Cara Bellanova,
impariamo dalle
braccianti del Campidano

Cara Teresa Bellanova,
chi ti scrive è un compagno che ha conosciuto i tempi in cui nelle campagne del mezzogiorno d’Italia si lottava per l’imponibile della manodopera e per togliere ai Collocatori il diritto di decidere chi acchiappava la giornata e chi invece doveva tirare la cinghia. Il territorio dove ho imparato a fare il sindacalista è situato in quella zona del Campidano di Cagliari che partendo dal capoluogo arriva a lambire l’Oristanese che allora non era neppure considerato provincia autonoma. L’insieme dei Comuni che seguivo rappresentava sicuramente una delle zone più rosse del Mezzogiorno, con le amministrazioni governate dalle sinistre e con le sezioni del PCI, costruite ovunque col lavoro volontario, che assolvevano ai compiti che nelle zone più ricche del Paese erano riservate alle Case del popolo.

A determinare le scelte della Comunità erano prevalentemente i braccianti agricoli; erano loro che decidevano chi doveva fare il sindaco, chi doveva dirigere la cooperativa e chi doveva essere scelto per la condotta medica. Una volta, a Serramanna, venne fuori un parroco che voleva fare il don Camillo e le compagne della sezione, usando i giusti toni e una diplomazia misurata, intervennero sul vescovo e quel prete fu trasferito.

I braccianti agricoli del Campidano rappresentavano un mondo a parte, erano depositari di una civiltà dove il rispetto della persona, la ricerca del consenso e lo spirito di squadra era una regola ferrea. Quel mondo, naturalmente, non esiste più perché è stato spazzato via dal combinato disposto della meccanizzazione agricola e della emigrazione ma io ne coltivo il ricordo. Vedi cara compagna, neppure la federbraccianti esiste più perché i pochi lavoratori agricoli superstiti ora fanno parte degli alimentaristi e la FLAI, il sindacato che è sorto dalla confluenza è, oggettivamente, un’altra cosa. Della vecchia Federbraccianti non va coltivato solo il ricordo e meno che mai va evocato il suo nome solo per farsi belli.

E’ per questo motivo che io non sono riuscito ad accettare che il tuo capolega attuale sia apparso in tv per 40 minuti a parlare di te e di una tua collega, illustrando lui una decisione che era tutta tua e dell’altra bracciante senza darvi la parola. Se a suo tempo io avessi fatto una cosa del genere alle compagne di Serramanna o alle vivaiste di Pula costoro mi avrebbero rincorso con uno zoccolo in mano.

E parlando di dimissioni voglio ricordare un altro episodio riferito al modo di combattere di quella gente. Nel corso di una battaglia intrapresa per chiedere l’estensione della zona irrigua fu deciso di organizzare un blocco ferroviario e si scelse Samassi come sede dell’evento. Mentre alcuni compagni lavoravano sui bulloni per separare i binari dalle traversine il commissario un P.S. investì pesantemente il sindaco che, guarda caso, era anche un bracciante e si chiamava Antonio Urracci. “Lei deve difendere l’ordine pubblico, lei ha dei doveri perché, in quanto sindaco, è anche ufficiale di governo” – urlò il commissario – e Antonio di rimando: “io commissario di governo … di questo governo … ma lei è matto ed io, comunque, mi dimetto subito”. Naturalmente Antonio pronunciò quella frase per fare un poco di scena ma si guardò bene dal dimettersi. Lui sapeva, per antica esperienza, che quando un lavoratore viene eletto a una carica pubblica ha solo conquistato una trincea più avanzata, da utilizzare per far valere le ragioni della sua classe sociale. Fraterni saluti