Capire Giusi Verbaro per fondare
una nuova didattica della poesia

Oltrepassare quella che Conrad chiama la Shadow Line della giovinezza non è solo felice conquista di individualità e autonomia: troppe sono le perdite che tale oltrepassamento comporta, tanto da ingenerare in noi tutti una perenne nostalgia. Tra queste perdite la più dolorosa riguarda quella certa predisposizione all’incanto, alla scoperta, all’inaudito, che è quanto di più simile esista al sentimento della poesia, all’apertura ad essa, al bisogno di poesia. Negli anni ottanta del secolo scorso uno dei pionieri della didattica della poesia, Lorenzo Renzi, parlava a proposito dei giovani proprio di un “bisogno di poesia”, obliquamente soddisfatto dal più commestibile genere della canzone.

Da allora molti studi e riflessioni sono stati condotti, ma il nocciolo della questione rimane vivo: come fare a rendere interessante e accessibile ai giovani – e, insieme, ai lettori comuni – quel discorso poetico che è non solo edificante per lo spirito, ma rappresenta un’alternativa valoriale, culturale e politica alle correnti narrazioni improntate alla logica della produttività? Come restituire la poesia al suo ruolo comunitario e formativo? Da questa domanda muove il libro postumo di Giusi Verbaro, Le tracce nel labirinto. Leggere e far leggere la poesia contemporanea (Rubbettino 2019). In questo libro si sommano due esperienze: la conduzione dei laboratori di poesia nelle scuole e l’azione da intellettuale militante e “partigiano della poesia” che l’autrice ha condotto per molti anni, se è vero che la scuola rappresenta il luogo più rilevante della declinazione sociale del genere poetico. È a scuola che tutti, almeno una volta nella vita, hanno incontrato la poesia. Talvolta neanche gli insegnanti sono consapevoli di quante implicazioni future derivino dalle modalità di questo incontro ‘obbligato’, traccia profonda che determina la possibilità di riaccostarsi alla poesia anche fuori dalla scuola, o al contrario incontro occasionale destinato a rimanere estraneo alla propria vita reale.

Perché dopo l’esperienza scolastica la poesia non si identifichi con quell’”arto fantasma” di cui parla Nicola Merola in un suo saggio – qualcosa che continua misteriosamente a dolere dentro di sé pur non essendo più presente – è necessario che essa sia veicolata in maniera motivante e seducente e che a loro volta gli insegnanti siano lettori di poesia, mediatori competenti ed efficaci perché consapevoli delle sue specifiche modalità espressive e comunicative. Appassionare alla poesia è un compito arduo in un panorama formativo caratterizzato da limiti temporali, orizzonti pragmatici ed eccessi burocratici, eppure giova ricordare che la poesia possiede qualità sociali capaci di sostenere non solo il percorso della Bildung, ma anche la stessa quotidiana pratica didattica. Pensiamo, ad esempio, a come il testo poetico rafforzi l’attenzione al dettaglio e combatta la distrazione digitale, o a come il suo impianto analogico aiuti a veicolare concetti complessi, secondo quel meccanismo che Jean-Luc Nancy chiama “fare facile il difficile”, o a come davanti a esso il lettore possa integrare comprensione razionale e intelligenza emotiva, pensiero e sentimento. O pensiamo a come il testo poetico funzioni come punto di partenza per conoscere altri mondi, potenzialmente proteso verso pratiche interdisciplinari che comprendono le aree più diverse, arti visive, musica, geografia, storia, scienze. In una poesia c’è l’universo e privarsene è una diminuzione di esistenza e di conoscenza che, specie per le giovani generazioni, va in ogni modo scongiurata.

Ma, si potrebbe obiettare, in un panorama in cui recenti indagini evidenziano grandi difficoltà di comprensione del testo, come possono i giovani accostarsi alla plurisemanticità della poesia? Questo dubbio nasce da un’idea ‘quantitativa’ della difficoltà di approccio al testo, e dal presupposto che la poesia ne rappresenti il massimo grado. Credo invece che il discorso associativo possa essere per i giovani un tramite di comprensione facilitato, puntando su meccanismi intuitivi piuttosto che logico-argomentativi. Inoltre la comprensione del testo è inscindibile dalla questione del coinvolgimento ermeneutico: il testo poetico richiede una diversa comprensione, non meramente letterale e perciò meccanica, ma che è piuttosto comprensione del senso, inscindibile dall’esperienza soggettiva del lettore.

