“Call Me By Your Name”. Il film
piglia tutto di Guadagnino

Mentre scriviamo (11 dicembre 2017) la situazione è la seguente: tre candidature ai Golden Globes, i prestigiosi premi della stampa estera di Hollywood che sono quasi sempre indicativi per l’Oscar, annunciate proprio oggi (miglior film drammatico, Timothée Chalamet miglior attore protagonista, Armie Hammer miglior attore non protagonista); due Gotham Awards (miglior film e miglior attore emergente, Timothée Chalamet), un Hollywood Film Award (stesso giovane attore, stessa motivazione); tre premi della Los Angeles Film Critics Association (miglior film, miglior attore – sempre Chalamet – e miglior regia); due premi dell’Usa National Board of Review (attore emergente, ancora!, e miglior film); un premio del New York Film Critics Circle (Chalamet, miglior attore); premio del pubblico come miglior film al festival di St. Louis, Rising Star Award (premio alla “nuova stella”) al festival di Palm Springs sempre per Chalamet, e chi se no? Aggiungiamo una nutrita serie di candidature, fra le quali 6 nominations ai Film Independent Spirit Awards, gli importanti premi del cinema indipendente.

“Call Me By Your Name” è, in America, il “caso” del momento. Con un piccolo dettaglio: è un film italiano. Girato e ambientato in Italia, diretto dall’italianissimo Luca Guadagnino. Certo, ha un cast internazionale del quale il giovanissimo Chalamet (cresciuto a New York, padre francese e madre americana ebrea di origine russa) è un perfetto simbolo; ed è girato in un mix di lingue (prevale l’inglese, ma ci sono anche italiano e francese) che lo rende candidabile a tutti i premi del mondo. Parteciperà, tanto per capirci, alla corsa per gli Oscar “veri”, non per la singola statuetta del film straniero (dove l’Italia ha candidato “A ciambra” di Jonas Carpignano, altro giovane regista che all’estero si muove benissimo). Ed è, incredibile a dirsi, tra i favoriti. È uscito negli Stati Uniti il 26 novembre in una tipica “limited release”, una distribuzione mirata in pochissime città proprio per partecipare all’Oscar; con un numero ridotto di copie ha incassato in una settimana 922.456 dollari (dati del sito internet www.imdb.com aggiornati al 3 dicembre), quasi un milione, totalizzando LA MIGLIOR MEDIA COPIA DI TUTTI GLI STATI UNITI! Avrà sicuramente svariate candidature all’Oscar e non bisognerà stupirsi se vincerà qualcosa. Quindi la legittima domanda, da parte di voi lettori italiani, è: perché non ne sappiamo nulla? Perché il film in Italia non è uscito?

Sulla seconda di queste due domande si sta scatenando sui social una piccola “rissa” mediatica che coinvolge anche coloro che dovrebbero essere bene informati. La lamentela più comune potrebbe essere così riassunta: ecco, per una volta che un film italiano piace all’estero, i distributori italiani lo snobbano, non lo fanno uscire, lo censurano! Fra gli addetti ai lavori che conoscono Guadagnino, e magari sono suoi fans, il dibattito prende un’altra piega: ecco, come al solito Luca deve lavorare all’estero perché in Italia la critica e i produttori non se lo filano, nemo propheta in patria, eccetera eccetera.

Queste cose che abbiamo appena scritto, e che in Italia pensano in molti, sono fake news. Andiamo a vedere perché.

Partiamo dalla seconda. È vero, Luca Guadagnino – 46 anni, nato a Palermo nel 1971, vissuto con la famiglia in Etiopia fino al 1977 – non è molto amato dalla critica italiana. O meglio: alcuni lo amano, altri no. Chi scrive trova bellissimo “Call Me By Your Name”: ma ha trovato un po’ meno bellissimi “The Protagonists” e “Io sono l’amore”, due precedenti film di Guadagnino rispettivamente del 1999 e del 2009 (il secondo, un film molto elegante e un po’ “viscontiano”, fu già allora un ottimo successo negli Usa con oltre 5 milioni di dollari di incasso; tanto per esser chiari “La grande bellezza”, vincitore dell’Oscar, non è arrivato a 3). E non abbiamo apprezzato molto “A Bigger Splash”, remake del film francese “La piscina” ambientato sull’isola di Pantelleria, anch’esso con un cast internazionale; né “Melissa P.”, ispirato al best-seller adolescenziale di Melissa Panarello.

