Bruxelles: affannosa trattativa
sui fondi e si profila il rischio
d’un passo indietro dell’Unione

Forse si riuscirà ad evitare il fallimento, che sarebbe ben di più di una rottura su una questione di soldi. Ma il danno è già fatto. L’Unione europea sta offrendo all’opinione pubblica uno spettacolo di divisioni e di impotenza drammaticamente inadeguato alla gravità di quello che si è passato nei mesi scorsi e, purtroppo, di quello che ci si attende nei prossimi. Non solo la possibile ripresa della pandemia, ma anche la certa, certissima congiuntura economica disastrosa. Mentre scriviamo, è passata un’altra notte di negoziati affannosi e si profila l’incubo della riapertura delle Borse. Come reagiranno i mercati a quello che sta accadendo a Bruxelles? Un’ondata di sfiducia sulla possibilità che si arrivi a un accordo potrebbe avere effetti devastanti, innescare una spirale che danneggerebbe maggiormente i paesi a debito forte, ma non risparmierebbe nessuno.

A che punto sono arrivate le trattative? Sul tavolo c’è una ennesima proposta di compromesso elaborata dal presidente del Consiglio Charles Michel. Dal punto di vista economico prevedrebbe – a quanto si capisce tra i continui aggiustamenti e il rincorrersi di voci, minacce e proposte – di una riduzione dell’ammontare complessivo del Recovery Fund da 750 a 700 miliardi e una modifica del rapporto tra prestiti (loans) e sovvenzioni a fondo perduto (grants) a favore dei primi. I soldi investiti senza contropartite per l’Italia non dovrebbero superare i 400 o addirittura i 390 miliardi.

Una bella botta, che metterebbe in gravi difficoltà non solo Giuseppe Conte, ma suonerebbe come una sconfessione di Angela Merkel e Emmanuel Macron e del loro piano comune che, ormai settimane fa, aveva messo in moto l’iniziativa della Commissione europea. Ma la gravità del problema non si misura solo sui soldi. L’ostinazione del fronte capitanato dal leader olandese Mark Rutte rischia di spingere verso un compromesso sulla cosiddetta “governance” del meccanismo che produrrebbe non solo ulteriori difficoltà future per i paesi più deboli, ma anche – ed è il pericolo più grave – uno stravolgimento dell’assetto istituzionale dell’Unione che regalerebbe un potere formidabile al Consiglio, ovvero ai governi. Un vero e proprio soprassalto di potere intergovernativo che farebbe strame della lenta, faticosa e mai compiuta costruzione istituzionale dell’Europa.

La “governance” del Fondo

Non a caso la “governance” del Next Generation EU è l’altro capitolo sul quale si sta faticosissimamente trattando in queste ore. Il fronte capitanato da Italia, Spagna e Francia, appoggiato ma con qualche prudenza dalla Germania, insiste perché le competenze del giudizio sui piani d’investimento nazionali dei futuri stanziamenti restino alla Commissione e, poiché comunque ci dovrà essere il passaggio di un voto del Consiglio, questo avvenga non all’unanimità (il che si convertirebbe in un potere di veto da parte dei contrari), ma a maggioranza, magari a maggioranza qualificata. Su questo Rutte resta determinatissimo, come se esercitasse già adesso un suo potere di veto. Nella bozza di compromesso di Michel, era comparsa, a un certo punto, una bizzarra ipotesi di mediazione: il potere di decisione sui piani restava alla Commissione, ma ciascuno dei governi si vedeva riconoscere la possibilità di porre in Consiglio una sorta di arresto della procedura nel caso che riscontrasse gravi inadempienze dei paesi beneficiari.  L’escamotage, chiamato “freno d’emergenza” sarebbe ancora sul tavolo.

Mark Rutte

A complicare ancor più le cose c’è poi la questione del bilancio pluriennale. Poiché il documento finanziario deve “reggere” l’emissione dei bond europei con cui la Commissione cercherà sul mercato i soldi del Next Generation EU (NGEU), bisognerà adeguarlo alle accresciute necessità. Anche questo è oggetto di contestazione da parte dei “frugali”, pure se dovrebbe essere pacifico, ormai, che gli aumenti non graveranno sulle erogazioni nazionali, e quindi sulle tasche dei contribuenti, ma su tassazioni europee, da quella sulle materie plastiche, alla carbon tax alle imposizioni sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax).

L’Italia, in modo un po’ strumentale ma sostanzialmente giusto, allarga il discorso a tutto il capitolo dell’armonizzazione fiscale nell’Unione. Un argomento che primo o poi dovrà essere affrontato seriamente perché è ormai insostenibile l’esistenza dentro l’Unione di veri e propri paradisi fiscali, come l’Irlanda, il Lussemburgo e, guarda un po’, proprio i Paesi Bassi.

Monito di Conte a Rutte

Anche questo avrebbe detto a brutto muso Conte a Rutte in uno dei tanti faccia a faccia: potresti anche spuntarla sulle disposizioni del Fondo e tornare a casa come un vincitore, ma nel giro di poco tempo ti accorgeresti che guai ti pioverebbero addosso per aver distrutto il mercato interno. Un po’ come accadde a David Cameron, che pensava di aver fatto una furbata convocando il referendum sulla Brexit ed è finito malamente fuori dalla scena politica.

D’altra parte, pare che un minimo di consapevolezza dei rischi che la durezza negoziale olandese può provocare si stia diffondendo nel suo fronte, quello che, in mancanza di definizioni più appropriate, continua ad essere chiamato come il fonte dei “frugali”. I paesi nordici, Danimarca, Svezia e Finlandia, starebbero ammorbidendo le loro posizioni, lasciando a Rutte e al suo collega austriaco Sebastian Kurz il ruolo dei poliziotti cattivi. Inoltre, le faglie nella solidità degli schieramenti stanno assumendo anche caratteristiche alla vigilia imprevedibili: alla condizione (in sé sacrosanta) che i nordici avevano posto alla concessione di aiuti all’Ungheria, l’eliminazione delle gravi misure liberticide introdotte recentemente, Orbán ha risposto con un giro di valzer che lo ha portato ad appoggiare l’Italia, la Germania e i loro alleati. Un’amicizia pelosa sancita da un messaggio che il leader ungherese ha mandato al suo sodale italiano Matteo Salvini: vedete? Sono dalla vostra parte.

Viktor Orban con Salvini

Qui veniamo a una delle possibili spiegazioni della durezza dello scontro in atto a Bruxelles: le implicazioni del confronto sulla politica interna degli stati. È opinione comune, in queste ore, che l’ostinazione di Rutte si debba spiegare anche con la preoccupazione che un atteggiamento troppo “morbido” verso i paesi del “debito facile” gli possa fare perdere le elezioni e il potere. L’anti-europeismo grezzo e quasi folcloristico del partito di Geert Wilders è stato sostituito da quello politicamente più raffinato del Forum per la Libertà guidato da Thierry Baudet che nell’ultima consultazione è riuscito addirittura a conquistare il primo posto al Senato.  C’è sicuramente del vero in questa interpretazione dei fatti, ma è singolare che chi teme per i Paesi Bassi, non si preoccupi dell’Italia, dove una umiliazione del governo Conte avrebbe effetti potenzialmente altrettanto forti, e in un paese che, con tutto il rispetto per gli olandesi, ha in Europa un peso ben più rilevante.