Brisighella la nera accoglie il libro
su donna Rachele scritto dalla nipote

Per la serie “a volte ritornano”. Sabato prossimo, 17 ottobre, a Brisighella, la città dei Tre Colli e dei sette cardinali, un tempo “isola bianca” della Romagna comunista e repubblicana, oggi unica roccaforte della destra nell’Unione dei Comuni della Romagna Faentina, tornerà l’ombra della consorte del Duce, donna Rachele. A riportarla  in quello che è uno dei borghi più belli d’Italia sarà la nipote, Edda Negri Mussolini, che nella sala Cicognani, alle 17, presenterà il suo libro “Donna Rachele, mia nonna”.

Soltanto un’iniziativa privata?

L’iniziativa è promossa da un privato cittadino, esponente della destra locale. A introdurla sarà Roberto Petri, che è stato il portaborse dell’ex ministro della Difesa del governo Berlusconi, il “fratello d’Italia” Ignazio Benito Maria La Russa, e che ora è considerato una delle anime del fascioleghismo brisighellese. L’amministrazione comunale ufficialmente non è coinvolta. Né sono state annunciate presenze del sindaco o di assessori all’iniziativa. Ma è difficile pensare che questa presentazione ducesca non c’entri nulla con l’aria che tira sotto i Tre Colli.

La strage dimenticata di Casale

brisighellaE l’aria è questa. Il 4 agosto dello scorso anno era in programma la commemorazione dell’eccidio nazi-fascista di Casale, cinque giovani innocenti fucilati dai tedeschi guidati dai fascisti locali per rappresaglia a un’azione partigiana. Una strage dimenticata di cui è stata recuperata da poco la memoria (le ricerche dell’Anpi, il mio libro “L’eccidio dei martiri senza nome“). Un appuntamento importante, che da alcuni anni vede la partecipazioni della comunità locale, dei famigliari delle vittime e dei rappresentanti dei Comuni di appartenenza (Forlì, Prato), dell’Unione comunale e della Regione. Ebbene, la giunta di Brisighella disertò l’appuntamento. Nessuno si fece vedere, nemmeno un vigile o un usciere col gonfalone.

Il 2 novembre dell’anno scorso, invece, il sindaco Massimiliano Pederzoli si recò personalmente a omaggiare i caduti della Repubblica di Salò portando una corona d’alloro alla cappella di una nota famiglia repubblichina. Un caso unico, accompagnato dall’esultanza dei “fratelli d’Italia” e da molte polemiche. Seguito, il 2 giugno scorso, festa della Repubblica, dalla partecipazione dello stesso sindaco, con fascia tricolore, a una manifestazione della Lega nella vicina Faenza.

Quella visita del 1957

In questa brutta aria, guarda caso, ricompare donna Rachele. Che a Brisighella c’era già stata, più di mezzo secolo fa, esattamente nel 1957, invitata da un parroco, don Elia Foschini, nella chiesa di Montecchio, si disse per raccogliere fondi per la parrocchia. Se non che si trattava della stessa parrocchia dove un altro prete, di tutt’altra tempra, don Antonio Lanzoni, nel 1944 era stato fucilato dalle camicie nere del consorte della signora perché colpevole di essere antifascista.

Su quell’invito il giornalino locale del Pci, “I Tre Colli”, pubblicò la lettera aperta che potete vedere nella foto a don Elia Foschini del direttore responsabile, Antonio Goni. L’episodio è riportato anche nel libro “I comunisti nella terra dei preti“, che ho scritto tre anni fa assieme a Viscardo Baldi, con questa frase:

Nel dicembre 1957 il direttore Goni critica il parroco, don Elia Foschini, per aver invitato la vedova di Mussolini, donna Rachele, nella parrocchia che fu per 30 anni di don Antonio Lanzoni, il prete antifascista catturato e fucilato dagli sgherri del Duce”.

“Chissà cosa ne pensa quella parte della maggioranza e del paese che non si riconosce né nella Lega di Salvini né in queste nostalgie fasciste”, commenta Baldi, che è un dirigente del Pd e che quella lettera ha recuperato, come tanti altri documenti conservati ora nell’archivio storico, nella locale Casa del Popolo. “Vengono a presentare il libro su Donna Rachele, ma io sono convinto che Brisighella, oggi come allora, è ancora dalla parte di don Antonio Lanzoni”.

La concessione del ritorno

Il 1957 fu anche l’anno del ritorno della salma del Duce a Predappio. Fu proprio donna Rachele a chiedere all’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Adone Zoli, pure lui di Predappio, di riportare il cadavere del marito, nascosto per anni nei sotterranei di un convento in Lombardia, nella cittadina natale. Il sindaco comunista di allora, Egidio Proli, astutamente provocato da Zoli, diede il suo assenso pronunciando una frase che voleva essere fiera ma che si sarebbe dimostrata sciagurata. Disse: “A me Mussolini non mi ha fatto paura da vivo, figuriamoci da morto”. Da allora Predappio è diventata il ritrovo dei nostalgici di tutta Italia. Che a volte ritornano. Come Donna Rachele. Come i fantasmi del fascismo.

 

Qui un articolo che scrissi per “Strisciarossa” sulla storia di Predappio e del ritorno della salma del Duce, raccontata in un capitolo del mio libro “Gli intrighi di una Repubblica“.