Brexit, May è stata estromessa
Decide il Parlamento

Con un voto drammatico e senza precedenti, il Parlamento britannico ha deciso di prendere il controllo sul processo legato alla Brexit, mentre tre ministri del gabinetto May si sono dimessi in disaccordo con la premier. Sono i responsabili dei dicasteri dell’economia Richard Harrington, quello del Foreign Office con delega al Medio Oriente, al Nord Africa e alla sicurezza Alistair Burt e il ministro della salute Steve Brine.

Da adesso in poi sarà la Camera dei comuni, e non il governo, a stabilire il calendario, l’oggetto e l’ordine delle votazioni per quanto riguarda qualunque scelta sull’uscita del Paese dall’Unione Europa.L’aula inizierà a votare in fretta le opzioni alternative al piano di Theresa May: la revoca dell’articolo 50 e un secondo referendum sono le scelte più probabili, secondo la stampa del Regno Unito e anche secondo interviste campione condotto tra i circa mille giornalisti di vari Paesi di stanza a Bruxelles, nella sede dell’UE. È curioso poi come quasi tutti, richiesti di indicare un ordine di interesse pubblico della Brexit, con i suoi colpi di scena,abbiano detto che la vicenda nel suo insieme “è la più rilevante dopo la caduta del muro di Berlino”.

Un’altra sconfitta per Theresa May, che si vede sfilare il controllo del ruolino di marcia del parlamento, finora ridotto a dover prendere o lasciare decisioni prese solo dal governo. L’esecutivo ha peraltro continuatoa perdere pezzi, con continue dimissioni. La mozione per ridare voce alla House of Common era stata presentata da un ex-conservatore che gode della stima generale, Sir Oliver Letwin. Il risultato è stato 329 a 302: determinanti trenta parlamentari tory che non se la sono sentita di continuare a vedere il parlamento umiliato nelle proprie prerogative. Theresa May ha rinunciato a sottoporre per la terza volta ai deputati l’accordo raggiunto tra lei e l’Unione Europea. Del resto l’energico speaker della Camera, John Bercow, aveva già escluso che si potesse continuare a votare fino allo sfinimento un patto già bocciato due volte dai rappresentanti dei cittadini.  La prima ministra ha comunque specificato che non accetterà di firmare “assegni in bianco dalla Camera dei comuni, e in ogni caso rifiuterà di recepire decisioni non negoziabili con l’Europa”.

Jeremy Corbyn le ha risposto che “il governo deve prendere sul serio questo lavoro del parlamento: il governo ha fallito e questa Camera deve, e io credo ci riuscirà, riportare un successo”. Corbyn ha aggiunto di vedere con favore un referendum confermativo. Con alcuni voti “indicativi”, che non si vede come in realtà il governo possa ignorare, il parlamento potrà scegliere quale direzione prendere: nuove elezioni generali, oppure un’uscita morbida dall’Europa, mantenendo l’unione doganale o, più verosimilmente, la revoca dell’articolo 50 e la parola ai cittadini. La petizione per ritirare la richiesta di lasciare l’Europa ha già raggiunto, mentre scriviamo, i cinque milioni e duecentomila firme, al netto delle adesioni potenzialmente fraudolente. Continua la campagna di The People’s Vote, che ha portato a Londra un milione di persone per chiedere un secondo referendum. Il Regno Unito, con una proroga ormai certa, potrà e dovrà partecipare, a questo punto, alle elezioni europee. Secondo gli eurogruppi dell’Alleanza progressista dei socialisti e dell’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, è un sollievo la prospettiva che la rappresentanza democratica della Gran Bretagna sieda nel parlamento europeo in un momento critico.

Ma se si votasse in un referendum confermativo come sono orientati i britannici? Al momento, secondo un sondaggio apparso sulla BBC, i favorevoli a far restare il Regno Unito nell’Unione Europea sono il 54%, quelli che vorrebbero andarsene il 46%: proporzioni che hanno escluso i tanti “non so”. Incalzando con altre domande i cittadini, l’82% di chi votò per lasciare l’Unione Europea ha detto che non farebbe la medesima scelta. Nel campione degli elettori troppo giovani per votare nel 2016, oggi il 43% sceglierebbe di restare e il 19% di abbandonare l’UE, mentre il resto è incerto o non voterebbe affatto. Il 70% di tutti gli intervistati, pro o contro l’Europa, giudicano pessima l’intesa raggiunta dalla prima ministra May.

Ora il Parlamento ha scelto di prendersi la barra per raddrizzare una rotta smarrita. Il ministro dimissionario Richard Harrington, responsabile dell’economia, sottolinea che l’intera gestione della trattativa ha dato e sta dando un colpo terribile all’industria, al lavoro e alla finanza del Regno Unito.  Forse non tutti piangono a Bruxelles, ma “in un momento critico per la storia del nostro Paese- ha detto Harrington- mi rincresce che l’approccio del governo alla Brexit sia stato un giocare alla roulette con le vite e le risorse economiche dei cittadini di questo Paese: investimenti cancellati, affari trasferiti all’estero e una tendenza a farsi beffe del nostro sistema nel mondo”.

Finalmente riprende nella sua sede naturale un libero processo deliberativo il cui esito potrà essere valutato dai cittadini.