Brexit, trattativa
infinita. Per Johnson
arrivano le spine

Tra dimissioni e rimpasti, il governo di Boris Johnson si presenta baldanzoso, ma anche impreparato e caotico, all’inizio delle trattative con l’Unione Europea, fissato per il 3 marzo. Pena una permanente conflittualità commerciale e politica, che sarebbe un disastro per entrambe le parti, entro dicembre 2020 secondo Johnson, e con minor fretta per i negoziatori europei, la partita andrà chiusa. Si dovranno stabilire quali relazioni economiche e politiche vi saranno tra i ventisette Paesi membri e la Gran Bretagna, che ha lasciato l’UE venerdì 31 gennaio. L’Europa non può permettersi, da qui a un anno o anche due, un fallimento. Serve un’intesa che, come Johnson aveva ampiamente assicurato in uno dei suoi giorni “sì”, mantenga le libertà di movimento, un’unione doganale di fatto e reciprocità di diritti per i britannici in Europa così come per i cittadini dell’UE nel Regno Unito.

L’impostazione annunciata con enfasi e bonomia dal primo ministro ha lascito invece posto, soprattutto nelle ultime settimane,a un crescente risentimento da parte dell’imprevedibile leader britannico che ha cambiato toni, additando, quanto a futuri rapporti,i modelli più vari. Sparate che potevano far gioco a Johnson in campagna elettorale, ma non a pochi giorni da una trattativa tecnica che,dalla pesca a Gibilterra, dagli standard per prodotti e servizi, fino alla giurisdizione della Corte europea, dovrà tracciare in modo minuzioso il percorso dei cittadini e dei beni prodotti.

Boris Johnson ha ora detto di guardare come esempio alle relazioni tra USA e Canada e anche al “al modello australiano di relazioni con l’Europa”, inducendo la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen a ricordare al premier britannico che questo modello non esiste e che l’Unione Europea fa affari con Canberra solo in base alle regole, assai onerose, del WTO, l’accordo mondiale sul commercio.

Malumore diffuso

Il malumore dell’inquilino del numero 10 di Downing Street si è riversato sul vicino di casa del numero 11, Sajid Javid, cancelliere del Tesoro, responsabile di tutti gli aspetti economici e finanziari del regno. Javid, che era lo sfidante di Johnson per il ruolo di premier, aveva accettato e preso sul serio il ruolo di quarto più importante pubblico ufficiale del Paese. Si era messo subito al lavoro con i suoi esperti per andare nella direzione indicata subito dopo l’insediamento dal primo ministro: un Regno Unito strutturalmente in sintonia con l’Europa e la cooperazione economica che ne è alla base, anche per Stati come la Norvegia o la Svizzera. Il 13 febbraio Johnson ha ordinato a Sajid Javid di licenziare tutti gli esperti del Tesoro e di sostituirli con quelli del numero 10 di Downing Street. Sajid ha rassegnato le dimissioni, secondo un suo collaboratore “perché nessuna persona con un po’ di rispetto di sé avrebbe accettato questo”. Sajid è stato sostituito dal numero due del Tesoro Rishi Sunak.

Fin qui l’umorale quadro politico britannico. E i principali Stati Europei come si presentano alla trattativa ormai imminente che sarà coordinata dal francese Michel Barnier? Per Stefan Kornelius, che scrive per la Sűddeutsche Zeitung, si sta affacciando a Berlino un nuovo scenario legale, il cosiddetto “principio di equivalenza”. Applicato al Regno Unito post-Brexit, ciò significherebbe che tanto più la Gran Bretagna accetteràsu un piano di reciprocità le leggi che valgono per gli Stati UE, tanto meno pagherà in termini di tariffe e diritti di accesso. Il principio di equivalenza varrebbe non solo in campo commerciale, ma anche nella ricerca, nell’educazione e nel settore della difesa. Il punto debole della proposta è che allinearsi in ogni accordo ai tanti e mutevoli standard dell’Europa Unita, senza farne parte, implicherebbe un notevole lavoro burocratico per le aziende britanniche.

Xavier Mas de Xaxas, giornalista de La Vanguardia, scrive che sarà Gibilterra il punto di frizione o di nuova, importante intesa: il territorio britannico d’oltremare, sulla costa meridionale della Spagna, collega strategicamente Oceano Atlantico e Mare Mediterraneo. A Gibilterra lavorano novemila trecento spagnoli e trecento camion passano la frontiera tutti i giorni. La Spagna aspira a una sovranità condivisa, che potrebbe iniziare con la gestione comune dell’aeroporto.

Solo ipotesi

Le Monde, col commento di Sylvie Kauffmann, cita Michel Barnier, il più volte commissario europeo che dal 2016 è il negoziatore capo europeo per l’uscita del Regno Unito dalla UE. Si osserva che,date le poche informazioni su che tipo di Regno Unito Johnson voglia dopo la Brexit, per ora si possono fare solo ipotesi.

Una cosa è certa: la Francia non vuole perdere un valido alleato militare, che vede anzi come punta di diamante di una forza europea di intervento rapido, nei progetti di Macron. In fondo, la speranza dei francesi è che, con scenari globali incerti e la presenza di Trump, il Regno Unito comprenda presto che il proprio interesse è restare nell’orbita europea.

La posizione italiana è raccontata sul Guardian da Francesca Sforza e Massimo Simoni che scrivano per la Stampa.Tra le tante argomentazioni favorevoli a una forte collaborazione, la sicurezza e l’economia.Per l’Italia è fondamentale tenere aperti tutti i canali di cooperazione, ad esempio continuando a scambiare informazioni sul terrorismo e le operazioni di sicurezza. Finché il Regno Unito farà parte della alleanza FiveEyesintelligence, assieme ad Australia, Nuova Zelanda, Canada e Stati Uniti, trovare nuovi e vantaggiosi modi per continuare a relazionarsi con questa struttura saràper Roma una sfida importante. Sul piano economico, osservano Francesca Sforza e Alberto Simoni in un altro passaggio del loro intervento, l’ltalia è il nono partner commerciale della Gran Bretagna ed è fondamentale che non vi sia una rottura, una discontinuità in questa relazione.

Il 3 marzo partono i negoziati, nessuna delle due parti ha alcun interesse a uscirne indebolito. Per evitarlo dovranno costruire un nuovo equilibrio europeo.