Cambiamenti climatici,
la Bce disinvesta
in petrolio, carbone e gas

Non vi è dubbio alcuno sul fatto che i cambiamenti climatici hanno un impatto significativo sulle politiche macroeconomiche e che vi sia una relazione fra le scelte finanziarie degli investitori e i cambiamenti climatici. Il recente rapporto Banking on climate change 2019, redatto da Rainforest action network, Banktrack, Indigenous environmental network, Oil change international, Honor the earth e il Sierra club, ha messo in evidenza che, a soli tre anni dall’accordo di Parigi, oltre 30 grandi gruppi finanziari hanno investito più di 530 miliardi di euro in un centinaio di società che operano nel settore del petrolio, del carbone e del gas.

Quattro grandi banche americane: Jp Morgan Chase, Wells Fargo, Citi e Bank of America, insieme, rappresentano il 37% di tutti i finanziamenti globali nei combustibili fossili.

Il peso delle politiche monetarie

Ma inizia a farsi strada anche la consapevolezza che i cambiamenti climatici hanno una relazione anche con le politiche monetarie. Come ha argomentato Benoit Cœurè, membro del CdA della BCE durante la conferenza “Ridimensionare la Finanza Verde: il ruolo delle banche centrali”, organizzata nel novembre 2018 a Berlino dal Network for Greening the Financial System, la Bundesbank e dal Consiglio per le Politiche Economiche, la politica monetaria non è altro che la pratica di identificazione la natura, la durata e l’ampiezza degli shock che colpiscono l’economia.

Fra questi shock certamente stanno assumendo una crescente rilevanza quelli dovuti ai cambiamenti climatici: siccità, e ondate di calore che riducono i raccolti, con conseguente pressione sui costi del cibo; uragani, alluvioni, inverni rigidi distruggono la capacità produttiva, con altri impatti sui prezzi. Ciò pone alle banche centrali il dilemma fra interventi per stabilizzare l’inflazione oppure sostenere l’attività economica.
Ora, è noto che la BCE, sotto la guida di Mario Draghi, ha messo in atto un vasto programma di stimoli monetari per rafforzare il sistema bancario e, quindi, aprire nuovi canali di credito per le imprese, il cosiddetto Quantitative Easing.

Investimenti per 182 miliardi di euro

Non molti sanno, invece che all’interno di questo Quantitative Easing, dal 2016, la BCE ha esteso l’acquisto dei titoli di Stato a quello delle obbligazioni emesse da società per azioni private, molte delle quali a partecipazione pubblica, intervenendo così massicciamente nell’economia reale. Si tratta del Corporate Sector Purchasing Programme (CSPP), un programma che dal marzo 2016 ha investito oltre 182 miliardi di euro. Ma in quali imprese? Ecco, questo è il punto: non è dato saperlo perché la BCE non rende pubblici i nomi delle imprese e le quantità di obbligazioni acquistate.

Ma attraverso i codici ISIN (International Securities Identification Number) la ong Positive Money è risalita alle imprese di cui la BCE ha acquistato le obbligazioni ed è venuto fuori che una gran parte di queste, circa il 34%, sono delle grandi aziende dell’oil&gas&coal. Spiccano fra queste Eni, Total, Shell, Apetra, OMV/AG, Eesti Energia, Schlumberger, Repsol. Ma ci sono anche le major dell’automotive (Volkswagen, Daimler, Renault), del settore minerario (Glencore, distintasi in Colombia, nella regione del Cesar, per aver “deportato” migliaia di indigeni dalle loro terre per poter coltivare nuove miniere di carbone, che vendeva a imprese europee, compresa l’Enel).

Un appello a Christine Lagarde

Tutte imprese che hanno un peso non indifferente dell’impronta di carbone e quindi dei cambiamenti climatici. A queste imprese dovrebbero essere aggiunte altre beneficiarie del programma di stimoli della BCE come le società delle autostrade (Sanef, Autoroutes du Sud de la France, Autostrade per l’Italia, Atlantia) e quelle di aeroporti e aerei (Dublin Airport Authority, Airbus, Aéroports de Paris).


Ecco perché abbiamo scritto – insieme a diverse organizzazioni non governative europee – alla neopresidente della BCE, Christine Lagarde, per chiederle un impegno serio, effettivo e coerente con le proprie dichiarazioni pubbliche a favore di un impegno diretto della BCE per contrastare i cambiamenti climatici. Infatti il 24 ottobre 2017 la futura presidente della BCE ebbe a dichiarare che “Se non affrontiamo questi problemi climatici, avremo di fronte un futuro oscuro. Tra 50 anni saremo tutti arrostiti”.

“Immediato disinvestimento dalle fossili”

Ecco allora che abbiamo indicato alla Lagarde una strada immediata per fare qualcosa di concreto in questa direzione: disinvestire subito da quelle imprese cui BCE ha prestato denaro. La lettera firmata da oltre 60 soggetti organizzati e 100 esperti europei, sostiene che “la BCE dovrebbe impegnarsi a eliminare gradualmente dal proprio portafoglio asset ad alta intensità di carbonio, iniziando con l’immediato disinvestimento dalle attività connesse ai fossili.

Senza attendere la “tassonomia verde” sviluppata dalla Commissione Europea, i criteri di impatto climatico dovrebbero essere utilizzati per controllare tutte le attività attualmente ammissibili per operazioni di politica monetaria”.
Una scelta del genere non solo mostrerebbe coerenza fra dichiarazioni politiche e azioni concrete, ma sarebbe un segnale importante in direzione del disinvestimento dalle fossili per tutte le istituzioni, a cominciare dalla sei banche centrali (Germania, Spagna, Italia, Belgio, Finlandia e Francia) che operano gli acquisti delle obbligazioni del programma CSPP per conto di BCE, e per tutti gli investitori retail e istituzionali.

Simone Siliani è Direttore Fondazione Finanza Etica