Il regista Luca Guadagnino

La collocazione di Guadagnino all’interno del cinema italiano è effettivamente anomala: come regista si inserisce proprio nella tradizione più internazionale del nostro cinema, perché i suoi modelli sono evidentemente Bertolucci, Rossellini e il citato Visconti (non è facile tenere assieme Rossellini e Visconti, ma lui ci riesce). I suoi film nascono da subito con modelli e ambizioni cosmopolite, a cominciare dall’amicizia e dalla collaborazione con la grande attrice britannica Tilda Swinton; non somigliano per nulla ai film italiani medi, non sono commedie, non raccontano la piccola borghesia, non usano gli attori nazional-popolari. La critica ne viene spesso spiazzata, salvo un nutrito manipolo di critici-fans per i quali Guadagnino è intoccabile. Lui ogni tanto gioca sul cliché dell’incompreso in patria, in realtà è giustamente contento di girare film in inglese con attori provenienti da mezzo mondo (il prossimo è “Suspiria”, remake del classico di Dario Argento girato, come l’originale, fra Italia e Germania).

“Call Me By Your Name”, che in Italia si intitolerà “Chiamami col tuo nome”, ha una storia produttiva insolita. Il progetto nasce in America, da una sceneggiatura scritta da James Ivory (“Camera con vista” e tanti altri film famosi) e basata su un romanzo di André Aciman che il produttore Peter Spears aveva opzionato nel 2007, ancora in bozze. È la storia dell’iniziazione erotica e sentimentale di un adolescente, figlio di ricchi intellettuali, nell’Italia dei primi anni ’80: un’estate di esperienze tenere e sconvolgenti legate alla visita di un amico di famiglia, bellissimo e bisessuale, interpretato dall’americano Armie Hammer. Doveva dirigerla lo stesso Ivory, e per un certo periodo si parla anche di una co-regia, Ivory e Guadagnino a quattro mani. Alla fine l’italiano prende in pugno il progetto e lo gira nella bassa cremonese, in posti magnifici (una delle cose stupefacenti del film è che fa sembrare la Lombardia un luogo fiabesco).

All’inizio del 2017 la Sony Pictures Classics acquista i diritti di distribuzione mondiale del film appena prima della presentazione al Sundance, dove “Call Me By Your Name” viene presentato in anteprima mondiale. La risposta di critica e di pubblico del Sundance – festival leader del cinema indipendente di tutto il mondo – è strepitosa. Lì nasce una strategia molto lungimirante, che forse ha già il premio Oscar nel mirino: la partecipazione al Sundance rende il film non proponibile per i principali festival competitivi (Berlino, Cannes, Venezia) che accettano in concorso solo film inediti. La Sony lo propone dunque, a Berlino, nella sezione collaterale Panorama, molto frequentata da cinefili e da compratori e storicamente sensibile (cosa che, per un simile film, non guasta) alle tematiche gay. Altro grande successo.

Durante Berlino ospitiamo Guadagnino nella trasmissione radiofonica “Hollywood Party”, dove in sostanza ci anticipa quello che sarà il percorso del film nel 2017: una marea di festival di seconda fascia, ma importanti e soprattutto destinati più al pubblico che alla stampa specializzata (da giugno in poi è passato a Sydney, Melbourne, Toronto, Helsinki, San Sebastiano, Zurigo, New York, Londra, Mumbai, Chicago e parecchi altri), poi la suddetta uscita limitata negli Usa in vista degli Oscar, e SOLO nel 2018 la vera uscita sui mercati più importanti, Italia inclusa. Uscirà nel nostro paese il prossimo 25 gennaio, e non per la miopia di qualche distributore, ma per una precisa scelta della Sony e dello stesso Guadagnino. È lo stesso percorso che fra 2016 e 2017 ha portato al premio Oscar per il miglior film l’americano “Moonlight”: anteprima al Sundance, copertura a tappeto dei festival estivi e autunnali (in quel caso anche la Festa di Roma), uscita mirata a fine anno, esplosione in febbraio in concomitanza con l’Oscar.

Quindi, la mancata uscita in Italia (finora) di “Call Me By Your Name” non è, per Guadagnino, una censura: forse, invece, è la consacrazione. Lo vedremo arrivare onusto di nominations e ci accorgeremo finalmente di avere un altro regista di levatura mondiale, oltre a Moretti, Garrone e Sorrentino. Un pizzico di fiducia (e un supplemento di informazione) nei confronti delle strategie che governano il mercato cinematografico, a volte, non guasterebbe.