Camilleri, il maestro
tra ethos e narrazione
nazional-popolare

Lascerei il giudizio sull’opera di Andrea Camilleri al critici futuri, ammesso che qualche miracoloso rivolgimento agevoli la riapparizione di quegli ormai estinti, o quasi estinti, protagonisti della cultura. Così non mi piacerebbe seguire la strada di quei giornali che alternano lo smisurato encomio (il Maestro, il più grande scrittore) alla ragioneria quantitativa delle decine di romanzi, dei cento libri tra romanzi, racconti, saggi e scritti vari, della trenta lingue in cui lo si è tradotto, dei venticinque milioni di copie vendute, del miliardo di spettatori televisivi, persino del volume dei suoi introiti per diritti d’autore (ho letto cifre da far invidia).

Andrea Camilleri è morto e la sua morte era attesa. Era stato da poco ricoverato all’ospedale Santo Spirito di Roma, soprattutto aveva novantatre anni (ne avrebbe compiuti presto novantaquattro: era nato il 6 settembre del 1925 a Porto Empedocle, figlio unico di Carmelina Fragapane e di Giuseppe Camilleri, ispettore delle compagnie portuali). Novantatre anni sono un’età che non lascia scampo anche se può regalare ai più fortunati e ai più bravi ancora scampoli di vita e talvolta di saggezza. Camilleri, quando lo intervistavano in tv fino a poco tempo fa o quando introduceva le varie puntate del suo Montalbano, doveva apparire ai suoi estimatori come un uomo saggio, un indovino del passato che sapeva consigliare, consolare, rassicurare, con la sua parlata lenta, la voce cauta, la lingua precisa, l’esperienza delle prove vissute, lo sguardo rivolto ad un orizzonte lontano (prima e dopo la sua dichiarata cecità), un indovino come il cieco Tiresia della mitologia greca, che Camilleri ebbe la forza di mettere in scena (e in scena in perfetta solitudine l’anno scorso al Teatro greco di Siracusa), ma doveva apparire anche come un uomo semplice di sani principi, come il suo commissario, coraggioso, onesto, severo, interprete di una moralità, che l’ironia alleggerisce. Fateci caso: i suoi personaggi, quelli positivi, sono tutti così, lo strampalato agente Catarella, l’esuberante Augello, il ligio e prezioso Fazio, cuochi e cuoche (la tavola imbandita di delizie, nella tradizione, non manca mai, a sottolineare un aspetto fondamentale delle nostre esistenze, ma anche la decadenza contemporanea propiziata dalle mode della cucina innovativa, dai pranzi di corsa, dalle pizze a domicilio) e infine, tra gli altri, il formidabile dottor Pasquano, perfettamente sullo schermo grazie ad un attore deceduto proprio nel luglio, il 28, di due anni fa, il bravissimo Marcello Perracchio, il divulgatore di quel “rompere i cabasisi”, celeberrima espressione e celeberrimo esempio di quella lingua neo siciliana – neo italiana, che rappresenta l’invenzione letteraria di Camilleri romanziere (appassionato lettore della poesia in dialetto, dal Belli al Porta). Ma di Pasquano-Perracchio vorrei anche ricordare il culto non casuale del cannolo “alla vecchia maniera”, la cialda arrotolata sulla canna di fiume. A regola d’arte, perché così si deve, secondo Camilleri, senza cercare scorciatoie, senza astuzie, senza inganni. Anche in questo modo si restituisce valore alle cose, al mondo, alla storia, agli esseri viventi, si restituisce misura alla vita, quella vita che la mafia (Vigata non ne è libera) disprezza, e che Montalbano difende, quando deve giungere alla verità in un caso di omicidio, quando ascolta i suoi testimoni, quando percepisce destini oscuri e persino tragici, quando la cronaca gli sbatte in faccia i drammi del presente, dall’immigrazione alla povertà, dall’abbandono allo sfruttamento, fino alla ripugnante violenza di chi dovrebbe garantire giustizia e invece la giustizia tradisce (i fatti di Genova G8).

