“Cara Unità…”. Dal 12 febbraio 1924 i lettori scrivono al loro giornale

Il 12 febbraio 1924 viene dato alle stampe a Milano, in Via Santa Maria alla Porta nei pressi di Corso Magenta, il primo numero de «l’Unità», ‘quotidiano degli operai e dei contadini’ (con la fusione tra comunisti e socialisti terzinternazionalisti a partire dal numero del 12 agosto 1924 il sottotitolo muta in ‘organo del Partito comunista d’Italia’).

Nella lettera al Comitato esecutivo del Pcd’I attraverso la quale veniva proposta la fondazione del giornale, Antonio Gramsci scriveva il 12 settembre 1923 da Vienna: “Io propongo come titolo l’Unità, puro e semplice, che avrà un significato per gli operai e avrà un significato generale […] Dovrà essere un giornale di sinistra, della sinistra operaia rimasta fedele al programma e alla tattica della lotta di classe, che pubblicherà gli atti, le discussioni del nostro partito, come farà possibilmente anche per gli atti e le discussioni degli anarchici, dei repubblicani, dei sindacalisti e dirà il suo giudizio con un tono disinteressato, come se avesse una posizione superiore alla lotta e si ponesse da un punto di vista ‘scientifico’”.

“Credo che sia molto utile e necessario, data la situazione attuale italiana – scrive ancora Gramsci – che il giornale sia compilato in modo da assicurare la sua esistenza legale per il più lungo tempo possibile. Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito”.

In realtà la vita legale del quotidiano è appesa a un filo e dopo numerosi arresti, sequestri ed irruzioni della polizia, nell’autunno 1926 il governo ne sospende ufficialmente le pubblicazioni.

Nel suo primo periodo di vita legale «l’Unità» stabilisce con i propri lettori un rapporto organico, ricevendo centinaia di lettere su temi e problematiche differenti (cfr. Lettere a «l’Unità» 1924-1926, a cura di Clemente Ferrario, Editori riuniti, Roma 1973).

Già il 19 febbraio 1924 un militante (il ‘milite rosso’) scriveva: “Carissimi compagni dell’Unità, come esprimervi la gioia e la non meno grande sorpresa della comparsa costì del caro e indispensabile quotidiano? Ho trovato presso l’edicola un giornale con quel nome mai notato e fu con avidità che lessi le prime righe dell’articolo di fondo ‘Per la lotta’. Subito ho compreso di che si trattava e non ho più nessun dubbio che era un giornale nostro. Che contentezza…”.

A «l’Unità» scrivono i lavoratori (operai, edili, metalmeccanici, tipografi, marinai, insegnanti, minatori), i militanti, i simpatizzanti e gli studenti, sottolineando i punti di forza del giornale ma anche le debolezze o mancanze (manca lo sport!, scrive un’ex Fiamma nera il 4 maggio 1924).

Dal 12 febbraio 1924, primo giorno di pubblicazione, al 31 ottobre 1926, giorno in cui esce l’ultimo numero legale, «l’Unità» subisce ben 146 sequestri nazionali (23 nel 1924, 77 nel 1925, 46 nel 1926). Il giornale ha inoltre due periodi di sospensione: dal 13 al 16 gennaio 1925 e dal 10 al 22 novembre dello stesso anno (in conseguenza dell’attentato a Mussolini, opera di Tito Zamboni).

Scrive in proposito Eugenio Filippi, studente di Ginnasio di anni 14: “Ho atteso con ansia febbrile il Primo Maggio per leggere il tuo numero speciale; ma quale dolore e delusione ho mai provato quando richiedendoti a diverse edicole il giornalaio mi mostrava un buono di tante copie dell’Unità sequestrate dai fascisti”.

“Io mi adopero in mille modi per farti conoscere – aggiunge una settimana dopo (13 maggio 1924) presumibilmente lo stesso studente – nella mia scuola nessuno sapeva che a Milano uscisse l’Unità ed io colla mia costanza ho fatto sì che già diversi miei compagni ti leggano ogni giorno”.

