Buon 25 aprile libero
Ma abbiamo ancora a cuore
la festa della Liberazione?

Nella sala in cui avrebbe dovuto tenere una conferenza in vista del 25 aprile non c’era nessuno. Vuota. Il partigiano Mario Di Maio, 92 anni, testimone del bombardamento di San Lorenzo, nell’aula deserta dell’XI municipio a Corviale, ha comunque letto una poesia. Anche se si trattasse di un veniale difetto organizzativo, l’immagine di quell’aula vuota dà da pensare. E suscita qualcosa come un senso di colpa: tanto più per un’occasione persa; rara e preziosa come gli ultimi testimoni. Perciò la domanda va posta brutalmente: ci sta ancora a cuore il 25 aprile? Riusciamo ancora a pensare a questa data come a una ricorrenza fondativa della comunità civile? Riesce ancora a emozionarci?

Senza tenere viva un’emozione che diventi (o resti) politica, il futuro del 25 aprile è fragile. E forse lo è anche il presente, se fra i tanti commenti in rete alla notizia di quell’aula vuota si può leggere anche questo, firmato da una giovane avvocata, Ilaria: “Da una parte provo pietà sincera per questo nonno. Dall’altra, però, non posso che essere intellettualmente onesta e notare che la faziosità della resistenza ci ha scassato i maroni”. Che cos’è, per Ilaria, “la faziosità della Resistenza”? Riesce davvero a cogliere il nesso fra libertà – la libertà che le consente anche di esprimere la propria opinione – e Liberazione? Temo di no.

Per questo, se avessi un suo indirizzo, le manderei in regalo un libro appena uscito per Laterza. L’ha scritto uno storico trentaseienne, Carlo Greppi, e si intitola – semplicemente – “25 aprile 1945”. Per raccontare una data epocale, Greppi sceglie tre storie, tre vicende umane: quelle di Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri, Luigi Longo. Ce li mostra nel tempo delle scelte, nell’incertezza, nella convinzione, nella impossibilità di prevedere il futuro. Ilaria, in quelle 240 pagine, potrebbe trovare almeno una dozzina di ragioni per rivedere la propria opinione su quel “nonno” e sul senso di festeggiare, o meglio, di “sentire” ancora il 25 aprile.

Io, nel libro, ho trovato queste.

1) L’aggettivo “libero”. Detto, scritto, con la stessa intensità della nota con cui il Comitato di liberazione nazionale delibera l’insurrezione all’alba del 24 aprile 1945: “Popolo genovese! Con l’animo pieno di commozione, le tue nuove autorità democratiche ti dicono: sei libero! Comportati in queste ore tanto gravi e solenni in modo che tutto il mondo possa dire che tu sia degno di questa libertà”.

2) La forza di un atto di disobbedienza collettivo, e non verso un governo legale: “disobbedienza a chi aveva la forza di farsi obbedire”. Con le parole dello storico Claudio Pavone: il senso di “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.

3) La domanda rivolta a chi sceglie: “Lei ha pensato che rischia la sua vita, stando con noi?”. La risposta nei fatti.

4) Il senso di sfida, di azzardo, di dramma, di scoramento che può essere compreso solo “rinunciando – come scrive lo storico Santo Peli – al senno del poi, avvicinandoci per quanto possibile al punto di vista dei protagonisti che, ovviamente, non sapevano come sarebbe andata a finire”.

5) La possibilità, la necessità di immaginare “le notti insonni di questi combattenti e di questi organizzatori, ben consapevoli – scrive Greppi – del fatto che gli Alleati temono che l’insurrezione che appare alle porte generi una rivoluzione, o comunque un moto popolare dei cui esiti non è dato sapere”.

6) Un uomo – Ferruccio Parri, alias Maurizio – che dice ai compagni: “Lasciatemi morire qui, andate via”.

7) L’amarezza per i caduti, la “vittoria” amara che fa gridare “viva i nostri morti!”.

8) Parole come: “Ma se le formazioni si sciolgono, lo spirito partigiano non muore: esso guiderà la patria verso i nuovi destini”.

9) Parole come: “Noi non abbiamo da rinfocolare niente, non odi, non sentimenti di vendetta, non rivendicazioni, non vanità: ma abbiamo sempre il dovere della riaffermazione categorica che la storia d’Italia passa per questa tappa di liberazione, che non deve essere adulterata la scelta che fu alla sua origine. Non è lecito porre il passato, la lotta di liberazione e il fascismo, sullo stesso piano e tutto confondere dentro un minestrone di dimenticanza, primo passo verso altre involuzioni” (Ferruccio Parri).

10) L’aggettivo “libero”, di nuovo. La ricchezza immensa che contiene, compresa la possibilità di trascurarne la storia, di darne per scontati gli effetti. La possibilità di vivere, come Ilaria che non crede nel 25 aprile, in un Paese – da settantatré anni – libero.