Brexit, altra sconfitta per Theresa May:
ipotesi di un nuovo referendum

La mossa del cavallo, perché negli scacchi questo è l’unico pezzo del gioco che può scavalcare gli altri: è ciò che ha fatto il parlamento britannico l’altra sera saltando, con la decisa eleganza di un cavaliere, sia il governo di Theresa May che l’Unione Europea, i due litiganti/negoziatori della Brexit. Un voto che ha unito laburisti e parte dei conservatori, che mette in gravi difficoltà l’inquilina di Downing Street e che, al di là del merito, pare destinato ad avere conseguenze politiche importantissime. Forse addirittura la necessità di indire un secondo referendum sull’appartenenza o meno del Regno Unito all’Unione Europea. L’amazzone protagonista della mossa del cavallo è Yvette Cooper, 49 anni, presidente della commissione affari interni, laburista, che ha presentato un emendamento alle legge finanziaria, una modifica che limita i poteri del Tesoro – quindi di chi tira fuori i soldi – nel caso il governo si azzardasse a far uscire il Paese dall’Unione senza un accordo e ignorando il parlamento.

Yvette Cooper

In questo modo, si è creata la possibilità di un parziale “shutdown”, di blocco della spesa, di stato di inerzia, in stile statunitense. I media britannici, e a cascata quelli internazionali, danno spazio a un colpo di scena (e a un bell’esempio di pensiero laterale) che sfila la minaccia di May e di Bruxelles al parlamento britannico, in sostanza “o approvate questo accordo o vi sarà un’uscita traumatica e senza regola dall’UE, col blocco immediato di commerci, forniture, sicurezza basate su intese e  su un’appartenenza che non c’è più, perché il tempo è scaduto”. Per motivazioni diverse, e talvolta opposte, la maggioranza dei membri della Camera dei Comuni ha sempre considerato il “contratto di divorzio dall’UE” raggiunto della May come un patto abborracciato e accettato dal governo con una pistola politica puntata alla tempia.

Cooper ha messo in un angolo tecnico-giuridico governo e commissione europea. Ha presentato un emendamento alla clausola 89 della finanziaria britannica, che traduce in legge il budget approvato ad autunno. A pagina 67, riga 19, l’emendamento (che adesso ha forza di legge)  afferma che ogni esborso in termini di fiscalità, in particolare legato alla Brexit,  potrà entrare in vigore solo e soltanto in tre casi: un accordo di ritiro dall’Unione europea e sulle relazioni tra i Paesi approvato dal parlamento su mozione di un ministro della Corona; oppure un’estensione del periodo per preparare al meglio l’uscita, in base all’articolo 50 del trattato europeo; o infine la decisione di lasciare l’Unione Europea senza un trattato approvata dal parlamento su mozione di un ministro della Corona.

La proposta è passata con 303 voti favorevoli e 296 contrari. Yvette Cooper ha commentato “l’ho fatto perché sono preoccupata che si arrivi al disastro con un parlamento privo dei poteri di evitarlo…Il governo dovrebbe escludere un’uscita senza accordo, ma se questo non accadesse allora è il parlamento a doverla bloccare”.

Theresa May

Adesso è in effetti molto più difficile, senza l’assenso della Camera, un’uscita dall’Europa senza un accordo. E sarebbe imbarazzante per Bruxelles sfidare la volontà di un parlamento convocato per la prima volta nel 1264, dopo che la Magna Charta (1215) aveva sancito che il re non aveva il diritto di riscuotere tasse senza il suo consenso. Il controllo dell’uscita di spesa, in questo caso per uscire dell’Unione, resta a Westminster una costante prerogativa attraverso i secoli.

I 20 deputati ribelli Tory hanno fatto la differenza. Il conservatore Dominic Grieve ha commentato che un’uscita al buio “costituisce la più grave minaccia mai fatta al Regno Unito in tempo di pace negli ultimi 70 anni”. Il veterano tory Ken Clarke ha detto che “buttarsi fuori senza un’intesa farebbe di noi l’unico Paese sviluppato al mondo che non ha nessuna intesa commerciale con nessuno”. Jeremy Corbyn incassa la vittoria e dice: “è un passo importante, dimostra come non vi sia né in parlamento, né nel governo, né nel Paese nessuna maggioranza disponibile a schiantarci fuori dall’Unione Europa senza un vero negoziato”.

E’ l’ennesima sconfitta del governo conservatore di Theresa May. Steve Richards, commentatore politico, ricorda la sequenza di errori fatti dal primo ministro, che ha sempre voluto tenere all’oscuro il parlamento nella fase dell’impostazione e delle trattative. “L’immagine più vivida- spiega Richards – è stato l’incontro, in pieno stile Agatha Christie, nella dimora estiva di Chequers, con tutti i ministri privati del cellulare e avvisati che, se avessero rassegnato quella notte le dimissioni dopo la lettura dell’accordo deciso da May, sarebbero stati privati dell’auto e costretti a camminare a mezzanotte nella campagna del Buckinghamshire per tornare a casa”. Sembra una boutade, ma è andata proprio così. “E allora sfido- conclude Richards –  che la mattina dopo il primo ministro ha potuto annunciare che c’era concordia nel governo. Ma dopo quattro ore sono arrivate le prime dimissioni, smentite e prese di distanza”. Ora il Parlamento metterà la stessa clausola anche alle leggi su commercio, pesca e salute, su cui, in caso di mancata intesa, il Regno Unito avrebbe dovuto pagare un pesante pegno economico.

Nuove elezioni politiche e, se questo sarà deciso, un referendum con un quesito stringente, che interpelli i cittadini del Regno Unito, sembrano adesso scenari meno remoti. Il governo ha fallito e perciò “è ora di tornare al popolo”, come ha scritto il “Guardian” commentando il voto