Al giornale scrivono anche esuli e rifugiati: “Cara Unità non puoi credere quanta gioia e quale entusiasmo abbia provocato la tua comparsa tanto desiderata fra noi, poveri rifugiati in suolo francese – scrive Amando il 22 maggio 1924 – Quasi tutti gli italiani profughi qua residenti sono lieti di poter finalmente leggere un giornale che sia l’esponente vero e sincero della causa per cui hanno lottato e dovuto varcare le frontiere”.

Scrive un non meglio identificato M. E. il 15 giugno 1924 (la lettera sarà pubblicata il 18): “Cara Unità non puoi farti un’idea dello stato d’animo di tutti noi profughi all’estero, senza distinzione di colore politico, dello stato d’animo in cui ci troviamo nell’apprendere le tragiche notizie che ci giungono dall’Italia. L’uccisione di Matteotti è il colmo […] Onorevole Duce, i sicari del vostro Partito hanno commesso un nuovo delitto, hanno aggiunto un martire alla schiera delle nostre vittime. Si continui pure! Il perdono non verrà! Gli incendi, i saccheggi, gli stupri, le torture, la galera, i plotoni di esecuzione fascisti saranno dimenticati? No! I profughi ritorneranno e rinfrescheranno”.

Purtroppo in riferimento ad un altro assassinio scriverà Fiore, “corrisp. operaio”, l’8 giugno 1926: “Trovo molto giusto che tu, cara Unità, ti interessi così vivamente della sorte dei due lavoratori innocenti Sacco e Vanzetti. E’ un dovere di noi comunisti, e dei lavoratori del mondo intero, di fare un’intensa campagna affinché si possa strappare dalle maglie dei carnefici due fieri combattenti della classe proletaria”.

Aggiungerà il 6 luglio F. Ferrucci, anche lui “corrisp. operaio”: “Nella democratica, nella libera, civile America, la sedia elettrica sta per entrare in azione. Due uomini, rei soltanto di essere rivoluzionari, stanno per essere giustiziati […] Sacco e Vanzetti hanno lottato per la causa operaia, sono operai, appartengono alla classe degli oppressi, degli sfruttati. E gli operai tutti devono essere uniti in loro difesa”.

Moltissime sono le lettere che i lettori de «l’Unità» scrivono nell’arco dei 33 mesi di vita legale del quotidiano intorno ai problemi del lavoro. Diversa è la provenienza delle lettere (risaie, opifici tessili, grandi sistemi industriali, cantieri edili), così come diversi sono i temi affrontati (lavoro a domicilio, bassi salari, cottimo, infortuni e condizioni di lavoro, sfruttamento, licenziamenti). Non sono numerosissime le lettere provenienti dal mondo della scuola, tuttavia qualche riflessione seria sul tema non manca.

A volte sono discussi i grandi problemi della classe lavoratrice (la casa, ad esempio), altre volte questioni particolari.

Nel biennio 1924-1926, scrivono a «l’Unità» i gondolieri di Venezia (23 luglio 1924), le tessili ferraresi (30 luglio 1924), le tessitrici del biellese (5 aprile 1925), gli operai della Montecatini di Vercelli (28 novembre 1925), le sartine e le modiste (25 marzo 1926), gli operai delle ferriere piemontesi Fiat di Torino (2 aprile 1926), le operaie del reparto carrozzeria della Fiat Lingotto di Torino (3 aprile 1926), le lavoratrici a domicilio di Torino (3 aprile 1926) e le mondariso di Novara (8 luglio 1926) solo per citare alcuni esempi.

Il 31 ottobre 1926 esce l’ultimo numero legale de «l’Unità» e a partire dal giorno successivo il governo ne sospenderà ufficialmente le pubblicazioni.

Il 27 agosto 1927, dalla francese sede di Rue d’Austerlitz, uscirà il primo numero dell’edizione clandestina.

Dal 1934 al 1939 la diffusione subisce una battuta d’arresto e diventa man mano meno intensa, ma con lo scoppio della guerra e la lotta nazifascista, il giornale prende nuova vita.

Con l’arrivo degli alleati, dal 6 giugno 1944 riprende a Roma la pubblicazione ufficiale del giornale che esce dalla clandestinità, dopo quasi vent’anni, il 2 gennaio 1945.