massa”. “Di operaio massa conoscevo solo Massa Roberto, delle grandi presse”, racconta. Gli operai erano soprattutto persone, ognuna con il suo carico sulle spalle. E colpisce, guardando dall’oggi, l’attenzione – e la cura – con cui un Enrico Berlinguer si informasse incontrandoli in fabbrica: “Quell’operaio lì come la pensa? Quest’altro? Quell’altro?”.

L’affresco di una grande storia umana e politica

Ecco, è nel “noi” in cui si declinava il Pci quello che si ritrova tra le pagine di Care compagne, cari compagni – un affresco della storia umana del partito comunista nel centenario della sua fondazione, prodotto da strisciarossa e scritto quasi tutto da ex giornalisti dell’Unità: 13 storie di militanti del Pci. In quel noi c’erano persone e senso di appartenenza. Ad una comunità di ideali – in parte svaniti strada facendo con i carri armati a Budapest e a Praga e la legge marziale in Polonia – comunque ancorati a principi e valori democratici profondamente radicati. Ma appartenenza anche al presente, fosse quello della Resistenza che ritroviamo nel racconto di una vita romanzesca com’è quella di Luciana Romoli o del partigiano Esempio, Rosolino Cottone, analfabeta di grande cultura umana. O il presente della quotidianità spicciola dei baraccati, delle borgate pasoliniane, degli emigrati, della vita di chi faceva fatica, di chi non immaginava neanche la possibilità di un futuro, di chi non aveva diritti e spesso neanche la consapevolezza di poterne avere.

Un contatto con il territorio fatto di nomi e cognomi, di case popolari, di volontariato nei quartieri più disagiati inventando doposcuola per i bambini che la scuola spingeva ai margini. Di letture e scambio, nelle sezioni che diventavano aule di studio e riflessione, il posto dove si incrociavano bisogni e si scambiavano saperi. Dall’alto in basso e viceversa. Ognuno metteva quello che aveva. Come i compagni della sezione Gramsci di Roma, sulla Tiburtina, che per tirare su un parco tra i palazzoni e il degrado negli anni 70 occupano il terreno e il resto arriva da quel tessuto collettivo che il Pci sapeva animare. Scarti di lavorazione del travertino per il brecciolino dei viali, rimediati dagli edili. Scavatrice e schiacciasassi da un piccolo imprenditore, il camion da una cooperativa di trasporti e traslochi. Le braccia, quelle di tutti.

Quel partito non era un eden

Non era l’eden perduto, certo, quel Pci raccontato da donne e uomini, partito di ideali e passione, carne e sangue. Anche un luogo di scontro, di dibattiti accesi, di posizioni contrastanti – e radiazioni – vissute come un lutto. Gli eventi in Ungheria ma più ancora a Praga che lasciano sgomenti, “per me fu una specie di colpo al cuore”. E il 68 degli studenti che si ritrovano soli. “Ci trovammo in una bizzarra e imbarazzante situazione: eravamo iscritti al Pci, nelle università rappresentavamo il nostro partito, ma il partito non ci seguiva. Tranne, unico, Natoli”, racconta Loredana Mozzilli. Per non dire del maschilismo del partito e della fatica delle donne per non finire nell’angolo, del ritardo su temi come il divorzio e dell’aborto lasciati questi sì alle compagne, per timidezza o difficoltà dei compagni a riconoscersi su temi che minavano la gerarchia patriarcale della famiglia.

Eppure. “Litigavamo sulla politica, ci arrabbiavamo, ma c’era un grande rispetto per tutti i punti di vista”, racconta una compagna della sezione Gramsci. “Quando ero nel Pci non ero diffidente”, dice Gabriella Nisticò, una vita a ricucire insieme la storia delle donne. “La tessera del partito per tanti era un passaporto. Se un compagno non ti conosceva, se non l’avevi mai visto e andavi a casa sua con la tessera del partito entravi ed eri il benvenuto”, racconta Luciana. “A Bari uscivi e trovavi la città, a Milano uscivi e non trovavi niente – ricorda Corrado Angione, emigrato con la famiglia al nord –. Iscriversi alla Fgci nel 1973 non sarà solo una testimonianza di adesione politica”. “Solidarietà, lotte comuni e poi studio, serietà, capacità di farsi carico”, sintetizza Valerio Baldan. “Il partito mi ha aiutato a crescere, posso dire che mi ha raddrizzato e mi ha salvato”, racconta Carlo Ricchini, ragazzo sbandato che in sezione trova la spinta allo studio fino ad arrivare ai vertici dell’Unità. L’Unità, il giornale che fa da filo conduttore e la cui storia è forse emblematica dello sgretolamento di una realtà così determinante nella storia italiana.

 

Quel senso di vuoto attorno a noi

Il prima, invece, era una comunità e la storia che si dipana tra le mura di casa e il Vietnam, il Cile, oltre la cortina di ferro e i Paesi fratelli, che poi – come racconta Valerio – tanto fratelli non erano. La Storia maiuscola, la guerra e il dopo, l’attentato a Togliatti. Gli anni di piombo, il rapimento Moro che chiude un’epoca e restringe gli spazi della democrazia. Ma anche le lotte nate dalla miseria – quelle dei minatori dell’Amiata, raccontati da Francesco Serafini – o nel sud la rabbia di Napoli, tra il caro-pane, il colera e il terremoto, incanalata come nelle file per i vaccini con il servizio d’ordine del Pci, nel frammento raccontato da Nino Ferraiuolo. L’impegno per la pace, di uno come Francesco Lenci, “è un comunista, ma è una brava persona”. Il lavoro dal basso di Nerio Cocchi: “Mamma mia quante riunioni, quasi tutte le sere, con qualche sabato e domenica mattina. Per cambiare bisogna convincere, per ottenere il consenso bisogna spiegare”.

 

“La lettura delle storie raccontate nel libro più che la nostalgia per una militanza bellissima mi ha fatto percepire il problema del vuoto che abbiamo oggi – scrive nella prefazione Livia Turco -. Il vuoto per la mancanza di un moderno partito popolare che sia il costruttore di comunità. Certo quel partito non tornerà, ma ci lascia una grande storia, una grande e vivente lezione cui possiamo e dobbiamo attingere”.

Non un’operazione nostalgia, quella del libro. Semmai un punto interrogativo tra passato e futuro, passando attraverso la svolta della Bolognina vissuta tuttora con animi alterni, tra desiderio di cambiamento e il dubbio di aver liquidato troppo in fretta un patrimonio della democrazia italiana. “Avevamo fatto una rivoluzione, chiuso i manicomi, ottenuto lo statuto dei lavoratori, il diritto di famiglia, l’aborto, il divorzio, la riforma sanitaria, i decreti delegati nelle scuole. Ora non c’è più quella partecipazione. Chi ha affossato tutto?”.

 

 

Autori vari

CARE COMPAGNE E CARI COMPAGNI

Edizioni strisciarossa

Prefazione di Livia Turco con le vignette di Ellekappa e Staino

 

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