Camilleri non scrive di politica, non usa Montalbano per scrivere di politica, ma dal suo passato di giovane comunista non ha mai abbandonato la politica e fieramente ha continuato a sentirne la responsabilità: “Lavorare per orientare l’opinione pubblica nel senso di più giustizia e libertà, per educarla a questi valori, dovrebbe per un intellettuale, per uno scrittore, essere sentito come un dovere. Sentirsi responsabili per la formazione dell’opinione pubblica e, se non si fa nulla, sentirsi come un maestro di scuola che non fa lezione, che viene meno ai suoi doveri” (da una intervista a Micromega). Camilleri non ha mai taciuto: ne sanno qualcosa in tanti, da Berlusconi a Salvini. Come all’epoca preelettorale del comizio di Salvini con il rosario. “Non credo in Dio – commentò Camilleri – ma vedere Salvini impugnare il rosario dà un senso di vomito”. Il ministro rispose con lo stile che gli va riconosciuto: “Camilleri dice che ‘Salvini che impugna il rosario mi fa vomitare’, gli dico: Camilleri scrivi che ti passa”. Ieri, dopo l’annuncio della morte, è arrivato il tweet di cordoglio del capo leghista.

Camilleri ci mancherà anche per questo, perché nella sua fisionomia di narratore nazional popolare (per citare Gramsci e contro la corruzione televisiva), può ancora esaltare per molti quell’ethos che la sinistra dei partiti non sa più rappresentare. Ci vuole il commissario di Vigata per restituirci un po’ di equità, un po’ di solidarietà e di bontà. Nel “mondo grande e terribile”, nel “mondo melmoso e paludoso della politica” (questo è Camilleri) ce n’è ancora bisogno.

Novant’anni sono tanti, ma sembrano pochi di fronte alla biografia culturale e professionale di Camilleri, biografia che è arduo riassumere e che dà conto di un intellettuale di molte letture, molto studio, molto lavoro, di grande cultura, dunque: regista teatrale precocissimo nel 1942, studente di lettere e filosofia all’Università di Palermo (senza mai raggiungere la laurea), poeta (apprezzato da Ungaretti e premiato a St.Vincent), ancora regista negli anni cinquanta (quando portò in scena a Roma Beckett, Strindberg, T.S.Eliot, Majakovskij), funzionario Rai dal 1954 (quando si sperimentò come produttore esecutivo, occupandosi del tenente Sheridan con Ubaldo Lay e di Maigret con Gino Cervi), docente al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, titolare della cattedra di regia all’Accademia nazionale d’arte drammatica per vent’anni (dal 1977 al 1997), infine, tra tante cose, scrittore. Scrittore assai dinamico, prolifico, a lungo lontano dal successo però. Esordio nel 1978 con “Il corso delle cose”. Nel 1980 pubblicò con Garzanti “Un filo di fumo”, primo di una serie di romanzi ambientati nell’immaginaria cittadina siciliana di Vigata a cavallo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nel 1984 uscì per Sellerio “La strage dimenticata”. Poi il silenzio, fino al 1992, anno della “Stagione della caccia”, sempre per Sellerio. Finalmente, nel 1994, Montalbano con “La forma dell’acqua”, primo Montalbano, primo “giallo” di Camilleri, che “liberò” il genere, dando licenza a una schiera infinita di giallisti. Seguiranno “Il birraio di Preston” e via via tutti i Montalbano di una lunga fortunata interminabile serie e in mezzo lo sceneggiato, che resterà nella storia della Rai: “Il commissario Montalbano” con Luca Zingaretti e con la regia di Alberto Sironi, bravissimo nel trasferire dalla pagina personaggi e luoghi, con una esemplare scelta degli attori, anche per le parti minori, e di ambienti. Sironi compie un miracolo (pensiamo alla mediocrità di tante serie tv), entusiasma gli italiani, costruisce un “marchio” di successo. Montalbano- Zingaretti si replica e si replica, infischiandosene del rischio che la ripetizione metta a nudo le debolezze del racconto, cioè dell’intreccio. Montalbano continua a intrattenere… Resta aperta, conseguente ai ripetuti record di spettatori, una domanda: quanto Zingaretti – Sironi e la Rai hanno contribuito al perpetuarsi del successo di Camilleri? Si attendono ulteriori repliche (ma anche nuove produzioni, alcune in corso).

Seguiranno, come si diceva e chissà quando, le valutazioni critiche. Per ora, in attesa dell’ultimo scritto di Camilleri, chiuso in un cassetto con l’avvertenza “da pubblicarsi dopo la morte”, assistiamo al tipico coro entusiastico (partecipa anche Salvini) d’occasione, al carosello delle ipocrisie (perché a molti Camilleri proprio non è mai andato giù), ascoltiamo commosse parole talvolta sincere, partecipiamo all’esaltazione “istituzionale” di una persona che mi pare fosse tutt’altro che sensibile a questo tipo di manifestazioni (ha lasciato scritto che neppure la camera ardente ci fosse), una persona che aveva una visione proprio laica della vita e della morte, inseparabili. Ci è piaciuto riascoltare una sua considerazione in proposito: “La morte, se non l’accetti serenamente, sei un coglione”.