Brexit, Westminster prende (altro) tempo

L’unica buona notizia nella saga della Brexit, ben lontana dalla fine, è che non vi sarà alcuna uscita al buio della Gran Bretagna il 31 ottobre. Ma non è affatto finita, anche se sono già passati tre anni di agonia per il Paese.

Boris Johnson

Il premier Boris Johnson ha solo portato a casa il sì del Parlamento a prendere in esame la legge. Cosa che non vedono l’ora di fare sia i contrari che i favorevoli: alle 19.15 la House of Commons ha detto sì al “second reading”, uno scrutinio aperto agli emendamenti e anche a un eventuale bocciatura, un nulla di fatto. Infatti, hanno dato luce verde a un esame del trattato anche molti remainers, il cui obiettivo era prendere tempo per evitare la minaccia di un brutto scherzetto di Halloween, con il Regno Unito in un limbo totale in campo economico, diplomatico, commerciale.

Folle tabella di marcia

Trecentoventinove i favorevoli e duecentonovantanove i contrari, in un cocktail di scelte voto, al di là dell’appartenenza di partito, che è stato l’apoteosi della confusione. Lì per lì Johnson ha esultato, ma è arrivata subito dopo la doccia fredda: nella successiva votazione la House of Commons (trecentoventidue a trecento e otto) ha detto no alla folle tabella di marcia proposta dal primo ministro, che voleva tutti gli emendamenti esaminati entro due giorni.

Significava soppesare, ed eventualmente correggere, centodieci pagine di trattato e cinquecento ottantacinque di accordo sulle modalità del ritiro. Peraltro non tutte, dal momento che resta oscuro ai più come possa essere un confine in fondo al mare controllato in modo efficace, come l’Irlanda del Nord possa continuare a far parte del Regno Unito ingabbiata, da sola, nella zona doganale dell’Unione, come dovranno infine regolarsi i britannici residenti in Paesi dell’UE e viceversa.

Scongiurare il no deal

Per un primo ministro che ha perso la maggioranza dei membri del gabinetto a pochi giorni dall’insediamento e che è stato già umiliato da tre votazioni avverse e due dure sentenze legali (quella della Corte scozzese e quella della Corte Suprema) sulla sospensione del Parlamento, è stata un’altra giornata negativa. Westminster ha fatto l’unica mossa che poteva: scongiurare un no deal, un non accordo, oltre la data capestro del 31 ottobre prendendosi in carico, con tutti i se del caso, il mero esame della legge.

Brexit messa in pausa

A quel punto, con l’irragionevole calendario bocciato, Johnson non aveva scelta: dopo il secondo voto ha detto che la Brexit è messa in pausa, in attesa delle decisioni di Bruxelles che potrà solo dare una prima estensione, verosimilmente fino a gennaio, salvo prolungare il periodo.

Questa sconfitta sulla tabella di marcia era inevitabile: è stato un errore, uno di più, da parte di Johnson aver fatto della data di fine ottobre, imposta a suo tempo in modo arbitrario da Macron a Theresa May, un feticcio. Probabilmente il premier sapeva molto bene come sarebbe andata a finire: è ormai evidente che punta a elezioni anticipate per dare una spallata a questa House of Commons riottosa di fronte agli ultimatum e decisa a mantenere le proprie prerogative. BoJo spera in un futuro, più accomodante parlamento.


Westminster ha chiesto di vedere le carte di questo gioco pericoloso: col passare delle settimane sarà evidente l’avventurismo di immaginare un’Irlanda del Nord divisa dalle altre nazioni britanniche, così come saranno compresi appieno l’erosione dei diritti dei lavoratori con liberi accordi commerciali a livello globale, senza uno scudo europeo, l’incertezza pesante che dovranno affrontare le istituzioni britanniche.

Riga dopo riga, la disamina del patto farà capire a tutti quanto poco i cittadini britannici e, di conseguenza, il resto d’Europa, meritino di cacciarsi in una situazione insostenibile, come è quella delineata dal protocollo. Il dramma della Brexit è ben lontano dalla fine, elezioni anticipate e un sempre più vicino nuovo referendum sembrano, al momento, gli esiti più plausibili.