Bubi, la pallanuoto
trascura i suoi eroi

Nel tifo e nella retorica, tra passione e muscolo nasce e si pasce lo sport nelle sue più diverse attività. È faccenda ben nota ma ogni tanto qualcuno sente il bisogno di raccontarla un po’ diversa: è questo il caso di Costantino Dennerlein, classe 1932, olimpionico per la prima volta vent’anni dopo a Helsinki.

Questo per dire che quel che ci racconta “Bubi” nel suo Acquario Italia (200 pagg, editore Absolutlely Free, 15€) parte da lontano, dai primi passi di una disciplina non proprio italica, il nuoto appunto, e arriva sino ai più recenti tempi dei studi e dei farmaci, dei metodi per migliorare la prestazione in tutte le sue forme, del passaggio strisciante e qualche volta molto disinvolto dal dilettantismo al professionismo, da attività agonistiche di nicchia a fenomeni di massa con indotti che vanno dal materiale tecnico alle diete mirate alla programmazione dei risultati agonistici.
Insomma Dennerlein ripercorre la sua vita in e sul bordo di tutte le vasche del mondo là dove c’era una gara, un torneo, una grande manifestazione. Un viaggio lungo oltre mezzo secolo, tanto è durato il suo rapporto col comitato Olimpico italiano e con la federazione degli sport acquatici. Rapporti duraturi ma non facili: intanto il cognome tedesco, poi un fratello di molto talento e di pochi anni più giovane, Federico Dennerlein più noto come Fritz, a sua volta olimpionico di nuoto e pallanuoto, poi commissario tecnico di una delle più celebrate formazioni del Settebello.
Percorsi a ostacoli in un mondo che a prima vista si presenta come campione di meritocrazia, per altro facilitata dai cronometri e dai risultati tecnici: ma non sempre è così e Bubi ricorda solo alcuni degli episodi più clamorosi, ad esempio la sua esclusione dai Giochi di Melbourne del 1956, o il diktat federale alla vigilia della Grande Olimpiade di Roma ’60 al fratello Fritz, per fargli scegliere una sola disciplina tra le due, nuoto e pallanuoto, cui aveva diritto di partecipare.

Sono gli anni di due gioventù, quella di Bubi e quella di Fritz, immerse in un impegno senza soluzione di continuità, diviso tra due sport diversi ma accomunati da un’unica gestione, uniti da una certa ricchezza derivata dai dividendi del Totocalcio gestito dal Coni, spinto, quell’impegno esclusivo, da un sistema internazionale che voleva dire viaggi, novità, sfide ai massimi livelli rappresentando la propria nazione.

Strade diverse ma parallele, due uomini che giganteggiano nelle rispettive attività, che, grazie alla famiglia un po’ tedesca un po’ rumena, conoscono le lingue e perciò si muovono con facilità nei meeting del mondo e vedono prima di altri le nuove strade dello sport. Così sarà per Bubi, deluso dai metodi nazionali e così sarà anche per Fritz subito dopo. Ed è grazie a loro che un popolo non di mare è diventato grande, nei numeri e nei risultati, salendo i relativamente in pochi anni le classifiche internazionali e arrivando spesso ai vertici, fermato, ad esempio nel caso di Novella Calligaris, soltanto dal l’avvento del cosiddetto “doping di stato”.

Si dirà, due così, atleti e campioni prima, allenatori federali poi, restano patrimonio e monumento di quelle discipline. E in effetti lo sono ma non per il mondo federale che, per insipienza e gelosia, li ha a lungo combattuti e boicottati sino ad emarginarli. Bubi lo ricorda senza astio ma con l’amarezza dell’impotenza di fronte all’indifferenza di chi, in quell’Italia che ha fatto dello sport una questione privata, specialmente laddove si è profilato il redditizio sistema di business delle piscine, ha via via privilegiato le questioni mercantili rispetto a quelle agonistiche,