Cantone a Leu: dialogo su lavoro e welfare

INTERVISTA – Sorprendersi? Carla Cantone non ne vede il motivo. Una vita trascorsa in Cgil con incarichi ai massimi livelli e oggi candidata alla Camera a Bologna con il Pd. Una scelta che cade proprio quando il rapporto tra il sindacato di Corso d’Italia e il partito che un tempo (tanto tempo fa) si sarebbe detto di riferimento è ai minimi storici. Il Jobs act è una ferita aperta, quanto a Matteo Renzi, segretario già premier, non ha mai nascosto di provare per il sindacato (in quanto tale) un’empatia prossima allo zero. “Il Pd è il mio partito, indipendentemente da chi è il segretario”, taglia corto Cantone, “chi l’ha lasciato ha commesso un errore, rispetto la scelta, ma le battaglie si fanno restando in campo”.

Queste le premesse. L’impegno invece non è solo quello di continuare nelle lotte per cui Carla Cantone ha speso i quarantacinque anni da sindacalista “a fianco dei più deboli, per i diritti degli ultimi, per i valori di sempre”, ma anche quello di ricucire strappi, quantomeno di provarci. “Vanno create le condizioni per aprire un dialogo con Leu”, dice, i campi di azione comune non mancano: “Sul lavoro, i giovani, la redistribuzione della ricchezza e la salvaguardia del welfare pubblico si possono trovare punti d’incontro”. E anche tra Pd e Cgil si può riaprire un confronto costruttivo, complice il “ricambio del gruppo dirigente”. Del Pd? No, della Cgil che a dicembre terrà il suo congresso.

In passato lei ha avuto parole anche aspre per Matteo Renzi, ora si candida nelle sue liste. Un po’ sorprende. Come è maturata questa candidatura?

“Vengo dal Pci, Pds, Ds, e sono sempre stata iscritta al Pd, è il mio partito, indipendentemente da chi è il segretario. Ho votato per Cuperlo, questo è risaputo, non ho mai risparmiato nulla a Renzi e quando a mio avviso sbagliava, non ho tenuto la bocca chiusa. Siamo in democrazia ed essere dello stesso partito non significa rinunciare a dire quello che si pensa, io non l’ho mai fatto neanche nei confronti dei miei dirigenti in Cgil, eppure sono stata sempre iscritta alla Cgil e le voglio bene. Seconda cosa: in questi venti anni ho rifiutato tre candidature, per il secondo governo Prodi mi venne proposto di fare il ministro del Lavoro e dissi no e ho detto no a Zingaretti che mi voleva assessore al Lavoro perché mi è sempre piaciuto fare la sindacalista e cercare di difendere le persone più deboli che io ho rappresentato, ho sempre lottato per i diritti degli ultimi perché questa è la mia vita”.

Allora perché ha cambiato idea?

“Diciamo che dopo aver assunto anche la direzione della Ferpa, la federazione europea dei pensionati con ben dieci milioni di iscritti – dal quale mi sono dimessa – mi sono resa conto che se vuoi portare a casa qualcosa, in Italia e in Europa, devi andare dove si assumono le decisioni e quindi nel Parlamento. Ho accettato la candidatura che mi è stata offerta per combattere per le idee e i valori che ho sempre avuto. E poi vivo con grandissima preoccupazione l’avanzare della destra, una destra pericolosissima come si è visto a Macerata. Voglio dare un contributo al mio Paese e alle persone che conosco, indipendentemente da come votano, voglio lavorare per la democrazia e per le battaglie che ho sempre sostenuto”.

L’avanzata della destra è uno dei temi che domina la campagna elettorale, l’altro è la divisione a sinistra. Come ha vissuto la scissione?

“Male, mi è dispiaciuto molto, avrei voluto che alcuni compagni, non dico tutti, prima di andarsene avessero riflettuto di più perché indebolire il Pd non aiuta a combattere le destre. Rispetto molto la loro scelta ma non mi hanno convinta, si sta sempre sul campo, anche quando non si è d’accordo, si sta lì e si fa la battaglia, io l’ho fatta perché non potevano farlo anche loro?”

Forse perché non c’erano le condizione, o no?

“Questo è quello che raccontano, questa storia ognuno la racconta come l’ha vissuta, ma aldilà della narrazione io penso che andarsene sia stato un errore. Punto”.

Ora i toni sono talmente accesi che è difficile anche solo immaginare la ricostruzione della sinistra o meglio, del centrosinistra. Però prima o poi bisognerà parlarne. Ci sono a suo avviso le condizioni per aprire un dialogo con Leu?

“Io penso di sì e se oggi non si vedono bisogna fare di tutto per farle emergere, ma ci vuole volontà da ambedue le parti. Faccio appello ai compagni di Leu di moderare i toni, io li modero, alcuni di loro nei miei confronti non li hanno moderati”.

Si potrebbe dire lo stesso guardando al Pd, ma proprio questo è il punto, una contrapposizione feroce. Su quali temi si può tentare di riprendere un cammino comune?

“Credo si possa concordare su due o tre temi rispetto ai quali ci stiamo battendo tutti. Uno è il lavoro, soprattutto per i giovani, un altro è la redistribuzione della ricchezza se vogliamo portare un po’ di giustizia sociale in questo Paese e poi la salvaguardia del welfare pubblico. Io penso che su questo ci siano margini per tentare ricette comuni e vedere che cosa fare dopo il voto. Dipende anche da quello che succederà. Su questi temi nel programma del Pd c’è molto. Sul welfare, ad esempio: la popolazione invecchia e abbiamo bisogno di rafforzare il sistema sanitario e assistenziale e la non autosufficienza, vanno difese le pensioni medio-basse, si devono diminuire le tasse ai pensionati visto che pagano più di tutti in Europa. Su queste cose possiamo trovare una strada comune”.

Lei ha passato in Cgil quarantacinque anni, gran parte della sua vita, la Cgil è stata la sua famiglia. Sappiamo che il rapporto tra il maggiore sindacato e il Pd di Renzi e con il suo governo è stato pessimo, basta citare il Jobs act. Come la mette con il suo sindacato, pensa che la seguirà?

“Dobbiamo distinguere tra una parte dei dirigenti e il popolo della Cgil che ha 5 milioni di iscritti. In questi giorni sto facendo campagna elettorale a Bologna e posso assicurare che molti iscritti alla Cgil mi dicono di essere contenti della mia candidatura perché così votano il Pd con maggiore convinzione, non avverto astio. Se poi una parte – una parte – del gruppo dirigente della Cgil non condivide le politiche del Pd, ci sta, è normale, i gruppi dirigenti sono tanti. Penso che se dopo le elezioni camminiamo sulle linee che indicavo prima, si può aprire un confronto costruttivo tra il Pd e tutto il sindacato, non solo la Cgil, ma anche Cisl e Uil. D’altra parte qualcosa è stato fatto, penso ad esempio all’accordo del 2016, un buon accordo per i pensionati, firmato anche dallo Spi Cgil. Quindi è tutto molto articolato, ci vuole buona volontà. La mia è l’unica candidatura di un dirigente sindacale, secondo me può aiutare su questo”.

Insomma, si impegna a costruire ponti e a ricucire strappi?

“Sicuramente è il mio impegno, ma dipende anche dalla Cgil. D’altra parte la Cgil avrà il suo congresso ai primi di dicembre e cambieranno molte cose, mi auguro. Ci sarà un ricambio del gruppo dirigente, compreso il segretario generale, un rinnovamento. Spero che chiunque prenderà le redini della Cgil condivida questa mia volontà di costruire un ponte e non uno steccato”.