Naturalmente perché questo percorso virtuoso possa mettersi in moto è indispensabile un’adeguata mediazione alla lettura poetica: nessun potenziale lettore di poesia potrebbe resistere a deleterie pratiche didattiche e comunicative piuttosto diffuse, dalla vuota retorica della bellezza al tecnicismo più esasperato. In entrambi questi casi, l’effetto che se ne produce sul giovane o meno giovane lettore è una separazione del testo da sé: cosa c’entro io con tutta questa bellezza estatica che mi esclude? O come posso io applicare regole complicate per penetrare l’ostile oscurità del testo? Ingenerare l’idea che il testo poetico sia intangibile dalla nostra comprensione perché sublime o al contrario sia una sciarada che si apre al solo conoscerne la chiave, è il modo migliore per allontanare dalla lettura della poesia. Bisogna imparare a rifuggire da questi due estremi trabocchetti, e puntare invece a quello che è il cuore della questione: la poesia ci riguarda, riguarda ciascuno di noi, è l’oggetto più relazionale al mondo, il suo senso può apparire solo in controluce alla lettura che ognuno di noi può darne, e ciascuna nostra lettura coopera alla costruzione del testo, ne incrementa l’esistenza e il senso.

Per incentivare la lettura diffusa del testo poetico bisogna puntare sulla maggiore delle sue qualità: la sua capacità di chiamare in gioco la soggettività di ciascuno. In quanto testo estetico sintetico e cognitivo, la poesia sollecita ciascuno a focalizzare la propria interiorità e la propria storia, è palestra di autoindividuazione e di libertà. Perciò è necessario promuovere l’idea di un testo non portatore di valori eterni e assoluti, ma fomentatore di questioni, dubbi, conflitti; non “cinghia di trasmissione” di un sapere codificato, ma germe inesausto di novità e creatività.

Ciò implica due riflessioni conclusive, solo apparentemente in contraddizione tra di loro. La prima è che qualunque classico ben presente alla pratica didattica – da Dante a Shakespeare, da Leopardi a Dickinson – è rinnovato dal susseguirsi storico delle letture che lo attualizzano secondo nuovi panorami e linguaggi, creando in ciò un imprescindibile dialogo tra le generazioni, quella di chi scrive, quella di chi legge e quella di chi ha letto l’opera in passato (perché è chiaro che un testo letterario si porta dietro come un’ombra arricchente le diverse letture che lo hanno accompagnato). In tal senso leggere poesia vuol dire per i giovani innanzitutto confrontarsi col passato, ma tenendosi ben saldi alla propria postura del presente.

La seconda riflessione è che per incentivare i giovani oggi a leggere poesia sarebbe auspicabile anche un aggiornamento del canone, innanzitutto scolastico, ma poi anche sociale e diffuso. Intendo dire che la poesia contemporanea, nata dalla frattura degli anni settanta del Novecento, continua a essere incredibilmente ignorata dai più, negletta al mercato editoriale, marginale nello scacchiere della cultura, dei giornali, della produzione, ed esclusa dai repertori scolastici. Eppure, quanto sarebbe più facile e nutriente per un sedicenne leggere gli esercizi esistenziali di Valerio Magrelli o l’incessante interrogarsi dei vecchi Luzi e Caproni o lo Zanzotto ‘ecologista’ o il deréglèment di Alda Merini… C’è invece un arroccamentoconservatore che tiene lontani i giovani da spazi di discorso di più immediata fruibilità e riconoscibilità, una diffidenza autoprotettiva che conduce a chiudersi nel fortino delle proprie certezze culturali, evitando il mare aperto del nuovo. Eppure la lettura è esperienza del testo, e nessuna esperienza si dà senza la vertigine del viaggio nel mare sconosciuto, oltre la Shadow Line.

 

Caterina Verbaro è docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Lumsa di Roma, ha recentemente curato per l’editore Rubbettino il libro postumo Le tracce del labirinto di Giusi Verbaro, poeta, critico e intellettuale tra i più significativi della recente scena poetica italiana